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O.O. 122

La Genesi

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1°Introduzione + Prefazione

Monaco, 16 Agosto 1910

Il ciclo di conferenze sui misteri della storia biblica della Creazione appartiene a quel gruppo di studii interessanti di Rodolfo Steiner, nei quali, come nelle Conferenze sull’Apocalisse, sulle Epistole paoline, non ancora pubblicate, e in quelle sui quattro Vangeli, pubblicate in versione italiana nel 1930, egli applica all’interpretazione di antichi testi sacri i principii della Scienza occulta, e, mentre dimostra la perfetta concordanza fra quelli e questa, ci rivela i primi sotto una luce nuova e sotto aspetti grandiosi, che forse non avremmo altrimenti mai sospettati.

Affinché, quindi, lo studio di questi cicli riesca utile, e perfettamente comprensibile, occorre che il lettore abbia già una certa preparazione spirituale, una certa conoscenza dei principii della scienza occulta in generale, e degl’insegnamenti steineriani in particolare. Si trova quindi in una posizione vantaggiosa chi già ha il volume La Scienza Occulta (dello stesso Steiner, al quale in queste conferenze sulla Genesi si fa spesso riferimento).

Per il resto, questa introduzione si propone per l’appunto di dare al lettore profano qualche cenno di alcuni particolari dell’insegnamento spirituale, che gli sono indispensabili per intendere la susseguente spiegazione, che lo Steiner fa della narrazione biblica della creazione del mondo e dell’uomo.

Una forza, un impulso evolutivo costituisce la legge che governa l’Esistenza. Per essa, quello che comunemente si chiama il Creato, ossia l’universo manifesto, com’è provenuto da Dio, tende laboriosamente e penosamente a vincere le illusioni di una realtà concreta per ritornare a Dio.

Fra Dio e il mondo fisico non vi è, spiritualmente, soluzione di continuità; fra la Coscienza unica, somma, perfetta, e la coscienza completamente addormentata, stregata nel regno minerale, v’è tutta una gamma di coscienza, ossia una scala di entità spirituali, che si possono dividere per ordini o gradi o «Gerarchie». Queste Gerarchie spirituali sono nove, sebbene per lo più si usi ripartirle – per ragioni, che qui sarebbe troppo lungo riferire – in gruppi di tre, e dare ai gruppi stessi il nome di Gerarchie e ai singoli gradi il nome di cori. Gli scrittori antichi e medioevali, che di questo argomento si sono occupati, divergono talvolta nella nomenclatura di ciascuna singola Gerarchia; ma poco importa quale nome gli uomini dieno a esseri superiori spirituali, quando pur troppo ne ignorano per lo più l’esistenza, o l’ammettono senza vera fede e vera convinzione.

Lo Steiner, in questa parte, si attiene a una nomenclatura che corrisponde a quella di Dionigi l’Areopagita. I nomi stessi delle singole Gerarchie provengono, alcuni dall’ebraico, altri dal greco; per questi ultimi, esistono i nomi corrispondenti in latino. La scienza dello Spirito definisce i singoli ordini di spiriti o entità dalla particolare attività che svolgono nel divenire del mondo. Dopo queste indispensabili premesse, diamo qui il prospetto dell’ordinamento delle Gerarchie.

Sotto l’azione suscitatrice, diremmo quasi fermentatrice, di queste gerarchie, la coscienza dormiente tende a risvegliarsi, ed effettivamente si desta dal sonno minerale, e, gettando a mano a mano le sue spoglie che restano a formare il regno vegetale, e l’animale, si va sublimando nella costituzione di una decima Gerarchia, l’umana.

Conviene a questo proposito eliminare subito quello che può essere motivo di un’errata interpretazione. Spesso, nel corso delle conferenze che seguono, il dott. Steiner dice, di questa o di quella Gerarchia, che in una determinata epoca durante il corso dell’evoluzione del nostro sistema solare essa ha attraversato il grado di «umanità». È questa locuzione, la quale potrebbe ingenerare equivoci, che richiede un preventivo chiarimento. Sarebbe errore sommo interpretarla nel senso, che in tempi sia pure incalcolabilmente remoti, Troni o Exusiai, Cherubini o Angeli sieno stati uomini, come noi. L’uomo costituisce una Gerarchia nuova in via di formarsi, che differisce e differirà essenzialmente dalle altre, come ciascuna Gerarchia differisce da ciascun’altra: quando dunque lo Steiner dice, che una delle superiori Gerarchie è passata per il grado di umanità, intende dire che essa, nel corso della sua evoluzione, si trovava in uno stadio corrispondente a quello, in cui oggi si trova l’uomo nella elaborazione del proprio grado gerarchico. E se consideriamo quale sia questo stadio per l’uomo, se teniamo presente come la storia dell’umanità rappresenti la lotta costante, tenace, prepotente per la conquista dell’autocoscienza e dell’individualità, che è per l’appunto la forma di coscienza caratteristica e peculiare dell’umanità che differenzia questa nuova dalle altre Gerarchie, possiamo dire doversi per ciascuna singola Gerarchia definire «grado di umanità» quello, in cui essa raggiunge la forma di coscienza che le è propria e che la distingue dalle Gerarchie superiori o inferiori.

Il Cosmo, così, è tutto spirito, ed è l’infinito intreccio, la «tessitura», – dice lo Steiner – delle diverse attività dovute alla diversa forma di coscienza delle singole diverse Gerarchie, che costituisce quel mondo esteriore, che a noi apparisce come realtà materiale, che ai nostri sensi, anzi, appare come unica realtà constatabile e accertabile.

La differenza fra la scienza positiva e la scienza spirituale sta tutta qui: la prima guarda dal di fuori, l’altra dal di dentro. La prima tiene conto di uno stato di fatto (la realtà fisica), che è un effetto di cause che le sfuggono, e nel ricercarne la natura accerta talune relazioni costanti nel suo modo di comportarsi e di reagire, che chiama leggi; con queste leggi, però, non spiega nulla; fissa soltanto le modalità alle quali sperimentalmente ha visto attenersi le reazioni del mondo esteriore. La seconda invece non tiene conto degli effetti fisici, materiali, sensibili, ma si preoccupa esclusivamente delle cause spirituali, delle intelligenze spirituali che li determinano. Il mondo esteriormente guardato è una cosa; interiormente considerato, è un essere; visto da fuori pare morto, irrigidito, congelato nelle sue forme; dentro è tutto vita, energia, spirito.

E sono le intelligenze spirituali che interiormente governano l’esistenza, quelle che esteriormente appariscono come leggi naturali. Analogamente è l’ordine gerarchico dei cori spirituali, che, proiettato nel tempo, determina la legge ciclica dell’evoluzione.

Perché questa è, infatti, la caratteristica dell’evoluzione, di procedere cioè per ricorsi ciclici; e ogni nuovo ciclo ripete inizialmente quelli precedenti con una potenzialità nuova di progresso.

Questo principio, applicato all’evoluzione della Terra, spiega la dottrina dei cicli planetarii, alla quale nelle conferenze, che seguono, si fa spesso riferimento, e di cui perciò converrà dare qualche cenno.

La Terra non fu sin dall’inizio l’astro che oggi è. L’intero sistema solare, al suo primo apparire, era un solo, unico, grande corpo, di essenza spirituale e di consistenza non più densa del calore, avente una circonferenza pari a quella che oggi è l’orbita di Saturno; e nella terminologia della scienza dello Spirito, quel globo di calore viene chiamato Saturno, l’antico Saturno.

Chiusosi il ciclo di Saturno, una nuova vita del sistema solare, più densa e allo stesso tempo più sottile – ma per questi dettagli il lettore può riferirsi a quanto viene spiegato nelle conferenze stesse – si apre col ciclo, occultisticamente chiamato del Sole. Questo ciclo ripete in una prima fase il ciclo di Saturno, per poi procedere allo sviluppo delle particolarità del ciclo solare stesso.

Terzo ciclo, quello detto della Luna, che in una prima fase ripete, con tutte le sue caratteristiche, il ciclo saturnio, in una seconda fase, quello solare, e finalmente procede per la via peculiare propria, durante la quale si compie il distacco del sole dalla massa planetaria. Si apre finalmente il quarto ciclo, quello propriamente terrestre, che, esso pure, ripete in tre prime fasi i cicli saturnio, solare e lunare. La quarta fase è veramente terrestre, perché è in essa che la Terra raggiunge il grado materiale solido che le è particolare; ma questa stessa fase, nel percorrere il proprio sviluppo, deve muovere i primi passi sul modello dei cicli planetarii che hanno preceduto la Terra.

Qualunque fase, insomma, o periodo, in cui si divida, o si suddivida il progresso terrestre, deve iniziarsi con dei ricorsi ciclici, ossia con le riprese dei cicli precedenti, dopo l’esaurimento dei quali soltanto, può espletare la vera propria missione.

Analogamente, i periodi in cui si suddivide la parte finora compiutasi di questa quarta fase, terrestre, del quarto ciclo planetario, o terrestre, e che vengono nella scienza dello Spirito contraddistinti dalla razza umana (non importa se spirituale o materiale) che a ciascuno di essi corrisponde (polare, iperborea, lemurica, atlantea e post-atlantea), ripetono essi pure, nei loro gradi iniziali, le esistenze planetarie precedenti. E così parimenti avviene per le civiltà, attraverso le quali procede l’era postatlantea, in cui da millenni ci troviamo.

Ma per tutto quanto riguarda cicli, fasi, periodi, intervalli di tempo, insomma, vale quel che si è detto delle divisioni dello spazio, ossia delle cose che a noi appariscono distese nello spazio e occupanti spazio: quelli che a noi appariscono come intervalli di tempo, sono in realtà esteriorizzazioni, manifestazioni di entità spirituali, di grado talora elevatissimo. Questo sono i yom o giorni della Creazione, spiriti del Tempo o Archai, che a giro a giro governano delle lunghe ère nel corso dell’età lemurica del divenire terrestre, sotto la guida di ancora più alti spiriti.

Conviene però andare cauti nell'intendere queste identificazioni: bisogna prescindere dalle condizioni del mondo fisico e sensibile, dove le distinzioni fra oggetto e oggetto sono nette e precise e dove vige il principio della incompenetrabilità della materia, perché nell’ordine spirituale, non vi sono separazioni vere e proprie. Spesso si trova una medesima entità spirituale indicata ora con un grado gerarchico e ora con un altro; nel mondo nostro un fatto simile ingenererebbe confusione, e potrebbe, in certe circostanze, provocare denunzie per attribuzione di titoli abusivi; nelle sfere spirituali, invece, dove esistono entità il cui essere si estende attraverso varii gradi gerarchici, esse possono trovarsi designate con gradi diversi, a seconda del particolare aspetto loro che importa di mettere in rilievo. Con questa premessa, può riuscire interessante, specialmente se si legge con il proposito di penetrare il senso più profondo della narrazione, vedere come il celebre occultista abate di Spanheim, Giovanni Tritemio, rintracci i governi dei sette arcangeli, spiriti dei sette giorni della settimana, nelle diverse successive epoche, in cui egli ripartisce la storia dell’umanità 1.

Come debbano intendersi i giorni del racconto biblico, lo Steiner dice chiaramente. Anche, quale sia il tempo del divenire terrestre, al quale si riferisce la Genesi; nella Conferenza decima, infatti, egli spiega, come i sette giorni coprano a un dipresso l’èra lemurica fino all’alba dell’èra atlantea; mentre la narrazione della creazione successiva ai sette giorni, concerne invece l’èra atlantea stessa.

Nel considerare poi i sette giorni, è forse un errore volere identificarli con precise epoche, o con precisi periodi dell’èra lemurica; il dott. Steiner ammonisce esplicitamente, che i ricorsi ciclici di passate esistenze del sistema solare-terrestre, che determinano la distinzione dei giorni, non si susseguono esattamente, ma tendono ad accavallarsi l’uno sull’altro. Meglio dunque contentarsi di vedere nel periodo del caos, che è al principio, e nei sette giorni che seguono, altrettanti momenti del processo evolutivo del divenire terrestre durante l’èra lemurica; e rilevare tuttavia, come anche in questa fissazione dei successivi momenti dell’età lemurica, la legge dei ricorsi, e ripetizioni delle antiche esistenze saturnia, solare e lunare della Terra, si riveli in tutta la sua efficienza. Identificato, infatti, il caos precedente il primo giorno con un ricorso saturnio (la Genesi mette i ricorsi saturnii fuori conto), il primo giorno stesso della Creazione, in cui nasce la luce, ripete un ciclo solare (v. Conferenza terza) e il secondo, in cui si forma l’acqua, un ciclo lunare (v. Conferenza quarta); col terzo giorno, iniziandosi il lavoro veramente e propriamente terrestre dell’éra lemurica, questo stesso lavoro è contraddistinto da un primo periodo solare (inizio della vegetalità, propria del Sole), e da un secondo periodo, lunare, corrispondente al 4° giorno (inizio dell’animalità, propria della Luna); e l’animalità, comparsa nel 4° giorno, si esplica prima nell’aria e nell’acqua (5° giorno) e finalmente sulla terra (6° giorno).

È superfluo dare qui indicazioni più minute; basterà rimandare, non alla sola lettura, ma allo studio del ciclo che segue, e raccomandare di fare questo studio, oltreché con intelligenza, anche e sopra tutto con «intelletto di amore», in guisa da arrivare a realizzare nella propria coscienza, più che a conoscere come uno schema astratto, il processo evolutivo spirituale, del quale il nostro mondo è l’aspetto rigido esteriore. ma allo studio del ciclo che segue, e raccomandare di fare questo studio, oltreché con intelligenza, anche e sopra tutto con «intelletto di amore», in guisa da arrivare a realizzare nella propria coscienza, più che a conoscere come uno schema astratto, il processo evolutivo spirituale, del quale il nostro mondo è l’aspetto rigido esteriore.





PREFAZIONE

Il ciclo delle conferenze sui misteri della Genesi fu tenuto dal dott. Steiner a Monaco di Baviera dal 16 al 26 di agosto 1910. Come sempre, lo Steiner partì improvvisando, senza neppure giovarsi di appunti o di note; a questa circostanza si deve quella mancanza di forma rettorica, studiatamente letteraria, che salva le conferenze del pensatore tedesco dai pericoli seduttori del componimento. Le sue conferenze, al contrario, hanno sempre un tono di conversazione, che dà loro spesso una forma stilisticamente alquanto succinta, ma che ha una portata di penetrazione nell’anima e nel cuore degli ascoltatori, che nessun discorso forbito potrebbe sperare di raggiungere; mentre nei punti culminanti, esse si elevano d’ improvviso alle sublimi altezze che l’argomento comporta, con una genuinità di slancio che nessun’arte può imitare.

Lo Steiner non rivedeva neppure i resoconti stenografici delle sue conferenze; lasciava che tra i suoi discepoli vi fosse chi si prendesse la cura di rileggere gli stenogrammi e di correggere i peccati di azione e di omissione, dei quali anche i migliori stenografi si rendono colpevoli; salvo a lasciar fare ai medesimi discepoli una seconda e migliore revisione, quando per avventura le conferenze venivano riunite e stampate in volume. Nel caso, però, di questo ciclo sui misteri della Genesi, non essendo esso stato pubblicato ancora in tedesco, il traduttore ha dovuto attenersi al testo stenografico, soggetto alla sola prima e sommaria correzione.

Il ciclo, in realtà, constò di undici conferenze; la prima di esse non è stata compresa in questo volume, perché non si riferisce al tema della Genesi, ma si occupa soltanto di commentare e interpretare due così detti «misteri rosicruciani», la rappresentazione dei quali aveva preceduto l’inizio del ciclo stesso.Erano, questi «misteri», dei poemi esprimenti in, forma drammatica l’ascesa spirituale del mondo e dell’uomo attraverso varie fasi dell’evoluzione, che il dott. Steiner aveva composti e faceva rappresentare.

Il «mistero» rappresentato nell’agosto 1910 s’intitolava: La soglia dell’Iniziazione 2 e l’interpretazione di esso doveva servire a una migliore comprensione del commento spirituale della Genesi, che seguiva nelle conferenze, di cui diamo qui la traduzione. Questo spiega anche i frequenti riferimenti a quel «mistero», che si trovano qua e là nel corso delle conferenze stesse.

Della decima e ultima conferenza sono stati qui omessi due brevissimi brani, perché non pertinenti all’argomento centrale del ciclo. In nota, del resto, si è avuta cura di riassumerne il contenuto. Queste brevi osservazioni era doveroso far precedere alla pubblicazione dell’opera, per maggiore soddisfazione del lettore.

2°Il mistero della parola originaria

Monaco, 17 Agosto 1910

Se colui, che si è posto sul terreno della scienza dello Spirito e ha accolto qualcuno degli insegnamenti che questa scienza può dare sull’evoluzione del nostro mondo, è capace di penetrare in quelle pimenti parole che si trovano al principio della nostra Bibbia, dovrebbe poterglisi schiudere dinanzi un mondo spirituale del tutto nuovo. Di fronte a nessun altro documento dell’evoluzione dell’umanità è così grande la possibilità di allontanarsi dal vero significato di esso, quanto dinanzi a questo, che viene ordinariamente chiamato la Genesi, la descrizione della cosidetta Creazione dei sei o sette giorni.

Se l’uomo moderno, in una lingua qualunque fra quelle oggi correnti, suscita nell’anima sua parole come queste: – diciamole qui in italiano –: «Nel principio gli Dei crearono i Cieli e la Terra», quel che risiede in queste parole non è che un debole riflesso, un’ombra appena, di ciò che si faceva vivo nell’anima di coloro, che nell’antica èra ebraica lasciavano operare su di sé l’azione delle parole iniziali della Bibbia. Perché, veramente, di fronte a questo documento, è di minima importanza poter collocare delle parole moderne al posto delle antiche; importa, piuttosto, di metterci, mercé la nostra preparazione spirituale, in condizione di sperimentare in noi una parte almeno di quei contenuto di sentimento, che viveva nel cuore e nell’anima di un antico discepolo ebraico, quando in sé dava vita alle parole: «Bherescyth bara Elohim eth hasciamayim veth harez».

Tutto un mondo prendeva vita durante gl’istanti, in cui queste parole gli guizzavano attraverso l’anima. Quale mondo? A che cosa possiamo paragonare il mondo interiore, che viveva nell’anima di un cotale discepolo? Soltanto a ciò che può verificarsi nell’anima di un uomo, cui vengono descritte le immagini, che sperimenta il veggente, quando ha diretta visione nei mondi spirituali.

In conclusione, che cosa ci viene esposto in quello, che chiamiamo l’insegnamento della scienza dello Spirito? Sappiamo che fonti di questo insegnamento sono i dati della veggenza, sono le visioni viventi, che il veggente accoglie, allorquando in tutto il suo intendimento si libera dalle condizioni della percezione sensoria e dell’intelligenza, che è legata al suo corpo fisico, e guarda con organi spirituali entro il mondo spirituale. Se egli allora desidera tradurre nel linguaggio del mondo fisico, ciò che vede nel mondo spirituale, non può esprimerlo che per via d’immagini; ma d’ immagini che, quando la capacità del narratore veggente arrivi a tanto, possono adeguatamente suscitare una rap presentazione di ciò che il veggente stesso ha visto nei mondi spirituali. Certamente, ciò che si ha allora, non va scambiato con alcuna descrizione di cose o di avvenimenti del mondo fisico sensibile; si ha qualcosa, di fronte a cui occorre continuamente essere coscienti che si ha a che fare con un mondo affatto diverso, con un mondo, che sta effettivamente a base di quello sensibile, ma che nel vero senso della parola non può in alcun modo rivestirsi delle rappresentazioni, delle impressioni e delle percezioni del mondo sensibile ordinario.

Se ci si vuole raffigurare dinanzi all’anima l’origine di questo nostro mondo sensibile – l’uomo incluso –, non si può rimanere con la propria facoltà rappresentativa nell’ambito del mondo sensibile. Tutte le scienze, che vogliono risalire alle origini e non portano seco che rappresentazioni tratte dal mondo sensibile, tutte queste scienze non possono arrivare alle origini dell’esistenza sensibile. Perché l’esistenza sensibile è radicata nell’esistenza supersensibile; ora è bensì possibile, tanto storicamente, quanto, se volete, anche geologicamente, risalire molto indietro, e sempre pi
ù indietro, ma se vogliamo spingerci fino alle origini, dobbiamo essere consapevoli che, a partire da un determinato punto nel remotismo passato, dobbiamo abbandonare il campo del sensibile e ascendere a sfere, che non si possono intendere che supersensibilmente. Ciò che si chiama la Genesi, non comincia con l’esposizione di alcunché di sensibile, o con la descrizione di cose che gli occhi potrebbero vedere nel mondo fisico esteriore. E nel corso di queste conferenze avremo sufficiente occasione di convincerci, quale errore sarebbe di voler riferire le parole della prima parte della Genesi a cose o a eventi, che un occhio esteriore può vedere, o che si possono sperimentare quando si guarda il mondo con gli organi dei sensi. Fintantoché, dunque, si annette alle parole: «Cieli e Terra» un senso che conserva un residuo di qualcosa di sensibilmente visibile, non si giunge al momento designato dalle prime parti della Genesi. Nell’epoca presente non è quasi possibile di far luce sul mondo, al quale ivi si accenna, altro che per mezzo dell’insegnamento della scienza dello Spirito. Ma per mezzo di tale insegnamento vi è, in certo modo, anche una possibilità di accostarsi a quello, che si potrebbe chiamare il mistero delle Parole Primordiali con le quali la Bibbia ha principio, e di sentire in parte come un’eco della virtù che in queste Parole Primordiali si contiene.

In che consiste veramente la particolarissima peculiarità di queste Parole Primordiali? Se mi è consentito’ di esprimermi in modo astratto, debbo dire: consiste nel fatto, che sono scritte in lingua ebraica, in una lingua che esercita sull’anima un’azione del tutto diversa da quella, che qualsiasi lingua moderna può esercitare. Se anche questa lingua, nella quale si presentano a noi le prime parti della Bibbia, non agisce oggigiorno più così, una, volta tuttavia esercitava un’azione tale, per cui, quando il suono di una lettera si ripercuoteva nell’anima, si suscitava in quest’ultima un’immagine; e dinanzi all’anima di colui, che viventemente lasciava agire su di sé l’influsso delle parole, sorgevano con una certa armonia, anzi in forma organica, delle immagini, che si possono paragonare a quello che il veggente può ancora oggi vedere, quando dal sensibile passa nel supersensibile.

Si potrebbe dire: la lingua ebraica – o per dir meglio – la lingua delle prime parti della Bibbia, era una specie di strumento per trar dall’anima delle rappresentazioni figurate, che erano molto vicine alle visioni, che ottiene il veggente, quando, svincolato dal suo corpo, diventa capace di guardare nelle parti supersensibili dell’esistenza.

Perciò, per porci queste possenti primordiali parole della umanità in modo un po’ vivente dinanzi all’anima, ci converrà prescindere da quanto v’ha di oscuro, da quanto v’ha di smorto, nell’influsso che qualsiasi lingua moderna esercita sull’anima, e farci un concetto della vigorosa pienezza di vita, della virtù suscitatrice e creatrice, che aveva ogni sèguito di suoni in quella lingua antica. E così è d’infinita importanza, che nel corso di queste conferenze si tenti di prospettarci un poco dinanzi all’anima le immagini, che allora affioravano nell’antico discepolo ebraico, a seconda del suono che agiva creativamente nell’anima sua e gli presentava dinanzi alla medesima un’immagine. Vedete dunque, che per penetrare in documenti come la Genesi, occorre seguire una via completamente diversa da tutte quelle, che oggi si prescelgono per intendere qualsiasi antico documento. Vi ho esposto così qualcosa dei punti di vista che ci serviranno di guida; solo lentamente e gradualmente potremo penetrare fino al punto, che ci potrà dare una rappresentazione vivente di quel che viveva nell’antico saggio ebraico, quando lasciava agire su di sé la virtù di quelle potentissime parole, che, come parole almeno, ancora abbiamo nel mondo. Nostro primo compito sarà dunque di riferirci col nostro pensiero quanto meno sarà possibile a concetti già noti, e di liberarci il più possibile da tutto ciò che fino ad ora ci figuravamo, quando parlavamo di «Cieli e Terra», di «Dei», di «creare», di «generare» e di un «Principio Primordiale». E quanto più riusciremo a liberarci da ciò che fino ad ora sentivamo all’udir quelle parole, tanto meglio potremo penetrare nello spirito di un documento, che si è sviluppato da condizioni animiche affatto differenti da quelle che vigono nell’epoca attuale. Conviene però anzitutto intenderci su ciò, di cui veramente discorriamo dal punto di vista della scienza dello Spirito, quando parliamo delle parole introduttive della Bibbia.

Voi sapete, che dalle ricerche che riescono oggi possibili all’indagine chiaroveggente, ci è dato, in certo modo, di descrivere il corso, l’evoluzione della nostra Terra e dell’esistenza dell’uomo. E nel mio libro: La Scienza Occulta, ho cercato, dai tre gradi di evoluzione che hanno preceduto la nostra esistenza della Terra, cioè dall’esistenza di Saturno, da quella del Sole e da quella della Luna, di descrivere a mano a mano l’esistenza della Terra; la Terra, come campo, come teatro planetario per l’uomo. E ricordate certamente, per lo meno a grandi linee, ciò che in quel libro è stato descritto. Ora possiamo chiedere: dove dobbiamo collocare ciò che si presenta all’anima nostra con la poderosa espressione «Bherescyth»? Dove collocarlo nella nostra descrizione spirituale? Dove appartiene?

Rendiamoci prima conto conte, da un determinato punto di vista, possiamo raffigurarci le esistenze di Saturno, del Sole e della Luna. Se volgiamo brevemente lo sguardo indietro, sull’antico Saturno, questo ci si presenta come immagine dinanzi all’animi, come un corpo celeste che non ha ancora nulla di ciò, che siamo abituati a chiamare l’esistenza materiale che ci circonda. È un corpo cosmico, il quale di tutto ciò che abbiamoattorno a noi non possiede veramente altro, che l’elemento del calore. Calore o fuoco, un elemento di calore vibrante in sé stesso; di aria, di acqua, di terra solida, non si può trovare ancora nulla sull’antico Saturno. Sicché là, dove più è denso, esso è calore vivente e vibrante. E sappiamo, che l’esistenza procede poi alla cosidetta esistenza solare. Più tardi dunque viene ad aggiungersi al calore vivente e vibrante una specie di elemento aereo o gassoso; e ci rappresentiamo correttamente l'immagine dello stato planetario del Sole, – in quanto ne consideriamo la condizione elementare –, se lo concepiamo come un intrecciarsi della vita e delle vibrazioni di elementi gassosi, aeriformi e di elementi di calore. Come terza condizione nell’evoluzione dell’esistenza della nostra Terra, dobbiamo poi considerare il cosidetto stato lunare. Al calore e all’aria, viene in questo ad aggiungersi quello, che possiamo chiamare lo stato elementare acqueo. Durante questo antico stato lunare non esisteva ancora nulla di ciò che nella odierna esistenza terrestre si chiama elemento terreo, solido. Ma durante questa antica esistenza lunare succede un fatto singolare: si scinde la pristina unità, in cui era trascorsa la nostra esistenza planetaria. Se guardiamo l’antico Saturno, esso ci appare come una unità di calore vibrante in sé stesso. L’antico Sole ci appare ancora come un insieme di elementi gassosi e termici vibranti in sé stessi. Durante l’esistenza della Luna si verifica una scissione fra un elemento solare e un elemento lunare. E soltanto quando arriviamo al quarto grado della nostra evoluzione planetaria, vediamo come, alle precedenti condizioni elementari, all’elemento igneo o termico, a quello seriforme, all’elemento acqueo, venga ad aggiungersi l’elemento di per sé solido, l’elemento terreo. Perché questo elemento solido potesse sorgere nella nostra esistenza planetaria, la scissione, che già si era verificata durante l’esistenza lunare, dovette tornare a verificarsi. L’elemento solare dovette nuovamente uscire dal nostro elemento terrestre planetario. Di guisa che vi è un determinato momento nell’evoluzione del nostro pianeta, in cui, da uno stato planetario comune, nel quale gli elementi del fuoco, dell’aria, e dell’acqua sono ancora insieme aggrovigliati, l’elemento terreo più denso e l’elemento solare aeriforme più tenue si separano l’uno dall’altro. E in questo elemento terreo soltanto poteva formarsi, poteva in sè condensarsi ciò che oggi qualifichiamo come solido.

Teniamo presente questo momento, nel quale l’elemento solare si distacca da uno stato planetario comune, e a partire dal quale esso da fuori manda le sue forze alla nostra terrestrità. Teniamo ben presente il fatto, che allora venne pure data la possibilità che nell’elemento terreo si preparasse il solido, ciò a cui oggi diamo il nome di solido con significato di sostanza, che nell’elemento terreo, esso, per così dire, si condensasse. Teniamo presente questo momento e avremo determinato il punto, dal quale la Genesi, la Bibbia si parte. Di questa condizione essa parla. Con la prima parola della Genesi non dobbiamo assolutamente collegare quella concezione astratta, oscura, che si ha oggi in niente, quando si pronunciano le parole: «All’inizio» o «Nel primo principio». Si darebbe così espressione a qualcosa d’ infinitamente meschino in confronto del sentimento che l’antico saggio ebraico sperimentava.

Tutto quanto ci è possibile di rappresentarci in quella dualità che nacque dal distacco dell’elemento solare dal terreo, tutto quanto era, per così dire, presente al momento della scissione e si organizzò per l’appunto nella dualità, tutto questo ci deve sorgere dinanzi all’anima, se vogliamo porre dinanzi ad essa in modo giusto il: «Bherescyth», il: «All’inizio», il: «Nel primo principio». E non questo soltanto deve sorgere nell’anima nostra, ma dobbiamo essere coscienti, che in tutta questa evoluzione che chiamiamo l’evoluzione di Saturno, Sole e Luna, furono guide e dirigenti e anche portatrici dell’intera evoluzione stessa delle Entità spirituali; e che ciò che noi chiamiamo elemento-calore, elemento-aria, elemento-acqua, è sempre soltanto l’espressione esteriore, la veste esteriore delle Entità spirituali, che costituiscono la realtà dell’evoluzione. Anche quando consideriamo la condizione esistente al momento del distacco dell’elemento solare da quello terrestre e ce la raffiguriamo con un’immagine tutta compenetrata di sostanza, anche allora dobbiamo essere coscienti, che in tutto ciò che ci prospettiamo dinanzi all’anima con I’ immagine di acqua, di aria e di fuoco elementare, non abbiamo che un mezzo per esprimere vibrante spiritualità; vibrante spiritualità che è salita per i tre gradi precedenti, per il grado di Saturno, per quello del Sole e per quello della Luna, e, nel momento che ho or ora indicato, ha raggiunto un determinato grado di evoluzione della propria esistenza.

Rappresentiamoci una volta dinanzi all’anima questa immagine di un elemento acqueo, seriforme o gassoso ed igneo, che vibra in sè stesso, come un possente globo cosmico, che si scinda in un elemento solare e in un elemento terreno; teniamo però presente che tutto ciò che abbiamo in questa sostanza elementare che ci rappresentiamo, non è che un mezzo di espressione per la spiritualità. Immaginiamoci che da questo guscio di sostanze, intessuto da un elemento acqueo, da un elemento seriforme e da un elemento di calore, ci guardino i volti di Entità spirituali. che vibrano in esso e che si manifestano, si rivelano in questo elemento, che per la nostra anima assume parvenza di sostanze. Rendiamoci conto che abbiamo, per così dire, dinanzi a noi delle Entità spirituali, che volgono il loro volto verso di noi, e che lavorano con l’aiuto di calore, aria e acqua, a organizzare con la propria forza animica spirituale dei corpi cosmici. Rappresentiamoci questa immagine!

Abbiamo allora l’immagine di un involucro elementare, un involucro, che possiamo, se ce ne vogliamo formare una rappresentazione grossolana e materiale, raffigurarci a un dipresso come un guscio di chiocciola; un involucro però, che non è formato da sostanze solide come il guscio della chiocciola, ma è contessuto dai più sottili elementi acquei, acri formi o gassosi e ignei. In esso immaginiamoci una spiritualità, che ci guardi come tanti volti, i quali si manifestino per l’appunto per mezzo di questo involucro e sieno essi stessi una forza della manifestazione, una forza, che, se mi è consentita la parola, spunta fuori, per così dire, dall’occulto supersensibile nel manifesto.

Evocatevi dinanzi all’anima questa immagine, che ora ho tentato di tracciarvi, questo tessere vivente che fa un elemento spirituale in uno materiale; ed evocatevi dinanzi all’anima la forza animica interiore che opera questa tessitura nella materia, questa organizzazione nella materia, e fate per un momento astrazione da tutto il resto; avete allora dinanzi a voi, a un dipresso, ciò che viveva nell’anima di un antico saggio ebraico, quando i suoni della parola «Bherescyth» penetravano in essa. Beth, la prima lettera, evocava la tessitura materiale del guscio; Resh, la seconda consonante, suscitava il senso dei volti delle Entità spirituali che tessevano dentro il guscio, e Scyth, il terzo suono, richiamava la forza perforante che lavorava a trarsi fuori dall'interiorità per manifestarsi.

Così arriviamo a un dipresso al principio, che sta a base di una descrizione come quella che vi ho fatta. E se ci spingiamo fino ad accostarci a questo principio, possiamo anche acquistare un certo senso dello spirito di questa lingua ebraica antica, la quale, – come già detto –, aveva nell’anima un che di creativo, di cui l’uomo moderno con il suo linguaggio astratto non ha più nessuna idea.

Trasportiamoci ora proprio nel momento che precede, per così dire, il coagulamento fisico, la condensazione fisica dell’esistenza della nostra Terra – perché tale era il momento che ho in mente. Rappresentiamoci questo momento in modo ben vivente! Dobbiamo allora dire: se vogliamo descrivere ci
ò che succede in quel momento, non possiamo far uso di nessuna delle rappresentazioni che siamo soliti impiegare quando vogliamo oggi descrivere i processi esteriori dei sensi. È perciò puro dilettantismo concepire la seconda delle parole, con le quali abbiamo a che fare nella Genesi, in modo, da unire ad essa il significato di un qualsiasi fatto esteriore – per quanto esso possa anche accordarsi con ciò che oggidì intendiamo per generare e creare. Per tal via non ci accostiamo alla seconda parola della Genesi. Dove possiamo rivolgerci? Con quella parola va inteso qualcosa, che effettivamente rasenta molto il limite, dove il sensibile si trasfonde già direttamente nello spirituale supersensibile. E l’uomo, che si voglia fare un’idea di ciò, che ordinariamente viene tradotto con «creò» – «Nel Principio gli Dei crearono» –, non deve in nessun modo applicare a questa parola alcun significato di attività creatrice, di attività generatrice, che possa esser veduta con gli occhi, con gli occhi ordinari dei sensi.

Guardate nella vostra interiorità. Cercate di figurarvi nella situazione, a un dipresso, di chi abbia dormito un certo tempo e si sia destato, e senza volgere lo sguardo verso alcun fatto esteriore si sia risvegliato in sé stesso per l’attività interiore psichica di talune rappresentazioni presenti nell’anima sua. Realizzate questa attività interiore, questo pensare produttivo, che dall’interiorità dell’anima evoca un contenuto animico. Adoperate, se più vi aggrada, la parola «riflettere» per questo magico suscitare di un contenuto animico dagli strati più profondi dell’anima nel campo visivo cosciente dell’anima vostra; e rappresentatevi ciò, che l’uomo può fare soltanto nel campo immaginativo, come un’attività che sia ora realmente cosmicamente creatrice. In luogo del vostro «riflettere», in luogo della vostra esperienza interiore di pensiero, immaginatevi un pensare cosmico, e avete ciò che si contiene in questa seconda parola della Genesi «bara»; lo avrete, quanto più vi sarà possibile di pensarlo spiritualmente, quanto più vi sarà possibile di avvicinarlo a ciò, che nella vostra propria riflessione vi rappresentate come pensiero.

E ora immaginatevi, che durante questa riflessione, voi, nell’anima vostra, presentiate alla medesima due diversi gruppi di rappresentazioni. Supponiamo, per descrivere con la maggior chiarezza possibile una cosa da noi così lontana, supponiamo un uomo che si desti, e a cui vengano in mente due cose diverse, che pensi dunque due cose differenti. Una di queste cose che egli pensa, sia I’ immagine di una qualsiasi attività o di una cosa o di un essere esteriore; essa, non per via di visione esteriore, o di percezione, sibbene per virtù del pensiero, per virtù di un’attività creativa dell’anima, entra nel campo visivo della coscienza. Quello poi che deve affiorare come secondo complesso di rappresentazioni, in chi si risvegli nel modo suddetto, sia un desiderio, una cosa qualsiasi che l’uomo possa volere in conformità di tutta la sua inclinazione e disposizione psichica. Abbiamo così un elemento di natura rappresentativa e un elemento di desiderio, che ci sorgono dinanzi all’anima, per virtù d’ interiore riflessione. Ora in luogo dell’anima umana in interiore riflessione, rappresentatevi ciò, che la Genesi chiama gli Elohim. Immaginatevi in luogo dell’unità dell’anima umana, una pluralità, delle Entità spirituali che «riflettono», le quali però col loro cogitare fanno sorgere in modo analogo dalla loro interiorità due complessi, che paragonerei a quelli, che per l’appunto vi ho descritti: a un complesso di natura puramente rappresentativa e a un complesso di natura elementi di desiderio. Invece dell’anima umana in atto di riflessione, immaginiamoci dunque una organizzazione cosmica di Entità, che suscitino in pari modo in sé (il loro pensiero però è cosmico) due complessi siffatti: uno di ordine rappresentativo. vale a dire tale, da dare qualche manifestazione, da esplicarsi dunque verso fuori, da apparire esteriormente; e un altro complesso, che abbia natura di desiderio, che viva per attività interiore, un che d’ interiormente attivo, d’ interiormente intriso di attività. Dobbiamo dunque rappresentarci quelle Entità cosmiche, che vengono indicate come Elohim, dobbiamo rappresentarcele in atto di «riflettere» a quel modo. E questo «atto di riflettere» dobbiamo raffigurarci con la parola: essi «crearono», «bara». Immaginiamoci poi che per mezzo di questa riflessione creatrice sorgano due complessi come quelli or ora descritti, uno cioè che tenda maggiormente a manifestarsi esteriormente, a rivelarsi fuori, e un altro di natura interiormente attiva, interiormente vivente; abbiamo allora a un dipresso quei due complessi di rappresentazioni, che affioravano nell’anima dell’antico saggio ebreo, quando le parole, al posto delle quali si dice oggi: «I Cieli e la Terra », risuonavano nell’anima sua; «hasciamayim» e «harez». Cerchiamo per quanto è possibile di dimenticare ciò che l’uomo moderno si rappresenta come Cielo e Terra; cerchiamo di ricondurci dinanzi all’anima i due complessi di rappresentazioni; quello cioè che si manifesta, che si rivela esteriormente, quel complesso che spinge a provocare un effetto qualsiasi di natura esteriore; e quell’altro complesso d’ interiore attività, che vuole esperimentare sé stesso interiormente, che si agita viventemente nell’interiorità sua stessa; abbiamo allora il «hasciamayim» e l’altra parola «harez». E in quanto agli Elohim stessi, – impareremo a conoscerli meglio durante il corso di queste conferenze, e a tradurli nel linguaggio della nostra scienza dello Spirito; per ora però vogliamo tentare di approfondire alquanto il significato delle parole primordiali, – in quanto agli Elohim, che specie di entità sono? Chi vuol farsi un’idea di ciò che viveva nell’anima dell’antico saggio ebraico quando impiegava questa parola, deve rendersi chiaramente conto, che a quell’epoca esisteva vivissimo l'intendimento, che la nostra evoluzione terrestre ha un precisò significato, una precisa finalità. Qual'è questo significato, qual'è questa finalità della nostra evoluzione terrestre?

La nostra evoluzione terrestre ha un significato, uno scopo, soltanto se sorge in essa, qualcosa che prima non era. Una eterna ripetizione, un ritorno di ciò che già fu, sarebbe un’esistenza assurda; e l’antico saggio ebraico avrebbe prima di ogni altra cosa sentito la Genesi terrestre come una siffatta esistenza assurda, se non avesse potuto pensare che la Terra, evolutasi da altre condizioni deve recare qualcosa di nuovo rispetto a tutto il passato. Questa esistenza terrestre ha reso possibile un che di nuovo, il fatto, cioè, che l’uomo sia potuto diventare, per l’appunto, quale nell’esistenza terrestre egli ora si mostra. Quale l’uomo si presenta ora nell’esistenza terrestre, come l’essere, che oggidì egli già è, come l’essere verso cui si andrà evolvendo nel sempre più remoto avvenire; tale, in nessuno degli antecedenti stadii di evoluzione, egli è mai esistito o ha mai avuto la possibilità di essere. E diversamente dall’uomo - non vogliamo ora introdurre il concetto d
’inferiorità o di superiorità – diversamente dall’uomo erano costituite quelle Entità spirituali, che diressero, e ressero l’evoluzione esteriore, alla quale diamo il nome di evoluzione di Saturno, del Sole e della Luna, Quelle Entità, che tesserono negli stadii elementari dell’esistenza dell'igneo, del gassoso e dell’acqueo; che tesserono l’esistenza di Saturno, del Sole e della Luna; che tesserono al principio dell’esistenza della Terra; come possiamo meglio imparare a conoscerle nei riguardi della loro natura? Come possiamo accostarci ad esse? Dovremmo certo fare molte, molte descrizioni. prima di poterci in qualche modo accostare ad esse. Possiamo però imparare a conoscerle sotto un aspetto, e ciò basterà per farci fare almeno un passo che ci avvicini al possente significato delle bibliche parole primordiali.

Guardiamole finalmente queste entità, che, in certo modo, erano le più vicine all’uomo quando quest’ultimo venne formato con ciò, che si era andato sviluppando dalle esistenze dell’antico Saturno, del Sole e della Luna. Interroghiamole, queste entità, su ciò che esse effettivamente volevano. Interroghiamole sulla loro volontà, e anche sui loro intendimenti. Potremo allora almeno farci una certa idea della loro entità. Che cosa volevano, queste Entità? Esse potevano molto, si erano acquistate potere verso questa e quella direzione, durante il corso dell’evoluzione che avevano attraversata. Una di esse aveva un potere, un’altra ne aveva un altro. Ma il miglior modo di rappresentarci il loro essere, è di dire a noi stessi: in quel momento che per l’appunto abbiamo preso in esame, vi era, in un gruppo di siffatte entità, uno scopo comune, un intento comune. Succedeva a un dipresso, ma ad un livello più elevato, come quando oggigiorno si riunisce un gruppo di uomini, ognuno dei quali possegga una determinata capacità; e, potendo ciascuno di essi far qualcosa, essi si dicono reciprocamente: Tu puoi far quello, io posso far questo, il terzo è capace di fare un’altra cosa; facciamo ora confluire tutte le nostre attività per il compimento dì un comune lavoro, al quale possa contribuire l
’attività di ciascuno di noi. Supponiamo dunque un gruppo siffatto di uomini, dei quali ognuno abbia una capacità: diversa, ma che siano animati da un comune intento. Ciò che dovrà essere il risultato, ancora non v’è. L’unità, alla quale essi lavorano, vive dapprima soltanto come mèta, e non esiste ancora affatto. Vi è una pluralità, e l’unità vive dapprima come un ideale. Immaginatevi ora un gruppo di entità spirituali, che si sieno evolute attraverso le condizioni di Saturno, Sole e Luna, che abbiano ognuna un determinato potere, e che in quel dato momento che ho indicato, prendono la risoluzione: Vogliamo riunire le nostre attività per una finalità comune. Vogliamo darci un indirizzo unitario. E dinanzi allo sguardo di ciascuna sorgeva l’immagine di questa finalità. E quale era tale finalità? L’uomo, l’uomo terrestre.

Così l’uomo terrestre viveva come entelechia in un gruppo di entità spirituali divine, che avevano deciso di riunire l’operadelle loro diverse abilità, per raggiungere ciò che esse stesse non avevano affatto, che a esse stesse non era adatto, ma che potevano produrre per mezzo del loro lavoro fatto in comune. Se prendete tutto ciò che vi ho descritto come un involucro elementare, come entità spirituali in esso attive e cosmicamente ideatrici, e come due complessi, uno di elementi di desiderio, interiormente attivo, e l’altro manifestantesi verso fuori; se prendete tutto ciò, e a quelle entità spirituali che, in certo qual modo, si affacciano e guardano fuori dall’elementarità, assegnate questo scopo comune che ho testé indicato, avete ciò che viveva nel cuore di un antico saggio ebraico all’udir la parola «Elohim». E ora abbiamo raccolto per via d’ immagini ciò che vive in quelle parole primordiali onnipotenti.

Dimentichiamo anzitutto quel che un uomo moderno può sentire e pensare quando pronuncia le parole: «Nel Principio gli Dei crearono i Cieli e la Terra». Cerchiamo, tenendo conto di tutto ciò che oggi si è detto, di rappresentarci dinanzi agli occhi l’immagine seguente: un elemento elementare in azione; in esso si contessono l'igneo, il gassoso, e l’acqueo. In questa elementarità attiva, vibrante, vivono delle entità spirituali, un gruppo di entità spirituali in atto di riflettere. Esse sono racchiuse nella loro riflessione produttiva, e questa loro riflessione produttiva è compenetrata dalla finalità comune, di volgere tutta la loro attività all'immagine umana. E come prima cosa sorge (la questa cogitazione una rappresentazione di alcunché di rivelantesi, di manifestantesi, verso l’esteriore, e di alcunché di interiormente attivo, d’ interiormente in sé animato. Nel guscio elementare gli Spiriti primordiali meditavano ciò che verso fuori si manifesta, ciò che interiormente è attivo.

Cercate ora di realizzare in quelle parole primordiali ciò che viene detto nelle prime righe della Bibbia, e avrete la base di quanto nei prossimi giorni ci avremo da porre dinanzi all’anima come vero significato di quelle onnipotenti parole primordiali, per mezzo delle quali è stata data all’umanità la più grande rivelazione, cioè quella della sua propria origine.

3°Haaretz e ashamaim

Monaco, 18 Agosto 1910

Spesso, a proposito di quel che si dovrà dire in questo ciclo di conferenze e in genere di ciò che viene detto nel corso delle nostre riunioni, potrebbe sembrare – specialmente al mondo esteriore, che ancora è poco a conoscenza dei sentimenti che dominano nei nostri circoli di studio della scienza dello Spirito – che io senta una certa soddisfazione e un certo piacere, quando sono costretto a dire cose apparentemente in contrasto con la scienza moderna. Ora proprio a questo riguardo non vorrei venir malinteso. Potete tutti essere convinti, che è per me un vero sforzo di pormi in contrasto con quella che si chiama oggidì opinione scientifica; e che non lo farò in nessun caso, tranne che mi sia precisamente possibile di spiegare io stesso realmente ciò, che la scienza ha oggi da dire sugli argomenti che vengono trattati. Sono cosciente della responsabilità che m’ incombe, di non esporre nulla che sia in contrasto con la scienza moderna, quando io non abbia anche la possibilità di citare al contempo ciò che questa scienza moderna ha da dire sull’argomento in questione. Partendo da questo punto di vista, non ci si potrà accostare a capitoli di somma importanza come quelli che nei prossimi giorni avremo da. esaminare, se non con riverente rispetto, e con il debito senso di responsabilità.

Pur troppo occorre dire, che in ordine alle questioni che in questo studio si dovranno considerare, la scienza moderna deve rinunziare a interloquire; che gli. scienziati moderni non sono neppure in condizione d’ intendere l’inconsistenza del loro punto di partenza; che non sono in grado di vedere perché di fronte alle reali, grandi questioni della vita e dell’esistenza proprio la scienza moderna debba rivelarsi di un dilettantismo insuperabile. Vi prego dunque molto caldamente d’ intendere quanto verrà detto in guisa, da conservare sempre piena consapevolezza di tutto ciò che la scienza moderna avrebbe da dire in proposito. Naturalmente, in un breve ciclo di conferenze, non si può pretendere, che si polemizzi, dettaglio per dettaglio, su ogni argomento che potrebbe addursi a confutazione di questa o di quell’altra concezione moderna sul punto che è in questione. Mi devo limitare per quanto è possibile al positivo, e confidare che in un circolo di studiosi di scienza dello Spirito la premessa che or ora ho fatta verrà pure applicata a tutte le singole particolarità.

Ho cercato ieri di mostrarvi, come quelle parole di primordiale potenza che si trovano al principio della Bibbia, e che si presentano a noi in un idioma di natura totalmente diversa dalle lingue moderne, come quelle parole di primordiale potenza possano venir rettamente interpretate soltanto, quando si cerchi di dimenticare tutto ciò che si desta nei nostri sentimenti, nelle nostre sensazioni all’udire le comune traduzioni o versioni di queste parole in lingua moderna. Perché la lingua, in cui originariamente quelle parole creatrici, di primordiale possanza, ci sono state date, ha veramente la peculiarità di condurre cuore e mente, per virtù del carattere dei suoi suoni, a quelle immagini, che sorgono dinanzi all’occhio del veggente, quando egli si volge verso il punto dove la parte sensibile del nostro mondo scaturisce dal super-sensibile. E v’ha potenza e forza in ciascuno dei singoli suoni, con cui, per così dire, il primo principio dell’esistenza della nostra Terra ci viene rappresentato. – Nel corso di queste conferenze dovremo tornare spesso a ricordare il carattere di quell'idioma; oggi però vorrei cominciare coll’esaminare alcuni punti di fatto, che sono necessari per l’argomento che dobbiamo trattare.

Voi sapete, che nella Bibbia, dopo le parole che mi son provato ieri di ritrarvi a mo’ d’ immagine dinanzi all’anima, che dopo quelle parole vengono indicate le proprietà di uno di quei complessi, che sorgevano là dalla riflessione divina, dalla riflessione produttiva. Vi ho detto, che dobbiamo immaginarci, come se da un ricordo cosmico sorgessero due complessi: uno di questi era un complesso che si potrebbe paragonare alla natura delle rappresentazioni che possono sorgere in noi; l’altro era un complesso, che può paragonarsi a una natura di bramosia o di volitività. Uno contiene tutto ciò che si vuol manifestare, annunziare verso l’esteriorità, che vuole esplicare, in certo qual modo, la sua forza verso fuori: «hasciamayim»; l’altro complesso, «harez», contiene l’interiormente attivo, ciò che è interiormente compenetrato da desideri, ciò che è interiormente vivificante., semovente. Di questo elemento semovente e interiormente vivificante ci vengono quindi indicate delle proprietà, e queste proprietà vengono designate nella Bibbia con segni corrispondenti a suoni caratteristici. Ci viene detto, che questo elemento interiormente in moto era in una condizione, che viene indicata come tohu-va-bohu, ciò che originariamente vien reso in lingua italiana con l’espressione «informe e vuota». Possiamo però capirla soltanto, se anche stavolta ci prospettiamo in modo preciso dinanzi agli occhi l’aspetto plastico di ciò che effettivamente s’ intende per «tohu-va-bohu». Possiamo arrivare a comprendere ciò che significa solo, se mercé la nostra conoscenza spirituale ci rendiamo conto, che quello che per così dire fluttuava veramente alla rinfusa nello spazio, era tutto ciò che prima era passato per le esistenze di Saturno, del Sole e della Luna e risorgeva ora come esistenza terrestre, come condizione planetaria della Terra. Vi ho fatto ieri osservare, che ciò che noi chiamiamo lo stato solido, ciò che dunque presenta una resistenza ai nostri sensi, non esisteva ancora durante l’esistenza saturnia, l’esistenza solare e l’esistenza lunare; allora esisteva soltanto l’elemento del fuoco o l’elemento del calore, l’elemento gassoso o seriforme e l’elemento acqueo. E in fondo il solido si è aggiunto alle precedenti condizioni elementari soltanto quando è sorta la condizione planetaria terrestre. Se guardiamo dunque quale fosse la tessitura elementare che era in atto nel momento, in cui prese esistenza ciò che ieri abbiamo descritto e in cui, per così dire, sorse anche la tendenza al distacco dell’elemento molare dal terrestre, vediamo che si trattava di una reciproca interpenetrazione degli elementi di calore, di aria e di acqua. Essi tutti fluttuavano e s’intessevano l’uno nell’altro. Come tutto ciò fluttuasse e s’intertramasse alla rinfusa, e come ci dobbiamo rappresentare questo fatto quando ce lo raffiguriamo spiritualmente, viene indicato dalle parole, che possono venir tradotte in italiano, per quanto in modo completamente inesatto, con «informe e vuoto», ma il citi significato sostanziale è dato dal collegamento dei suoni «tohu-va-bohu». Quale è infatti il significato di questo a tohu-va bohu»? Prospettato plasticamente dinanzi all’anima, ciò che in essa può venir suscitato da quei suoni sarà all'incirca quanto segue.

Il suono, che si potrebbe paragonare al nostro T, desta un’immagine di forza disintegrante, che spinge da un punto centrale verso tutti i lati, verso tutte le direzioni dello spazio. Nel momento dunque, in cui s’intona il suono del T, viene suscitata l’immagine di una forza disintegrante che da un punto centrale spinge verso tutte le direzioni dello spazio, sino all'infinito. Di guisa che ci dobbiamo immaginare l’unione contessuta degli elementi di calore, di aria e di acqua, e dentro di essa una forza disintegratrice che da un punto centrale va in tutte le direzioni. E avremmo questa disintegrazione, se vi fosse soltanto la prima parte del contesto di suoni: «tohu». Che cosa invece deve prodursi dalla seconda parte di esso? Proprio l’opposto di ciò che per l’appunto ho detto. Col carattere del suo suono – con tutto quanto si desta nell’anima al suono della lettera che si può paragonare al nostro B, «Beth» – essa suscita tutto ciò che vi si presenta a mo’ d’immagine, se vi raffigurate una sfera molto grande, una sfera vuota, e vi figurate trovarvi voi stesso dentro di essa, mentre da tutti i punti della superficie interiore di questa sfera vuota partano dei raggi che convergono all'indentro, verso il punto centrale. Raffiguratevi dunque questa immagine: un punto nel centro dello spazio, dal quale   
irradiano delle forze verso tutte le direzioni dello spazio stesso: «tohu»; questi raggi, imprigionati, per così dire, come in un guscio sferico esteriore, si riverberano da esso e ritornano su sé stessi da tutte le direzioni dello spazio, ed ecco il «bohu». Perché, se vi rappresentate questa immagine, e vi raffigurate tutti i raggi di forza riempiti di ciò che viene dato dalle tre entità elementari, calore, aria e acqua ; se pensate come questi raggi di forza si formano, per cos
ì dire, in questi tre elementi fluttuanti e intrecciantisi alla rinfusa, avete la caratteristica di quello che è l’elemento interiormente attivo. Così, per mezzo di questi collegamenti di suoni, ci viene dunque indicato il modo, come l’esistenza elementare è diretta dagli Elohim.

Ma con ciò che cosa si è detto, nei riguardi dell’intero processo della Creazione? Non potremo capire tutto il grandioso drammatico processo dei sette giorni della Creazione, se non ci richiamiamo questi singoli dettagli dinanzi all’anima; così soltanto tutto l'insieme ci apparirà come un dramma cosmico mirabile e possente. Che cosa occorre effettivamente dire? Ricordiamoci di nuovo, che in quello che si deve intendere, per esempio, con il verbo «bara» – nel principio gli Dei «crearono», dobbiamo vedere un’attività animico-spirituale. Ieri la paragonai al suscitamento nell’ambito dell’anima di complessi di rappresentazioni. Immaginiamoci dunque gli Elohim adagiati nello spazio, e immaginiamoci ciò che viene indicato con la parola «creare» – «bara» – come un’attività cosmica animica di riflessione. Ciò che essi riflettono viene poi designato con «hasciamayim» e «harez» l’irradiantesi verso l’esteriore, e l’interiormente attivo. Ora però viene l'indicazione di un altro fatto importante. Immaginatevi, per ottenere un paragone migliore, di essere nel momento del risveglio. Sorgono nell’anima vostra dei complessi di rappresentazioni. Così parimenti sorgono nell’anima degli Elohim «hasciamayim» e «harez».

Ora sappiamo però – già ieri lo abbiamo rilevato – che questi Elohim, in ordine alla propria evoluzione, provenivano dalle esistenze di Saturno, del Sole e della Luna. Sicché quello che essi pensavano era realmente in una condizione analoga ai vostri complessi di rappresentazioni, che voi vi rievocate nella vostra anima al momento del vostro risveglio. Potete perciò in certo modo contemplarli psichico-spiritualmente, potete dire come mono. Potete dire: «quando la mattina mi sveglio e ritrovo ciò che prima si è immagazzinato nella mia anima e che io rievoco alla coscienza, posso anche farne la descrizione». Allo stesso modo si potrebbe descrivere per gli Elohim quello che avvenne dopo che essi – se posso esprimermi alla buona – si furono detti: «vogliamo ora riflettere su ciò che ci affiora nell’anima quando richiamiamo tutto quanto è successo durante le esistenze dell’antico Saturno, dell’antico Sole e dell’antica Luna. Vogliamo vedere come ciò appare nella memoria». E apparve in modo che lo si poté indicare con le parole «tohu-va-bohu»; che lo si poté indicare con un’immagine, come quella per l’appunto descritta, di raggi che si partono da un punto centrale verso lo spazio e che poi ritornano indietro, così che in questi raggi di forza gli elementi fluttuano gli uni negli altri. Gli Elohim dunque potevano dire all'incirca così: «questo è dunque l’aspetto che prende dopo che lo abbiamo portato fino a questo punto. Così si è di nuovo riprodotto».

Ora però, per capire ciò che segue, e che nelle lingue moderne viene ordinariamente espresso con le parole: «E le tenebre erano sopra le sostanze fluttuanti» oppure «sopra le acque» – per capire questo, dobbiamo tener conto anche di un’altra cosa. Dobbiamo tornare a volgere indietro lo sguardo sullo svolgimento che ebbe l’evoluzione, prima che vi fosse l’esistenza terrestre.

Vi abbiamo dapprima l’esistenza saturnia, che intesseva nell’elemento «igneo». Poi viene l’esistenza solare con l’elemento di natura aerea. Nel mio libro La Scienza Occulta potete però leggere, che col sopravvenire di questo elemento è collegato dell’altro. All’elemento-calore non viene ad aggiungersi soltanto l’elemento gassoso o aeriforme. Questo è, per così dire, una densificazione dell’elemento-calore. Il tenue elemento-calore dell’antico Saturno si condensa in elemento gassoso. Ma ogni condensazione siffatta è collegata con un affinamento. Se la condensazione in elemento gassoso corrisponde a una discesa, vien data per un altro verso l’ascesa all’elemento-luce. Sicché passando dall’antico Saturno all’antico Sole, dobbiamo dire: l’antico Saturno vive ancora intessendo completamente nell’elemento-calore; durante la condizione solare si aggiunge a quest’ultimo qualcosa di densificata, l’elemento gassoso, ma poi anche l’elemento-luce, per opera del quale calore ed elemento gassoso possono irradiando manifestarsi esteriormente. Se ora prendiamo uno dei complessi che si presentano agli Elohim, quello che viene indicato con «harez», con ciò che ordinariamente viene tradotto come Terra, e osserviamo che gli Elohim, dopo aver ridestato i ricordi, contemplarono con gli occhi dell’anima, dobbiamo chiedere a noi ‘stessi, come potevano essi definirlo? Non lo potevano definire come se in esso fosse vissuto ciò che già v’era nell’antico Sole. Mancava l’elemento-luce; il quale si era distaccato. Per conseguenza «harez» era diventato unilaterale. Non aveva preso con sé la luce, ma soltanto gli elementi più densi, l’elemento acqueo, quello aeriforme e l’elemento-calore. La luce non mancava però certo in ciò che viene indicato con hasciamayim; ma hasciamayim è l’elemento solare che è uscito dall’altro complesso. In quest’ultimo mancavano ormai gli affinamenti degli elementi, mancava la luce: Possiamo dunque dire: «in uno dei complessi fluttuavano alla rinfusa nel modo già indicato col «tohu-va-bohu» gli elementi di calore, di aria e di acqua. Ed erano spogliati, erano privi di ciò che è entrato nell’evoluzione durante l’antica esistenza solare, l’elemento-luce. Erano dunque rimasti oscuri; non avevano nulla di solare. Questo elemento era stato loro sottratto col hasciamayim. Il progresso pertanto verso l’evoluzione terrestre altro non era se non questo: «ciò che di luce l’antico elemento solare conteneva fin che rimase collegato con ciò che chiamiamo Terra, venne alla Terra sottratto, E un tessuto oscuro degli elementi di calore, di aria e di acqua rimase indietro, come «harez».

Abbiamo così ritratto dinnanzi all’anima nostra con maggiore precisione ciò che gli Elohim meditavano. Ma non ce lo potremo mai rappresentare correttamente, se non rimaniamo sempre consapevoli, che tutto quanto è stato indicato come esistenza elementare, aria, acqua e anche calore, è io ultima analisi anche la forma di espressione esteriore di entità spirituali. Non sarebbe del tutto esatto parlare di «veste», bisogna concepirlo piuttosto come una rivelazione esteriore. Tutto quanto dunque viene così indicato come aria, acqua, calore, è in ultima analisi, maya, illusione, ed esiste soltanto per lo sguardo esteriore, anche dell’occhio dell’anima. In realtà, se se ne penetra la vera essenza, è animico-spirituale, è la manifestazione esteriore dell’elemento animico-spirituale degli Elohim. Se però consideriamo gli Elohim stessi, non ce li possiamo ancora rappresentare in alcun modo somiglianti agli nomini, poiché questo era appunto il loro scopo, di formare l’uomo, di chiamare ad esistenza l’uomo per mezzo di quella loro peculiare organizzazione, che ora per l’appunto era stata da loro pensata. Non possiamo dunque immaginarceli umani; sotto certi rapporti però dobbiamo già tener conto di una specie di divisione avvenuta nella loro entità. Quando parliamo oggidì dell’uomo, non ci è possibile di comprenderlo, se non dividiamo la sua entità in un elemento corporeo, un elemento animico è un elemento spirituale. E sapete già, quanto, proprio nel campo della scienza dello Spirito, c’ interessi di conoscere con maggior esattezza l’attività e la natura di questa trinità dell’uomo, dell’elemento corporeo, di quello animico e di quello spirituale. Certo, è soltanto per l’uomo che ci troviamo costretti a fare questa distinzione, a riconoscere un’entità in questa triade. E commetteremmo naturalmente un sommo errore, se ci rappresentassimo l’essere di questa pre-umanità, che nella Bibbia viene dunque chiamata gli «Elohim», come simile a quella degli uomini: ma dobbiamo però già distinguere in essi una specie di corporeità e una specie di spiritualità. Ora, quando fate la distinzione nell’uomo fra la sua corporeità e la sua spiritualità, vi rendete pienamente conto che anche nella figura esteriore, in cui l’uomo si presenta a voi, la sua entità si ripartisce in modo diverso. Non siamo, per esempio, tentati di localizzare la vera spiritualità dell’uomo, nelle mani o nelle gambe; invece diciamo: sostanzialmente, la corporeità risiede, per esempio, nel tronco, nelle gambe, nelle mani; la spiritualità ha i suoi organi nella testa, nel cervello, ha in questi i suoi strumenti. Facciamo dunque nella figura esteriore dell’uomo, una distinzione, per cui ne consideriamo certe parti piuttosto come espressione della corporeità e altre piuttosto come espressione della spiritualità. Così pure per gli Elohim dobbiamo fare una cotale distinzione, in modo, simile, se non proprio uguale. In ultima analisi, tutta la contessitura e la fluttuazione, di cui ho parlato, la si può comprendere correttamente soltanto, se la concepiamo come corporeità dell’essere animico-spirituale degli Elohim. Tutto ciò, dunque, che è apparso come contesto elementare fluttuante di aereo, di calorico e di acqueo, è corporeità esteriore degli Elohim. Ma, alla loro volta, le varie parti degli Elohim vanno distribuite in modo diverso fra questi organi elementari; dobbiamo immaginarci la corporeità, la parte più densa degli Elohim, come maggiormente legata all’elemento acqueo e a quello aeriforme. E in tutto ciò che come elemento calore compenetrava l’elemento gassoso e quello acqueo, che permeava questo «tohu-va-bohu» come elemento di calore, che fluttuava attraverso di esso come calore fluttuante, in tutto ciò operava quella che possiamo chiamare la spiritualità degli Elohim. – Come diciamo, che nell’uomo ciò che è più corporeo agisce nel tronco, nelle gambe e nelle mani, e ciò che è più spirituale nella testa, così possiamo dire, se concepiamo l’insieme del cosmo come corporeità degli Elohim: «negli elementi aereo e acqueo viveva la parte più corporea degli Elohim, e nell’elemento calore vibrava e tramava la loro spiritualità». Così avete concepito il cosmo stesso come una corporeità degli Elohim; e dopo che la parte corporea esteriore è stata caratterizzata come un «tohu-va-bohu» delle entità elementari, avete localizzato in ciò, che come calore permeava queste entità elementari, lo spirito operante degli Elohim.

Ora la Bibbia si serve di una parola notevole per esprimere il rapporto di questa spiritualità degli Elohim con gli elementi: «Ruah Elohim»: parola straordinaria, che dobbiamo approfondirti maggiormente, se vogliamo comprendere come lo spirito degli Elohim s’intessesse negli altri elementi. Questa parola «raqia» la possiamo capire soltanto, se, per così dire, cerchiamo di -aiutarci con tutto ciò che sorgeva nell’anima a quell’epoca quando veniva pronunziata quella parola. Quando si dice: «e lo Spirito degli Dei si moveva su masse di sostanze in via di espansione» o a sulle acque», non si è detto niente. Perché al corretto significato di questo verbo «raqia» arriviamo soltanto, se ci s’immagina (devo spiegarlo con mi paragone alquanto grossolano e palpabile) una gallina che covi le uova, dalla quale il calore incubante irradii sulle uova sottostanti. Se ora v’immaginate l’azione di questo calore incubante che dalla gallina irradia nelle uova per portarle a maturazione, quest’azione del calore, questo irradiarsi del calore dalla gallina nelle uova, avete un’idea di quel verbo che ci dice ciò che lo Spirito fa nell’elemento-calore. Sarebbe naturalmente quanto mai inesatto dire: lo Spirito degli Elohim «cova», perché «raqia» non significa quello che oggidì ci si rappresenta con l’azione materiale del covare; vuole piuttosto significare l’attività del calore irradiante. Come il calore irradia dalla gallina, così lo Spirito degli Elohim attraverso l’elemento-calore irradiava negli altri stati elementari, nell’aeriforme e nell’acqueo. Se vi raffigurate questo, avete l’immagine di ciò che significa «e lo Spirito degli Elohim covava sulle masse di sostanza, sulle acque». – Ma così ci siamo anche ricostruita fino a un certo punto l'immagine, che aleggiava dinanzi all’anima dell’antico saggio ebraico quando egli pensava a quello stato primordiale. Ci siamo costruiti un complesso che, nel modo in cui vi ho descritto il «tohu-va-bohu», aveva, per così dire, calore, aria e acqua sfericamente fluttuanti l’uno nell’altro, e da cui si era distaccato, nel «hasciamayim», ogni elemento di luce; e questa interfluttuazione dei tre stati elementari è interiormente permeata di tenebre. Nell’elemento-calore abbiamo fluttuante e tessitrice, la spiritualità degli Elohim, Oche, col calore che si va espandendo, si espande essa stessa, ondeggiando, verso ogni parte, e porta a maturazione, ciò che dapprima era immaturo negli elementi più oscuri.

Ci troviamo dunque, alla fine di questa frase che generalmente viene resa con le parole: «Lo spirito degli Elohim covava sopra le acque», ci troviamo, per così dire, indicata una caratteristica di ciò, che nel primo versetto della Bibbia è accennato col «harez», con la parola Terra. Abbiamo precisato ciò che in certo modo vi è rimasto, dopo che il «hasciamayim» era emigrato.

Consideriamo ora nuovamente le esistenze precedenti. Possiamo risalire dalla Terra all’esistenza della Luna, a quella del Sole e a quella di Saturno. Ritorniamo per ora all’antica esistenza solare. Sappiamo che allora non si poteva ancora parlare di scissioni fra l’elemento terrestre odierno e l’elemento solare, e nemmeno del fatto, che la luce dal di fuori irradia l’elemento terrestre. Questo è l’essenziale della nostra esistenza terrestre, che la luce viene dal di fuori, che la Terra viene illuminata dal dl fuori. Dovete immaginarvi la sfera terrestre racchiusa nel Sole, anzi parte del Sole stesso, non capace perciò di ricever luce, ma appartenente essa stessa a quell’Essere, che irradia luce nello spazio; così avete l’antica condizione solare. Si può caratterizzare questo antico stato solare, soltanto dicendo: «tutto l’elemento terrestre non è nulla che riceva luce, ma appartiene a ciò che spande luce, è esso stesso sorgente di luce.

Considerate ora la differenza! Nell’antica esistenza solare: la Terra prende parte all'irradiazione della luce; nella condizione nuova, cioè in quella terrestre: la Terra non vi prende più parte. La Terra ha lasciato uscire da sé tutto ciò che sparge luce; essa è volta ad accogliere la luce da fuori; la luce deve irradiare in essa. Questa è la differenza che caratterizza nel corso dell’evoluzione la nuova condizione terrestre dall’antica esistenza solare. Con il distacco dell’elemento solare, del «hasciamayim», l’elemento-luce si è pure distaccato; esso è ora al di fuori della Terra, e l’esistenza elementare che fluttua alla rinfusa nel «harez» come «tohu-va-bohu» non ha una propria luce: ha soltanto qualcosa che si può chiamare «essere covato dallo Spirito degli Elohim». Ma questo non lo rendeva interiormente chiaro, lo lasciava in sé stesso oscuro.

Consideriamo di nuovo l'insieme dell’esistenza elementare. Sapete già da conferenze precedenti, che se enumeriamo quelli che chiamiamo gli stati elementari, stando nell’ambito della nostra esistenza terrestre, noi cominciamo col solido, risaliamo poi all’acqueo, al gassoso o aeriforme, e all’elemento-calore. Così abbiamo, per così dire, enumerato gli stati più densi della materia. Con tale enumerazione, però, questi stati non sono esauriti; se risaliamo in alto, troviamo delle condizioni più sottili, che definiamo in modo inadeguato quando le indichiamo soltanto come sostanza più sottile. Ciò che importa, è di riconoscerle come stati più sottili in confronto di quelli più densi dell’elemento gassoso, del calorico, ecc. – Si suole ordinariamente chiamarli stati eterici, e in questi stati eterici abbiamo sempre distinto per primo l’elemento-luce. Se dunque discendiamo dal calore a una densità maggiore, arriviamo all’elemento gassoso; se risaliamo più in alto, all’elemento-luce. Se risaliamo ancora più su dell’elementoluce, arriviamo ad uno stato di etere ancora più sottile; arriviamo a qualcosa, che veramente nel mondo abituale dei sensi non è dato direttamente. Nel mondo dei sensi ci vien dato soltanto un riflesso esteriore di ciò che possiamo indicare come uno stato di etere più sottile in confronto dell’etere di luce. Dal punto di vista della scienza occulta, si può dire, che le forze esistenti in questo etere più sottile sono le medesime che regolano l’ordine chimico, il reciproco combinarsi delle sostanze, l’organizzazione della materia in modo all'incirca analogo a quello che si può rappresentare, mettendo della polvere fine sopra una lastra e facendo vibrare la lastra con l’archetto di un violino, così da ottenere le cosidette figure acustiche di Chladni. Ciò che il semplice suono sensibile effettua in quella polvere, avviene pure nello spazio. Lo spazio viene interiormente differenziato, e attraversato dal fluttuare di forze siffatte, che sona più sottili delle forze di luce e rappresentano nel mondo spirituale ciò che il suono rappresenta nel mondo sensibile. Di guisa che possiamo parlare di un etere chimico, o etere di suono, come di un elemento più sottile, che troviamo, quando risaliamo dal calore alla luce e dalla luce a quest’etere più sottile, che contiene le forze differenziatrici, separatrici e combinatrici della sostanza, ma che in realtà è di essenza sonora, risonante, e di cui il suono sensibile udito dall’orecchio sensibile non è che un’espressione esteriore. vale a dire un’espressione passata attraverso l’aria. Tale definizione ci avvicina a questo elemento più sottile che sta al di sopra della luce. Quando dunque diciamo, che con il «hasciamayim» ciò che esteriormente si manifesta è uscito dal «harez», non dobbiamo immaginarci soltanto ciò che si manifesta attraverso all’elemento-luce, ma anche ciò che si manifesta per mezzo dell’etere più sottile, dell’elemento risuonante, dell’elemento sonoro. che a sua volta permea questa luce. Come dal calore discendiamo all’elemento gassoso e da questo all’elemento acqueo, così del pari possiamo anche risalire dal calore alla luce, e dalla luce all’elemento-suono, chimicamente ordinatore. E dall’elemento acqueo possiamo scendere a quello terrestre. Dove arriviamo, quando risaliamo dall’elemento-suono a uno stato eterico ancora più elevato e più sottile, che a sua volta uscì pure col «hasciamayim»? Arriviamo così a qualche cosa, che, per così dire, come il più sottile degli stati eterici, vibra a sua volta nel testé descritto elemento sonoro, chimicamente ordinatore. Se volgete l’orecchio spirituale verso questo stato eterico che ho per l’appunto descritto, non udite naturalmente un suono reso esteriormente dall’aria; ma udite il suono che differenzia lo spazio, che lo interpenetra e mette ordine nelle materie, così come il suono, provocato nella lastra dall’archetto di violino, dispone le figure acustiche chladniche. Ma in questa condizione di esistenza, che riceve il suo ordinamento dall’etere sonoro, si riversa per l’appunto la condizione eterica più elevata, la quale interpenetra, permea l’etere del suono così, come in noi il senso dei pensieri, ciò che rende il suono parola, permea il suono che la nostra bocca emette. Contemplate ciò, che rende il suono...parola piena di senso; otterrete così una rappresentazione di quello che, come elemento eterico più sottile, vibra attraverso l’etere del suono, di quello che cosmicamente pervade e dà significato al suono ordinatore dell’Universo: della Parola che fluttua attraverso lo spazio. E questa Parola che fluttua attraverso lo spazio, che si riversa nell’etere sonoro, è al contempo l’origine della vita, è vera vita, vibrante e fluttuante. Ciò, dunque, che col «hasciamayim» è stato sottratto dal «harez», che è passero nell’elemento solare in confronto dell’altro elemento inferiore, terrestre, in confronto del «tohu-va-bohu», è qualcosa che ai può manifestare esteriormente come elemento-luce. Dietro a esso però vi è un elemento sonoro spirituale; dietro a questo. il parlare comico. Possiamo perciò dire: «nel calore incubatore esplica anzitutto la sua vita la spiritualità inferiore degli Elohim, a un dipresso come i nostri istinti esplicano la loro vita nel nostro elemento animico inferiore. La spiritualità. superiore degli Elohim è uscita fuori col «hasciamayim», vive nell’elemento-luce, nell’elemento spirituale sonoro, nell’elemento spirituale della Parola, nel Verbo cosmico. Tutto ciò che è uscito in questo elemento solare, non può tornare a irradiare nel «tohu-va-bohu» che dal di fuori».

Proviamo ora di rappresentarci a tuo’ d’ immagine tutto ciò che aleggiava davanti all’anima dell’antico saggio ebraico come «harez», come «hasciamayim». Come opera ciò, che di elemento spirituale illuminante, sonoro, parlante e formatore di parole era uscito, quando torna nuovamente a irradiarsi verso dentro? Agisce come una luce che parla effondendosi dall’elemento solare, come una luce, dietro alla quale risieda il parlare cosmico. Immaginiamoci dunque tutto ciò, che abbiamo descritto col «tohu-va-bohu», nelle sue tenebre, nel suo interfluttuarsi di elemento calorico, gassoso e acqueo, immaginiamocelo nelle sue tenebre, per così dire, prive di luce. E ora immaginiamoci che dal di fuori, dall’attività degli Elohim, irradii dentro, per mezzo della parola creatrice che, essendo l’essenza eterica più elevata, sta a base di quella, irradii dunque dentro con la luce, ciò che sgorga fuori dal Verbo. Come si può indicare ciò che allora succede? Non si può indicare più esattamente, che con la parola monumentale, che dice: le Entità, che col «hasciamayim» avevano cacciato fuori nell’eterico la loro parte più elevata, irradiarono dello spazio cosmico nel «tohu-va-bohu» luce parlante di ritorno. Con questo vien resa la situazione di fatto di ciò, che è contenuto nelle parole monumentali «E gli Dei dissero: «Sia fatta la luce» e la luce fu fatta, in ciò che era tenebre, nel «tohu-va-bohu». Ecco che avete l’immagine, che aleggiava dinanzi all’antico saggio ebraico.

Dobbiamo così immaginarci l’entità degli Elohim come stendentesi per l’intero Cosmo, e questo intero Cosmo come il corpo; ciò che è esistenza elementare nel «tohu-va-bohu» come l’aspetto più basso della corporeità; l’elemento-calore come un aspetto un po’ più elevato; e come aspetto della spiritualità più alta, il «hasciamayim» che è uscito fuori, e che adesso dal di fuori lavora creativamente su tutta la formazione del «tohu-va-bohu». Ora potete dire, che con ciò io affermo che il «tohu-va-bohu», il confuso interfluttuare della sostanza elementare, è stato ordinato, è stato ridotto a ciò che poi è divenuto, dal Verbo cosmico irradiatore di luce. Da che cosa è stata poi organizzata la figura umana? Non vi può essere figura umana quale noi l’abbiamo – che cammini eretta su due gambe, che adoperi le mani come noi le adoperiamo – se non organizzata dalle forze che si trovano disposte nel cervello e che da questo irradiano fuori. Dalle forze spirituali più elevate, che da lì emanano dalla nostra spiritualità, viene organizzata la nostra figura. Ciò che è più in basso viene sempre organizzato da ciò che è più in alto. Così il «harez» venne organizzato quasi come il corpo, per così dire, degli Elohim, per la parte inferiore della corporeità, dalla parte più elevata di essa, dal «hasciamayim» e dalla spiritualità degli Elohim in esso operante. La spiritualità più elevata degli Elohim, dunque, prende possesso di ciò che è uscito fuori e l’organizza, come viene detto nelle parole: «e la luce manifestantesi per mezzo del Verbo cosmico si riversa nelle tenebre». Così viene organizzato il «tohu-va-bohu», e sollevato al di sopra della confusione degli elementi. Se dunque vi raffigurate la testa, per così dire, degli Elohim nel «hasciamayim», e il tronco e le membra nell’elementarità che è rimasta indietro, e v’ immaginate il tronco e le membra, ossia questa elementarità, organizzata dalla potenza della testa, avete l’effettivo processo – avete, per così dire, ingrandito l’uomo sino a farne un cosmo; e in questo cosmo, dagli organi dello spirito che risiedono nel «hasciamayim», egli svolge un’azione organizzatrice. Un uomo macrocosmico, auto-organizzantesi, questa è l’immagine che dobbiamo rappresentarci dinanzi all’anima, quando pensiamo a tutte le emanazioni di forza che dal «hasciamayim» scorrono giù verso il «harez».

E per poterci rappresentare l’immagine con ancor maggiore esattezza dinanzi all’anima, consideriamo ora l’uomo odierno. Chiediamoci: In quale modo, secondo la scienza dello Spirito – non secondo la scienza dilettantistica di oggi – è l’uomo diventato come è oggidì? Perché ha egli quella determinata figura, che lo differenzia dal rimanente degli esseri viventi che lo circondano? Che cosa effettivamente lo rende uomo? Che cosa vibra attraverso questa figura umana? È straordinariamente facile, se non ci si pone una benda sugli occhi, di dire che cosa è che fa l’uomo uomo: ciò che egli ha e che tutti gli altri esseri che lo attorniano nell’esistenza terrestre non hanno, la favella, che si palesa in suoni articolati. questo lo rende uomo. Pensate alla figura animale! Come può essa venire organizzata ed elevata a figura umana? Che cosa deve penetrare in essa, perché possa divenire figura umana? Poniamo il quesito in questo modo: Immaginiamoci una figura animale, e supponiamo di doverla pervadere di qualcosa, di un soffio; che cosa dovrebbe questo soffio contenere, perché per esso questa figura possa cominciare a parlare? Essa dovrebbe sentirsi interiormente costituita in modo, da emanare suono articolato. il suono articolato crea dalla figura animale la, figura umana. Come si può dunque sentire per via d’immagine il Cosmo? Come si può sentire tutto ciò che vi ho prospettato in immagini dinanzi all’anima, tutto ciò che dall’elementarità. vi ho dettagliatamente ricostruito immagine per immagine? Come si può sentire la figura dell’uomo microcosmico, per così dire, interiormente? Quando si comincia a sentire come il suono penetra nella figura. S’ impari, quando il suono A sibila- attraverso l’aria, a sentirne non soltanto il suono, ma anche il modo come questo suono si va dando forma, così come la polvere va prendendo forma al suono dell’archetto di violino strisciato sulla lastra; s’ impari a percepire l’A, e s’ impari a sentire il B, come vibrano attraverso lo spazio! S’imparino a sentire non soltanto per la loro radiazione di suono, ma per la loro azione auto-formativa; allora si sente, come sentiva l’antico saggio ebraico, quando i suoni suscitavano in lui le figure delle immagini, che vi ho presentate all’occhio spirituale. Così agiva il suono. Perciò ho dovuto dire: Il «beth» suggeriva – qualcosa che si racchiude, qualcosa di simile a un guscio, qualcosa che si segrega e che interiormente racchiude un contenuto; ciò che viene indicato col «resh», suscitava qualcosa che sentiva, come ci si sente, quando si sente la propria testa. E lo «scyth» suggeriva qualcosa, che ho indicato col perforamento. Questo è un linguaggio completamente subbiettivo, un linguaggio che, se l’anima si lascia stimolare, nel produrre i suoni si cristallizza in immagini. Risiede perciò in questi suoni stessi anche l’altra scienza, che conduceva il saggio alle immagini, che si affacciano dinanzi all’anima del veggente, quando entra nel supersensibile. Così il suono si trasforma in figura spirituale e d’ incanto desta nell’anima delle immagini, che si connettono fra loro nel modo che vi ho descritto. Questo è ciò che v’ ha di straordinariamente importante in questo antico documento, che cioè esso è conservato in un idioma, che nei suoi suoni è creatore di forme, i cui suoni nell’anima si cristallizzano in figure. E queste figure sono le immagini, che si ottengono, quando si penetra nel super-sensibile, dal quale si è sviluppata la parte sensibile del nostro piano fisico. Se si tiene conto di ciò, si acquista un sentimento profondo e straordinario di rispetto e di venerazione per il processo di evoluzione del mondo; e s’ impara a sentire, come davvero non per caso questo grande, questo primordiale possente documento dell’esistenza umana ci sia stato trasmesso proprio in questo scritto; in uno scritto, che nelle sue lettere stesse è in grado di destare lo spirito nell’anima per via di immagini, e di condurci a ciò, che il veggente all’epoca nostra deve di bel nuovo ritrovare. Questo è il sentimento, che lo studioso della scienza dello Spirito dovrebbe avere, quando si accosta a questo antico documento, che sta all’inizio dell’antico Testamento.

4°I sette giorni della creazione

Monaco, 19 Agosto 1910

Ieri a mo’ d’immagine abbiamo ritratto dinanzi all’anima nostra quel momento, che nella Bibbia viene indicato con le parole significative: «E gli Dei dissero: Sia fatta la luce e la luce fu fatta». Con ciò abbiamo designato un avvenimento, che rappresenta per noi la ripetizione, a un grado superiore, di precedenti condizioni di evoluzione nel divenire della nostra Terra. Devo sempre tornare a richiamarvi all'immagine di un uomo, che si desti, e che dall’anima sua tragga un determinato contenuto psichico. Così a un dipresso dobbiamo immaginarci, che dall’anima degli Elohim germogli in una nuova forma, in una forma modificata, ciò che lentamente e gradatamente si è andato sviluppando nel corso dell’evoluzione attraverso le epoche di Saturno, del Sole e della Luna. E in fondo tutto ciò che viene raccontato nella Bibbia della cosidetta opera dei sei o sette giorni, è un risvegliarsi di precedenti condizioni di esistenza, un risvegliarsi che non avviene già nella stessa forma di prima, ma in forma nuova, con una figura nuova. Il quesito che ci potremmo poi subito rivolgere, è questo: «In quale modo va intesa la realtà di quanto ci viene raccontato nel corso dei sei o sette giorni della Creazione?».

Arriviamo meglio a risolvere questo problema, se poniamo il quesito nel modo seguente: «potrebbe un occhio come sono gli occhi abituali, potrebbero organi dei sensi, come sono gli organi dei sensi attuali, seguire esteriormente, sensibilmente, ciò che ci vien riferito della Creazione dei sei giorni? Non lo potrebbero seguire. Perché gli avvenimenti, i fatti, che ci vengono là riferiti, si svolgono essenzialmente nella sfera di quella, che possiamo chiamare esistenza elementare. Di guisa che, per vedere quei processi, occorrerebbe un certo grado di conoscenza chiaroveggente, di percezione chiaroveggente. È assolutamente vero che la Bibbia ci racconta della promanazione del sensibile dal supersensibile, e che i fatti, che essa mette in rilievo, sono fatti super-sensibili, se pur soltanto di un grado superiori ai nostri ordinari sensibili, che per l’appunto sono proceduti da quelli. Conseguentemente, in tutta la descrizione fatta a proposito della Creazione dei sei giorni, noi guardiamo in certo modo in un campo aperto alla chiaroveggenza. Riaffiorava in forma eterica e in forma elementare ciò che già prima era stato. Teniamo questo punto ben presente, perché altrimenti non saremo in grado di orientarci abbastanza sul vero significato che hanno le parole monumentali della Genesi. Dobbiamo dunque aspettarci di vedere risorgere in nuova guisa tutto ciò che a poco a poco si era andato sviluppando durante le esistenze dell’antico Saturno, dell’antico Sole e dell’antica Luna. Cominciamo perciò col chiederci: «Quali erano le peculiari condizioni, in cui era immersa l’evoluzione durante queste tre forme planetarie?». Possiamo dire: «Sull’antico Saturno» – potete leggerlo nella mia Scienza Occulta «tutto era in una specie di condizione minerale». Ciò che allora esisteva come primo germe dell’uomo, ciò di cui l’antico Saturno nel suo insieme era costituito, si trovava in una specie di condizione minerale. Ma non dovete pensare alla forma minerale attuale, perché l’antico Saturno non esisteva ancora affatto nell’elemento dell’acqua o del solido, e non era che un contessersi di calore. Ma le leggi che reggevano questo pianeta di calore, che dunque in esso operavano la differenziazione, e organizzavano quel contessersi, erano le medesime, che reggono oggidì il solido e denso regno minerale. Quando diciamo dunque, che l’antico Saturno e anche l’uomo si trovavano nella condizione minerale, dobbiamo sapere, che non si trattava di una condizione minerale come quella attuale, dalle forme solide, bensì di una condizione, la cui esistenza era entro il contesto di calore, ma retta da leggi minerali. Viene poi la condizione solare. Questa, noi dobbiamo intendere ancora in modo, che dalla massa solare non si era tuttavia verificata la scissione di quello che più tardi è divenuto l’elemento terrestre. Tutto ciò che oggi appartiene, alla Terra e al Sole costituiva ancora, per così dire, un corpo solo; era un corpo cosmico all’epoca dell’antico Sole. Entro questo antico Sole si andò formando, in confronto della precedente condizione saturnia, una densificazione, un elemento gassoso, in modo che oltre al contessersi dell’elemento del calore, vi abbiamo un elemento gassoso o aeriforme, le cui correnti s’ intrecciano ordinatamente le une attraverso le altre. Ma contemporaneamente si determina una formazione nuova verso l’alto, come una rarefazione dell’elemento-calore in elemento luce un diffondersi di un elemento-luce nello spazio mondiale. Ciò, che possiamo ormai designare come esseri della nostra evoluzione planetaria, è progredito durante questa antica condizione solare fino alla vegetalità. Ancora una volta, non dobbiamo credere, che durante l’antica condizione solare esistessero piante con la forma odierna; dobbiamo invece renderci conto chiaramente, che soltanto le leggi che agiscono oggidì nel regno vegetale odierno, quelle tali leggi che determinano la direzione della radice verso il basso e della fioritura verso l’alto, che tali leggi vigevano durante l’antica condizione solare nell’elemento aeriforme e nell’elemento-calore. Nessuna forma vegetale solida poteva naturalmente ancora esistere, Ma. dobbiamo raffigurarci quelle forze, che spingono i fiori verso l’alto e le radici verso il basso, operanti in una formazione di natura aerea, in modo che ci si, deve rappresentare l’antica condizione solare come uno sfolgorìo luminoso di forme floreali verso l’alto. Immaginatevi una sfera di gas, e in essa della luce vibrante, della luce vivente, che germogli, che nel germogliare faccia scattare l’elemento gassoso verso l’alto in forme di fiori di luce, e che d’altra parte si sforzi di trattenere in basso ciò che vuole per l’appunto sfolgorare, tenendo così a sua volta l’antico Sole unito attorno al centro; avete allora l’interiore tessitura di luce, calore e aria nell’antica condizione solare. Le leggi minerali si ripetono; ad esse si aggiungono le leggi vegetali; e ciò che dell’uomo allora esiste è esso stesso soltanto in uno stato di vegetalità.

Dove si potrebbe trovare oggidì qualcosa di paragonabile, se non del tutto, almeno sotto un certo rapporto, a questo intertramarsi vegetale che avveniva nell’antica sfera solare fatta di gas. di calore e di luce? A cercare coi sensi, che l’uomo oggidì possiede, nello spazio mondiale circostante, non si trova certo niente di paragonabile. A una data epoca dell’antico Sole, tutto ciò esisteva anche fisicamente, cioè fisicamente fino alla densità del gas. Oggigiorno non può esistere fisicamente. Il genere di attività, che a quell’epoca esisteva anche fisicamente, esiste oggi per gli uomini soltanto quando le facoltà chiaroveggenti di percezione si volgono verso la sfera del mondo supersensibile, là dove si trovano oggigiorno le entità fondamentali delle nostre piante fisiche esteriori, quelle, che nel corso di questi anni abbiamo imparato a conoscere come Anime collettive delle piante. Sappiamo, che a base di questa vegetalità esteriore, che si presenta oggi ai nostri sensi fisici, sta qualcosa, che possiamo chiamare Anime collettive. Oggi è possibile trovarle nel campo dello Spirito soltanto per mezzo della coscienza chiaroveggente. Ivi, le Anime collettive delle piante non si trovano in singoli individui vegetali, come le piante esteriori che crescono dal suolo della Terra, ma v’ha un’Anima collettiva per ciascuna specie, per la specie delle rose, per quella delle violette, per quella delle querci. Nel campo dello Spirito, non dobbiamo dunque cercare un’entità spirituale particolare per ogni singola pianta, ma dobbiamo cercare le Anime collettive per ogni specie. Queste specie delle piante, per il pensiero moderno, per questo pensiero misero, astratto, dell’epoca presente, non sono che astrazioni, concetti. Già lo erano nel Medio Evo, e giacché anche allora non si sapeva più nulla di ciò che opera e vive nello Spirito come base della materialità, sorse il famoso conflitto fra Realismo e Nominalismo: se, cioè, quel che esiste come specie sia un mero nome o abbia una realtà spirituale. Per la coscienza chiaroveggente tutto questo conflitto non ha alcun senso, perché quando fissa si volge al manto vegetale della nostra Terra, penetra attraverso la forma vegetale fisica esteriore in un campo spirituale. E in questo campo spirituale, appunto, le Anime collettive delle piante vivono come vere entità spirituali reali, e queste Anime collettive sono unica realtà con ciò che chiamiamo le specie delle piante. Al tempo, in cui la sfera di aria, calore e luce dell’antico Sole era nel pieno della sua vita, quando la luce che giuocava sulla superficie del gas ne lanciava fuori le forme luminose e scintillanti floreali dell’esistenza vegetale, queste forme erano la medesima cosa, e in forma fisica gassosa, che oggi si può ancora soltanto trovare nel campo spirituale come specie delle piante. Fissiamo bene questo punto, che cioè a quel tempo. durante l’antica esistenza solare, le specie delle piante, le specie di ciò che ricopre oggidì la nostra Terra come verdura, come fioritura, come albero e cespuglio, che tutto ciò permeava l’antico Sole come Anime collettive, come specie. L’uomo, per quel tanto che allora già esisteva, si trovava pure in uno stato vegetale. Egli era altrettanto poco in grado di destare nella sua interiorità come rappresentazioni, di risvegliare in stati di coscienza, ciò che si svolgeva attorno a lui, quanto è oggi la pianta di ridestare in stati di coscienza ciò che si svolge intorno ad essa. L’uomo stesso era in uno stato vegetale di esistenza, e anche la sua corporeità a quell’epoca rientrava fra le forme di luce, in continua via di accendersi e di estinguersi, il cui giuoco si moveva nella sfera gassosa solare. Perché infatti possa nascere anche la più primitiva delle forme di coscienza, occorre nel cosmo qualcosa di specialissimo. Finché il nostro elemento terrestre era ancora unito al sole, finché dunque – detto alla buona – la luce del sole non colpiva il globo terrestre dal di fuori, non poteva formarsi negli esseri dell’elemento terrestre ciò che si può chiamare «una coscienza». E neppure era fino allora possibile che il corpo fisico e il corpo eterico venissero compenetrati dal corpo astrale, che è la base dell’elemento coscienza. Se deve sorgere un principio di coscienza, occorre che si verifichi una separazione, una scissione, occorre che dall’elemento solare si distacchi un altro elemento. E questo avvenne durante la terza fase di evoluzione della nostra Terra, durante l’antica esistenza lunare. Quando l’antica esistenza solare prese fine ed ebbe attraversato una specie di notte cosmica, l’intero configurato tornò a sorgere, ormai però maturo a comparire come dualità, così che tutto l’elemento solare se ne uscì, organizzandosi in corpo cosmico, e l’antica Luna, sulla quale delle nostre condizioni elementari si trovavano soltanto l’elemento acqueo, quello aereo e il calorico, rimase indietro al di fuori dell’elemento solare. L’antica luna era l’elemento terrestre di quell’epoca, e soltanto perché gli esseri ch’erano su di essa potevano ricevere la forza del Sole dal di fuori, soltanto per questo fatto poterono accogliere in sé un corpo astrale, e sviluppare in sé un elemento cosciente; vale a dire, rispecchiare nell’esperienza interiore ciò che si svolgeva intorno a loro. Dunque l’animalità, un’animalità interiormente vivente, un essere che porti in sé la coscienza, è connessa con una scissione che si verificò entro gli elementi terrestre e solare. L’animalità comparve durante l’antica èra lunare, e l’uomo stesso, nei riguardi della sua corporeità, era sviluppato fino all’animalità. Di tutto questo, potete nella mia Scienza Occulta trovare una descrizione più minuta.

Così dunque noi vediamo, come questi tre modi di esistenza che hanno preceduto quello nostro terrestre, e che sono le condizioni necessarie per il divenire della nostra Terra, sieno sistematicamente collegati fra di loro. E durante la condizione lunare all’elemento gassoso si è aggiunto un elemento liquido, un elemento acqueo da una parte, e dall’altra un elemento sonoro, un elemento risonante; un elemento risonante che vi ho ieri descritto come un affinamento della condizione della luce. Così a un dipresso abbiamo una ripetizione dell’evoluzione. Ciò che era avvenuto durante quelle tre condizioni di esistenza tornava ora a risorgere come ricordo degli Elohim, a risorgere – come ieri abbiamo visto – a tutta prima in uno stato di confusione, indicato nella Bibbia con le parole che ieri ho spiegate più dettagliatamente, con le parole: «tohu-va-bohu». Nei raggi di forza che da un punto centrale irradiavano in fuori, e dalla periferia verso il centro, si chiusero dapprima i tre stati elementari, l’aria, il calore, e l’elemento acqueo, reciprocamente operando l’uno sull’altro. Essi erano ora indivisi; prima erano già stati separati. Sul Sole erano già separati, quando l’elemento gassoso si era distaccato dall’elemento calorico; e anche durante l’antica condizione lunare, in cui le tre forme dell’elemento calorico, dell’elemento gassoso e dell’elemento acqueo erano separate l’una dall’altra. Si trovavano ora di bel nuovo riunite alla rinfusa nel «tohu-va-bohu», ribollivano frammiste, in modo che in quella prima epoca del divenire della Terra non si poteva distinguere fra elemento acqueo, elemento gassoso ed elemento calorico. Tutto ciò operava alla rinfusa.

Il primo fatto nuovo fu la penetrazione in questa confusa miscela. dell’elemento-luce. E allora da quella attività animica spirituale, che vi ho descritta come una meditazione cosmica, si sviluppò un’attività che nel rimescolio dell’elementarità cominciò col separare l’antico elemento gassoso dall’antico elemento liquido; vi prego di fissare bene questo momento, che per così dire fece seguito al divenire della luce. Se si volesse tradurre in gelida prosa ciò che allora è successo, si dovrebbe dire: dopo che la luce penetrò nel «tohu-va-bohu», gli Elohim separarono ciò che già prima era un elemento gassoso, da ciò che prima era un elemento acqueo, di guisa che si poteva di nuovo distinguere ciò che aveva una formazione di natura gassosa, da ciò che nel senso antico era in condizione acquea. In quella massa dunque che era una confusa miscela delle tre condizioni elementari, si effettuò ora una separazione, e precisamente in modo’ che ne risultò una dualità: un elemento di caratteristica natura aerea, tendente a spandersi in tutte le direzioni, e un altro di carattere coesivo, coagulativo. Quest’ultimo è l’elemento acqueo. Al tempo di cui qui si parla, però, queste due condizioni elementari non erano ancora tali da potersi paragonare a ciò che oggi chiamiamo gas, o aeriforme, e acqua. L’acqua era alcunché di essenzialmente più denso – vedrete subito perché. D’altra parte, però, anche ciò che era aeriforme era tale, che, se vogliamo cogliere esattamente la natura che aveva a quel tempo, non possiamo trovare migliore modo di rendercene conto, che alzando dalla Terra lo sguardo in alto dove nelle formazioni aeree l’elemento acqueo si trasforma in gas, in vapore, e tende a salire in forma di nubi, per poi ricadere in basso come pioggia: un elemento dunque è ascendente, l’altro è discendente. Abbiamo dell’acqueo in entrambi, ma, uno di questi ha tendenza a formarsi in vapore, a salire come nuvola, e l’altro ha tendenza a riversarsi in basso, a precipitarsi in forme dotate di superficie. Questo non è naturalmente che un paragone, poiché ciò che descrivo si svolgeva allora nell’elementarità.

Se vogliamo dunque descrivere ciò che poi avvenne, dobbiamo dire: gli Elohim, per mezzo della loro riflessione cosmica, effettuarono la divisione nel «tohu-va-bohu» di due condizioni elementari. Una di queste aveva tendenza a spingersi in alto, a divenire vapore – questo è l’elemento acqueo che si trasforma in elemento gassoso –; l’altra aveva tendenza a riversarsi in basso – questo è l’elemento acqueo che sempre più si condensa. Questo è lo stato di cose, che viene abitualmente espresso nelle lingue moderne, per esempio in italiano, con le parole: «Gli Dei operarono qualcosa, frammezzo alle acque di sopra e le acque di sotto». Vi ho per l’appunto descritto ciò che gli Dei fecero. Essi operarono, che entro le acque, uno dei principii elementari avesse tendenza a uscir fuori, e l’altro tendesse a volgersi in dentro e a raggiungere il punto centrale. Con ciò che fu fatto frammezzo, non si vuole indicare nulla di materialmente afferrabile, ma l’effettuazione di una separazione in ordine a due caratteri di forze, che vi ho per l’appunto descritti. Se desideriamo averne un paragone esteriore, possiamo dire: «gli Elohim fecero che le acque, da una parte, s’inalzassero, tendessero alla forma di nubi, volessero irradiare fuori nello spazio cosmico; e che dall’altra volessero raccogliersi sulla superficie della Terra». La divisione era dunque di genere ideale. Anche la parola, perciò, che nella Genesi indica questa separazione, è da intendersi idealmente. Sapete che la Bibbia latina ha per questo passo la parola «firmamento». Per questo nella Genesi vi è la parola «raqia». Questa parola non indica assolutamente nulla, che si debba interpretare in modo esteriore sensibile, ma designa per l’appunto la separazione di due direzioni di forze.

Con questo abbiamo indicato ciò che nella Genesi vien descritto come secondo momento, in modo che, se lo volessimo tradurre nel nostro linguaggio, dovremmo dire: «gli Elohim. nel confuso e commisto turbinio di condizioni elementari, cominciarono col separare l’aria dall’elemento acqueo». Questa è anche l’esatta traduzione di ciò che la Genesi vuol dire: un principio che tende verso l’aria e che comprende naturalmente in sé anche l’elemento gassoso acqueo, e l’altro che si conglomera verso una maggiore densità. Ecco quello che gli Elohim separarono. Questo è il secondo momento nella storia della Creazione.

Ora procediamo verso il terzo momento. Che cosa avviene in esso? Quel che è stato mandato fuori, quel che irradia all’infuori, quel che tende alla formazione di nubi, ha raggiunto una condizione, che in certo modo è la ripetizione di una condizione precedente, ma in forma più densa di quella che non fosse sul Sole. Quel che invece ha avuto tendenza verso l’interiore, quel che in certo modo riproduce l’elemento densificato fino al grado acqueo dell’antica èra lunare, subisce ora un’ulteriore differenziazione. E questa nuova scissione costituisce ciò che rappresenta il terzo momento del divenire della Terra. Possiamo dire che nel secondo momento gli Elohim separarono l’aeriforme dall’acqueo. Così del pari, nel terzo momento, essi separano entro l’elemento acqueo quel che oggi noi conosciamo come acqua e qualcosa, che prima ancora non v’era, una nuova condensazione: il solido. Ora soltanto vien costituito il solido. Durante l’antica condizione lunare, questo solido, questo elemento terrestre non esisteva ancora; ora viene separato dall’elemento acqueo. Abbiamo dunque nel terzo momento del divenire della Terra un processo di densificazione, e dovremmo dire: «Come nel secondo momento, gli Elohim divisero gli elementi dell’aria da quelli acquei, così ora nel terzo momento essi separano, nell’antica sostanza lunare, il nuovo elemento-acqua da quello terrestre, il quale ora si presenta come alcunché di affatto nuovo». In fondo, tutto ciò che finora vi ho descritto, esisteva già prima, se pure in altra forma. Di nuovo vi è soltanto l’elemento terrestre, il solido, che appare ora nel terzo momento della Genesi; l’elemento terreo isolato dall’elemento acqueo, questo vi è di nuovo. E questo soltanto, dà la possibilità a ciò che prima già esisteva di presentarsi con nuovo aspetto. Ora, qual è il primo elemento che si è formato? Quello, che già sull’antico Sole si era formato e che nel sottile elemento gassoso dell’èra solare abbiamo descritto come vegetalità germogliate; che poi si è ripetuto sull’antica Luna nell’elemento acqueo, quando le forme delle piante nel senso odierno ancora non esistevano, e che soltanto ora, nel terzo momento, si ripete nell’elemento terrestre stesso. Per prima cosa, la vegetalità si ripete nell’elemento terrestre. Questo viene mirabilmente prospettato nella Bibbia. – Che cosa significhino i giorni, ve lo spiegherò più tardi, per ora, parlo della venuta della luce, di quella dell’aria, della scissione dell’acqua dal solido. il solido ora fa nascere da sé stesso una ripetizione della vegetalità. Il che ci viene descritto in modo meraviglioso e chiaro, quando ci vien detto, che la vegetazione germoglia dalla terrestrità, dopo che gli Elohim hanno separato l’elemento terreo dall’acqueo. Il germogliare della vegetalità nel cosidetto terzo giorno della Creazione è dunque una ripetizione, nel solido, di ciò che esisteva già durante l’antica esistenza solare, è come un ricordo cosmico. Nella riflessione cosmica degli Elohim, ciò che esisteva nell’antico Sole, in istato gassoso, risorgeva ora, ma in stato solido, come vegetazione. Tutto si ripete in altra forma. La vegetalità però è ancora in una condizione, in cui non è individualizzata come sulla nostra Terra. Ho perciò esplicitamente richiamato la vostra attenzione sul fatto, che le singole forme individuali delle piante, che cogliamo oggi fuori, nel mondo sensibile, ancora non erano durante l’antica esistenza solare, e neppure durante l’antica esistenza lunare, e neanche ora, nella condizione terrestre, là, dove questa vegetalità si ripete nell’elemento terrestre. Ciò che esisteva allora erano le Anime collettive delle piante, quello che oggi chiamiamo le specie delle piante, e che per la coscienza chiaroveggente non è niente di astratto, ma qualcosa che realmente esiste nel campo dello Spirito. A quell’epoca si manifestava in un campo supersensibile come ripetizione, e perciò ci viene descritta a quel modo. strano, quanto poco i commentatori della Bibbia abbiano saputo spiegare le parole, che sono tradotte generalmente in italiano come segue: «La Terra produsse l’erba verdeggiante e che fa il seme secondo la sua specie». Si dovrebbe dire: «come specie». Questa è la spiegazione. La vegetalità esisteva nella forma delle Anime collettive, come specie, e non ancora individualizzata, come oggidì. Tutta la descrizione del germogliare della vegetalità nel cosidetto terzo giorno della Creazione non. può comprendersi senza l’aiuto di questa natura collettiva delle anime. Dovete rodervi chiaramente conto, che non germogliò allora già nessuna pianta nel senso odierno, sibbene che, da un’attività animica cosmicamente pensante, germogliarono le forme delle specie; in altre parole: – germogliò un elemento animico collettivo della vegetalità. Così, nel momento in cui ci viene descritto come, nel cosidetto terzo giorno della Creazione, gli Elohim separarono il solido, il quarto stato elementare, dall’elemento acqueo, noi troviamo, che in questo stato solido, che certamente nella sua forma fondamentale elementare non sarebbe stato ancora visibile per uno sguardo esteriore ma soltanto per un occhio chiaroveggente, troviamo che in questo stato solido si ripetono le forme delle specie della vegetalità. L’animalità non può ancora ripetersi. Abbiamo già detto, che essa poteva presentarsi soltanto durante l’antica esistenza lunare dopo ch’era comparsa una dualità, dopo che l’elemento solare vi operava dentro dal di fuori. Una ripetizione di questo processo di distacco della Luna doveva dunque ancora verificarsi, prima che l’evoluzione, della vegetalità, potesse innalzarsi all’animalità. Perciò, dopo il terzo giorno della Creazione, viene detto come entro l’ambito del terrestre cominciassero ad agire l’elemento solare esteriore, quello lunare, e quello stellare; come cominciasse ad agire ciò che dal di fuori manda dentro i suoi raggi, e le sue forze. Mentre dobbiamo considerare tale azione in un primo tempo come un germogliar fuori dallo stato planetario stesso, ora si aggiunge ad essa qualcosa, che irradia da fuori in dentro, e che viene dallo spazio celeste. Con altre parole, questo processo dovrebbe ulteriormente venir descritto a un dipresso come segue: alle forze della sfera terrestre stessa, che dalla sua unità poteva ripetere solo quel tanto che nel passato come unità aveva prodotto, a queste forze della sfera terrestre gli Elohim; nella loro riflessione cosmica, aggiunsero l’azione delle forze, che dallo spazio cosmico esteriore fluivano sul pianeta. All’esistenza terrestre venne aggiunta l’esistenza cosmica. Non bisogna, per ora, vedere altro in ciò che viene descritto nel cosidetto quarto giorno della Creazione! Che cosa era dunque avvenuto in seguito a questa irradiazione che veniva dal di fuori? Ebbene, si potevano ripetere naturalmente i processi, che già erano stati durante l’antica esistenza lunare, ma in forma mutata. Durante l’antica esistenza lunare, si era sviluppato quel tanto che di animalità era possibile negli elementi aeri forme e acqueo; ciò che poteva vivere nell’aria e nell’acqua si era sviluppato come animalità; questo, per prima cosa, poteva ora ripetersi. Nella Genesi viene perciò raccontato in modo meravigliosamente esatto il principiare del brulichio nell’aria e nell’acqua, nel cosidetto quinto giorno della Creazione. Questa è la ripetizione dell’antica epoca Lunare, ma sopra un piano più elevato, dall’elemento terrestre, in una nuova forma.

Vedete, cari amici, queste cose sono fra quelle, in cui il nostro anelito spirituale si trasforma in un sentimento di profondo rispetto verso questi antichi documenti; e dalle concezioni della scienza dello Spirito ci si sente trasportati a un senso di interiore venerazione e devozione per queste antiche tradizioni. Ciò che la coscienza chiaroveggente trova, viene reso da questi antichi documenti con un linguaggio grandioso, primordialmente possente: torniamo a ritrovare ciò che prima già sapevamo, cioè, che dopo che si verificò l’irradiazione proveniente dal di fuori, poté ripetersi quel che nell’antica condizione lunare esisteva negli elementi aeriforme e acqueo. Che importano, di fronte a una cognizione come questa, che risveglia tutte le forze dell’anima nostra, le obiezioni intellettuali che così spesso si oppongono a queste cose? Che significa, sopra tutto, l’obiezione diretta a provare, che questi documenti sono stati creati in epoche primitive, in cui la conoscenza umana poggiava sopra punti di vista infantili! Bel punto di vista infantile, se ritroviamo in questi documenti ciò a cui di più elevato ci si possa innalzare! Quella medesima spiritualità, che oggi, unica e sola, può elevarsi alla comprensione di questa rivelazione, non è da attribuirsi pure a coloro che ci hanno dato questi documenti? non parlano forse gli antichi chiaroveggenti un linguaggio chiaro, con questi documenti che ci hanno lasciati? La conoscenza di ciò che risiede in questi documenti ci dà di per sé stessa la prova, che degli antichi chiaroveggenti ispirati ne furono gli autori. In verità, non ci occorre alcuna prova storica. Possiamo ottenere la prova soltanto, imparando ciò, che questi documenti contengono.

Se interpretiamo la cosa in questo modo, diciamo a noi stessi: «soltanto in ciò che è avvenuto dopo questo quinto momento. dopo il cosidetto quinto giorno della Creazione, poteva comparire qualcosa di nuovo». Perché ciò che doveva ripetersi si era ormai ripetuto. La terrestrità stessa, che era comparsa come nuovo elemento, poteva ora venir popolata dall’animalità e da tutto ciò che si stava sviluppando in fatto di formazione nuova. Vediamo perciò in modo grandiosamente realistico, come nel cosidetto sesto giorno della Creazione sia comparso ciò che, per così dire, è con la sua esistenza collegato, come nuovo elemento, all’elemento terrestre. Quell’animalità, della quale nuovamente viene detto che è stata creata nel sesto giorno della Creazione, è collegata all’elemento terrestre, e compare come un nuovo elemento. Così vediamo che fino al quinto giorno della Creazione abbiamo una ripetizione del passato a un grado più elevato, in nuova forma, ma che soltanto col sesto giorno della Creazione compare veramente ciò che è essenziale della terrestrità, comparisce ciò che soltanto per virtù delle condizioni dell’elemento terrestre è divenuto possibile.

Con ciò vi ho dato, per così dire, le linee generali dei sei giorni della Creazione. Vi ho mostrato, come coloro che hanno occultato la loro grande saggezza nella storia di questi sei giorni della Creazione, dovevano veramente essere consapevoli di ciò che germogliò come elemento nuovo. Ed erano consapevoli pure, che soltanto in questo elemento terrestre poteva penetrare ciò che costituisce l’essenza dell’uomo. Sappiamo, che quanto l’uomo ha attraversato durante le antiche condizioni di Saturno, del Sole e della Luna, costituiva degli stadii preparatorii per l’effettivo divenire dell’uomo. Sappiamo che durante l’antica esistenza di Saturno è stato nell’uomo sviluppato soltanto il germe del corpo fisico; durante l’antica condizione del Sole si è aggiunto ad esso il germe del corpo eterico, o corpo vitale e durante l’antica condizione lunare quello del corpo astrale. Quel che si è ripetuto fino al termine dei cosidetti cinque giorni della Creazione aveva dell’astralità in sé. Tutto ciò che era, aveva dell’astralità in sé. Nell’insieme di questo processo evolutivo, non divenne possibile di versare in un essere l’Io, il quarto organo dell’entità umana, se non dopo che le condizioni dell’elemento terrestre erano state completamente create. Così gli Elohim, durante i cinque cosidetti giorni della Creazione, andarono sempre ripetendo, a gradi più elevati, le condizioni precedentemente esistite, e prepararono in questa ripetizione l’elemento terrestre. Allora soltanto ebbero, perché la ripetizione avveniva in nuova forma, un vaso per l’essere, nel quale poterono imprimere la forma umana; e questo fu il coronamento dell’intera evoluzione.

Se si fosse verificata una semplice ripetizione, tutto l’insieme avrebbe potuto progredire soltanto fino all’animalità astrale. Ma siccome, fin dal principio, nei momenti in cui avveniva una ripetizione, veniva sempre versato qualcosa, che si palesò in ultimo come elemento terrestre, così alla fine ne uscì alcunché in cui i sette Elohim poterono versare tutto ciò che viveva in loro. Ho già descritto come ciò vivesse in loro, all’incirca come se si avesse un gruppo di sette uomini, ognuno dei quali avesse imparato alcunché di differente, avesse capacità diverse, ma che tutti lavorassero verso un medesimo scopo. Un’unica cosa essi vogliono fare; ognuno deve dare ciò che può di meglio. Da questo, nasce un’opera comune. Singolarmente, nessuno di essi ha forza sufficiente per compiere quest’opera; insieme uniti, ne hanno la forza. Che cosa si potrebbe dire di sette uomini siffatti che compiono in comune qualche opera? Si potrebbe dire, che essi plasmano quest’opera in modo, che corrisponda all'immagine, che essi si sono fatti del loro lavoro. Questo fatto dobbiamo tener presente come del tutto caratteristico, che cioè i sette Elohim agivano riuniti per portare in ultimo ad effetto il coronamento di questa loro azione, per versare – poiché a tutto veniva impresso un conio nuovo – la forma umana in ciò che poteva svilupparsi dalla ripetizione del passato. Perciò nella Genesi a un tratto si fa uso di un linguaggio affatto diverso. Prima tutto è espresso in modo ben determinato: «Gli Elohim crearono», «gli Elohim dissero», ecc. Ci troviamo di fronte a qualcosa, di cui abbiamo il senso, che era già prestabilito. Ora viene invece adoperato un modo diverso di parlare, quando si deve compiere il coronamento del divenire della Terra: «Facciamo», così generalmente viene tradotto, «facciamo l’uomo». Questo suona come una deliberazione dei sette riuniti, come appunto si suol fare quando si suol portare in comune un’opera a compimento. Dal che risulta, che in ciò che si presenta alla fine come coronamento dell’opera dell’evoluzione, dobbiamo vedere come un prodotto dell’azione riunita degli Elohim; che essi concorrono con quello di cui singolarmente ognuno di essi è capace a questa opera comune; e che così all’ultimo la forma eterica umana comparisce come espressione di ciò che gli Elohim si sono acquistati di capacità e di forze durante le antiche epoche di Saturno, del Sole e della Luna.

Con questo abbiamo indicato qualche cosa di straordinariamente importante. Abbiamo per così dire accennato a ciò che si può qualificare come dignità umana. Di ciò di cui veramente si tratta, la coscienza religiosa in molte epoche, attraverso i sentimenti che venivano risvegliati per mezzo di determinate parole, ha avuto un senso molto più esatto di quel che oggi non si abbia, e anche l’antico saggio ebraico ha sentito questo. Quando egli rivolgeva i suoi sentimenti verso i sette Elohim, sentiva, con tutta l’umiltà e la venerazione con cui si mira là in alto, come se dovesse pur tuttavia dire a sé stesso: «L’uomo è qualcosa di possente nel mondo, perché sette gruppi di attività dovettero unirsi per crearlo. La forma umana sulla Terra è una mèta per gli Dei!». Sentite tutta l'importanza di queste parole: «la forma umana è una mèta per gli Dei!». Perché, miei cari amici, se sentite tutta l'importanza di queste parole, direte a voi stessi: «Questa forma umana è qualcosa, verso cui la singola anima ha una straordinaria responsabilità, un dovere di renderla più perfetta che sia possibile. La possibilità della perfezione venne data nel momento, in cui gli Elohim presero la risoluzione di far concorrere tutte le loro capacità riunite verso un’unica meta. Ciò che è un retaggio degli Dei è stato affidato all’uomo, perché lo sviluppi a sempre maggiori altezze, fin nelle lontane epoche dell’avvenire. Sentite questa mèta, con spirito di pazienza e di umiltà, ma anche di forza, deve essere uno dei risultati che scaturiscono dalla visione cosmica, che possiamo riconnettere alle parole monumentali del principio della Bibbia. Queste parole ci svelano la nostra origine: nel contempo ci additano la nostra mèta, il nostro più alto ideale. Sentiamo di essere di origine divina; sentiamo però pure ciò che il dramma Rosicruciano cerca di indicare, quando l’Iniziato ha superato un determinato grado, quando egli si sente per così dire nel detto: «Uomo, sperimenta te stesso». Egli ben sente allora la sua debolezza umana, ma vicino a sé sente la sua mèta divina. Egli non fallisce più, non inaridisce più interiormente, ma si sente innalzato, si sente sperimentato interiormente, in quanto – potendo sperimentarsi nell’altro Sé, che a lui fluisce da qualcosa che è affine all’anima sua, perché è la sua propria mèta divina – egli sperimenta sé stesso.

5°Gli Elohim, nel loro essere e agire. Gli Eoni, Spiriti del tempo

Monaco, 20 Agosto 1910

Abbiamo rilevato come, nella descrizione che la cosidetta Genesi dà del divenire della Terra, ci venga data per dapprima una ripetizione di quegli stati precedenti dell’evoluzione, che oggidì non si possano arrivare a conoscere che per mezzo della ricerca chiaroveggente, per mezzo dunque di ciò che ho indicato come sorgente della concezione che la scienza dello Spirito ha del mondo. Se ancora una volta ci richiamiamo dinanzi all’anima ciò che per tal via siamo arrivati a conoscere sulle fasi dell’evoluzione nel corso di tempi, in cui ancora non esisteva niente del nostro elemento terrestre, possiamo dire, che ciò che poi è divenuto il nostro sistema solare, era a quell’epoca racchiuso in un’esistenza planetaria, che noi designamo col nome di antico Saturno. E terremo ben presente, che questo antico Saturno era un intertessersi di meri stati di calore, un intertramarsi di condizioni di calore. A colui il quale, conformandosi ai nostri odierni concetti della fisica, si scandalizzasse perché vien qui parlato di un essere cosmico costituito di solo calore, ricorderò quanto ieri l’altro ho detto: che, cioè, tutte le obiezioni di carattere cosidetto scientifico moderno che si possono sollevare contro quello che oggi o in genere qui vien detto, potrei sollevarle io stesso. Ma in verità non è il momento di occuparci in queste conferenze di tutto ciò che la credula scienza moderna potrebbe dire. Di fronte alle fonti della ricerca spirituale scientifica, tutto ciò che da questo ambiente della scienza moderna potrebbe venir detto, appare molto dilettantistico. Proprio per tener conto di tante obiezioni che da questa parte vengono sollevate, intendo un giorno (e principierò col ciclo che terrò nel corso della primavera prossima a Praga) cominciare a parlare, non solo di tutto ciò con cui si può giustificare la scienza dello Spirito, sibbene (perché le menti moderne si possano così rasserenare) anche di ciò, con cui la si può confutare. Perciò il ciclo delle mie conferenze a Praga sarà preceduto da due conferenze pubbliche, di cui la prima s’intitolerà: a Come si confuta la scienza dello Spirito?», e la seconda: «Come si sostiene la scienza dello Spirito?». E terrò poi queste conferenze in altri luoghi, e la gente potrà vedere, che avrebbero potuto essere dette da noi stessi e che sono a nostra piena conoscenza le ‘obiezioni, che da una parte o da un’altra possono sollevarsi contro l’insegnamento che si basa sulla scienza dello Spirito. Questa è solidamente fondata in sé stessa, e chi crede di poterla confutare, ancora davvero non la conosce. Nel corso del tempo, questo verrà sufficientemente dimostrato. In ordine a quella condizione di calore dell’antico Saturno, vorrei ancora richiamare l’attenzione su alcune osservazioni che ho fatte nella mia Scienza Occulta, con le quali potranno alquanto tranquillizzarsi anche coloro, che si sentono spinti dalla loro educazione scientifica a sollevare delle obiezioni.

Dopo queste premesse, intendo tornare ora a parlare con piena libertà e franchezza, dal punto di vista scientifico-spirituale, senza curarmi di ciò che, con le migliori intenzioni, può venir obiettato in contrario.

Sull’antico Saturno vi era dunque un intrecciarsi di stati di calore. Rendiamoci ben conto di ciò. Secondo la Genesi, si verifica nel corso del divenire della Terra una ripetizione di questa antica esistenza saturnia, la quale, come già si è detto, è un intrecciarsi di stato di calore o di fuoco. Questo è il primo punto che vogliamo tener fermo, riguardo all’esistenza elementare. E vi prego in genere di considerare, in quale senso, a proposito di una condizione di esistenza così elevata come è quella di Saturno, si parli di calore o di fuoco. Non ci avviciniamo a ciò che in quella condizione di esistenza viene indicato come calore o fuoco, se, per esempio, accendiamo un fiammifero o una candela e studiamo il calore o il fuoco nell’esistenza fisica. Dobbiamo piuttosto raffigurarci ciò che lì è calore, ciò che lì chiamiamo fuoco, sotto un aspetto molto più spirituale o – per dir meglio – più animico. Se vi sentite come un essere che in sé porta calore, se, per così dire, sentite un vostro proprio calore, se sperimentate animicamente un vostro proprio calore, converrà che consideriate questa vostra esperienza, l’esperienza di questo sentimento, come qualcosa che vi può dare un’idea approssimativa dell’intrecciarsi di stati di calore nell’antico Saturno.

Procediamo poi fino all’antica esistenza solare, seconda condizione di evoluzione del nostro pianeta, e diciamo, che, nell’esistenza elementare, il calore si è densificato fino a ciò che possiamo chiamare gas, o aeriforme. Nell’esistenza elementare dell’antico Sole dobbiamo dunque distinguere calore e ciò che ha forma di gas o di aria. Abbiamo però già indicato, come alla condensazione del calore in aeriforme, vale a dire a una discesa degli stati elementari verso densità maggiori, stia connessa una ascesa – si possiamo darci questo nome – verso condizioni più sottili, verso condizioni più eteree. In modo che, se designamo la condizione elementare immediatamente al di sotto del calore come natura aerea, dobbiamo indicare la condizione elementare immediatamente al di sopra del calore come avente natura di luce, come etere di luce. Se dunque abbracciamo con lo sguardo il complesso delle condizioni elementari durante l’antico stato solare, possiamo dire: nell’antico Sole c’era un intertramarsi di calore, luce e aria. E tutto ciò che viveva là, durante quell’antica condizione solare, si manifestò entro questi stati di calore, di luce e di aria. Dobbiamo però renderci ancor una volta chiaramente conto, che, quando volgiamo lo sguardo semplicemente verso queste manifestazioni elementari di calore, luce e aria, non abbiamo, per così dire, che la parte esteriore, la maya, l’illusione di ciò che effettivamente esiste. In realtà, sono delle entità spirituali che si palesano esteriormente per il tramite del calore, della luce e dell’aria. È a un dipresso come se stendessimo la mano in un ambiente riscaldato e dicessimo a noi stessi: il calore che vi è in questo ambiente è dovuto al fatto, che vi è qui un Essere che spande calore, e nello spandimento di calore ha un Mezzo di manifestazione). Se poi procediamo all’antica Luna, torniamo ad avere come stato centrale il calore; al di sotto, la condensazione del calore in gas o aeriforme, e più sotto ancora, la condensazione in acqua. Dall’altra parte troviamo di bel nuovo la luce. Abbiamo poi, quasi disteso al di sopra della luce, come stato più sottile, più eterico, quel che ho già descritto dicendo: ciò che agisce dentro le nostre materie come quel principio ordinatore che effettua le combinazioni chimiche e le decomposizioni chimiche, ciò che l’uomo riconosce con i suoi sensi esteriori soltanto quando si trasmette per il tramite dell’aria, ma che in modo spirituale sta a base di qualsiasi esistenza, lo possiamo designare come etere di suono o etere sonoro; o anche, poiché questa sonorità spirituale riordina l’esistenza materiale secondo misura e numero – come etere dei numeri. Diciamo dunque: si sale dalla luce al suono, senza però confondere questo suono col suono esteriore, che viene trasmesso per mezzo dell’aria, ma vedendo in esso qualcosa, che è percepibile soltanto quando il senso chiaroveggente dell’uomo viene in certo modo destato. Entro questa antica Luna dunque, in tutto ciò che è nella Luna stessa e che in essa agisce dal di fuori – in tutto ciò dobbiamo vedere in fatto di stati elementari: calore, aria, acqua, luce, suono.

Risalendo poi alla quarta esistenza della Terra, al vero divenire della Terra, vengono, come nuove condensazioni e rarefazioni di questi stati elementari, ad aggiungersi in basso e in alto, l’elemento terreo o solido, e ciò che chiamiamo il vero etere vitale, un etere ancora più sottile dell’etere suono. In modo che possiamo descrivere l’esistenza elementare terrestre come segue: il calore c’è ancora come stato centrale; come condizioni di condensazione abbiamo l’aeriforme, l’acqueo e il solido, come condizioni invece di rarefazione abbiamo la luce, il suono e l’etere vitale. Ma, perché in questa spiegazione non rimanga niente di oscuro, ripeto di nuovo ben chiaramente, che ciò che è indicato come elemento terreo o solido non va confuso con quello che la scienza moderna indica come terreo. Ciò che vien designato con questo nome nelle nostre presenti spiegazioni, è qualcosa che non è direttamente visibile nell’ambiente che ci attornia. Certamente, in occultismo, ciò, su cui camminiamo quando calchiamo il suolo della nostra Terra, è «terra» in quanto è solido – ma anche l’oro, l’argento, il rame, e lo zinco sono terra. Tutto ciò che è sostanza solida, secondo l’occultismo, è terra. Il fisico odierno, dal suo punto di vista, dirà naturalmente: tutta questa distinzione è priva di valore; noi distinguiamo i nostri vani elementi, ma di ciò che risiede a base di essi, per così dire, come sostanza originaria, come elemento terreo, non sappiamo niente. Soltanto quando lo sguardo veggente penetra in ciò che viene rappresentato negli elementi esteriori della scienza, nei settanta elementi circa, e ricerca il fondamento degli elementi solidi, ossia, le forze che portano la materia allo stato solido – soltanto, dunque, quando si penetra dietro all’esistenza sensibile, si trovano quelle forze che costruiscono, formano e compongono ciò che nel senso dell’occultismo è il solido, il liquido, l’aeriforme. E di queste vogliamo parlare; di queste si parla pure nella Genesi, sol che la si comprenda bene. Di questi quattro stati, per la retta comprensione della Genesi, dobbiamo dunque dire, che i primi tre si devono nella nostra esistenza terrena comecchessia ripetere, mentre il quarto sorge nuovo entro la nostra esistenza terrestre. In base a ciò, cerchiamo ora di mettere alla prova la nostra Genesi. E mettiamola alla prova con i mezzi, che ci siamo acquistati nei giorni passati. Si dovrebbe dunque trovare nel divenire della nostra Terra una specie di ripetizione dell’antica condizione saturnia. Si dovrebbe dunque, in altre parole, ritrovare l’antico calore di Saturno, operante come espressione di una spiritualità animica. E lo ritroviamo di fatto, se interpretiamo la Genesi correttamente. Vi ho detto, che le parole che vengono generalmente tradotte: «lo Spirito degli Elohim covava sopra le acque», significano in realtà, che l’elemento spirituale animico degli Elohim si espande, e che quell’elemento calorico, del quale dobbiamo raffigurarci che durante la covatura irradia verso il basso, dalla gallina fin dentro le uova, che tale elemento, dico, permea quanto vi era allora in fatto di esistenza elementare. Nelle parole: «Lo Spirito degli Elohim traversa coi suoi raggi, covando calore, l’esistenza elementare, o le acque», avete l'indicazione della ripetizione dell’antico calore saturnio.

Proseguiamo. La fase seguente dovrebbe essere tale, da rappresentare una ripetizione dell’antica esistenza solare. Non teniamo per ora conto di quello che abbiamo nell’esistenza solare come stato di condensazione, e che da calore divenne aria, sibbene di ciò che si presentò come rarefazione, dell’elemento luce. Consideriamo dunque il fatto che durante la condizione solare la luce penetrò nel nostro spazio cosmico; la ripetizione di questa antica condizione solare nel divenire della Terra sarà allora la comparsa della luce. Questo è espresso nelle parole primordiali possenti: «E gli Elohim dissero: Sia fatta la luce e la luce fu fatta». La terza ripetizione dovrà essere resa dal fatto, che, in ordine agli stati elementari più sottili, ciò che chiamiamo etere-suono o etere sonoro ordinatore, penetra irradiante nel divenire della nostra Terra. Vediamo dunque se anche questa condizione lunare viene in qualche modo indicata nella sua ripetizione. Come dovrebbe venire indicata nella Genesi? A un dipresso così: nei rapporti delle sostanze elementari del divenire della Terra, il suono dovrebbe intervenire con un’azione ordinatrice analoga a quella che si svolge, quando si passa un archetto di violino sopra una lastra cosparsa di polvere finissima, e ne risultano le cosidette figure acustiche di Chladni. Nel corrispondente periodo di ripetizione, dovrebbe spuntar qualcosa, che ci significasse, che intervenne l’etere-suono o sonoro e ordinò le materie in un determinato modo. Che cosa però ci vien detto di quel tale momento del divenire della nostra Terra, che seguì la comparsa della luce? Ci vien detto, che venne dagli Elohim suscitato qualcosa in mezzo alle masse di sostanze elementari, per cui queste masse elementari – come ieri vi ho descritto – si riordinarono, affluendo verso l’alto e raccogliendosi verso il basso. Penetra un elemento di forza, ordinatore, e dà ordine alle masse elementari: così come il suono penetra nelle masse di polvere e produce le figure acustiche di Chladni. Come in queste la polvere si riordina, così si riordinano le masse elementari, irradiando e raccogliendosi. La parola «raqia» che sta a questo punto, per indicare ciò che gli Elohim introdussero allora nelle masse di sostanze elementari, è una parola difficile a tradursi, e le abituali traduzioni non arrivano a renderla giustamente. Se si considera tutto quanto, anche nel mero campo filologico, si può oggi metter insieme per spiegare questa parola, si deve dire: traducendola con «firmamento» o anche con «padiglione» o con «dilatazione», non si è fatto molto; perché in questa parola v’ha un che di attivo, di suscitante. E una filologia più precisa troverebbe che in questa parola risiede per l’appunto ciò che qui vien indicato: «gli Elohim suscitarono nelle masse di sostanze elementari qualcosa, che si può paragonare a ciò che viene suscitato nella polvere delle figure acustiche di Chladni, quando il suono v’interviene con la sua azione ordinatrice. E come questa polvere si va ordinando, così la massa di sostanza elementare viene ordinata verso l’alto e verso il basso, nel cosidetto secondo giorno della Creazione. Nella Genesi vediamo così intervenire l’etere del suono dopo quello della luce e regolarmente, con il cosidetto secondo giorno della Creazione, abbiamo dinanzi a noi ciò che, sotto un dato rapporto, dobbiamo interpretare come una ripetizione dell’esistenza lunare. Vedrete poi, come queste ripetizioni non possano verificarsi in modo completamente separato, ma come, per così dire, esse si sovrappongano. E ciò che nelle spiegazioni di oggi potrà apparentemente sembrare in contradizione con quelle di ieri, troverà in seguito la sua spiegazione. Le ripetizioni avvengono in modo, che prima se ne verifica una, come quella che ora descrivo, e dopo se ne verifica una più vasta, come quella che ho descritta ieri. Dopo il momento in cui la Terra è divenuta, quando, cioè, l’etere del suono ha ordinato le sostanze in modo, che alcune irradino verso l’alto e altre verso il basso, dobbiamo aspettarci che compaia qualcosa, che abbiamo indicato come uno stato più sottile, come l’elemento propriamente terrestre, e che abbinino chiamato vita, etere della vita. Al cosidetto secondo giorno della Creazione dovrebbe dunque seguire qualcosa, che ci dimostri, come nelle masse elementari della nostra Terra sia affluito l’etere vitale, così come in esse erano prima affluite la luce e l’etere ordinatore sonoro. Dovremmo nella Genesi trovare qualche cenno, che c’indichi che allora comparve l’etere vitale e suscitò la vita, ne provocò lo sviluppo. Esaminate il terzo momento del divenire della Terra nella Genesi. Vi si racconta, come la Terra germini il verdeggiante, il vivente, la vegetazione erbacea ed arborea – giusta quanto ieri ho detto: come specie. Avete qui, rappresentato in modo vivente, l’affluire dell’etere vitale, che suscita tutto ciò, di cui si parla a proposito del terzo giorno. Avete dunque nella Genesi tutto ciò, che l’occultismo per mezzo delle forze chiaroveggenti può scoprire, e a cui noi dobbiamo attenderci, se la Genesi realmente proviene da tale conoscenza occulta. E di questa origine troviamo la conferma, sol che si voglia comprendere la Genesi correttamente. È meraviglioso, come le indagini operate indipendentemente da ogni tradizione si trovino poi confermate dalla Genesi. Vi posso assicurare, che nella descrizione, che ho data nella mia Scienza Occulta, del divenire della Terra come una ripetizione dell’antico Saturno, dell’antico Sole e dell’antica Luna, io mi sono astenuto premeditatamente e scrupolosamente da qualunque notizia, che in un modo qualsiasi avrebbe potuto essere attinta dalla Genesi. Ho registrato soltanto quei risultati, che possono trovarsi indipendentemente da qualunque documento esteriore. Ma se poi paragonate quanto è stato trovato indipendentemente da ogni documento, con la Genesi, questa vi si rivela come un documento, che ci dice lo stesso di ciò, che per virtù delle nostre ricerche, eravamo già in grado di comunicare. Questa è la meravigliosa armonia, alla quale già ieri ho accennato, per la quale, in certo modo, quelle cose stesse che noi possiamo dire di scienza propria ci vengono pure risuonando incontro da organi veggenti, che da millenni ci hanno parlato.

Quando dunque consideriamo gli elementi più sottili dell’essere della nostra Terra, vediamo in ciò che vien chiamato i primi tre giorni della Creazione l’azione successiva di calore, luce, etere sonoro ed etere vitale, e in ciò che in sé è in movimento, in sé è animato, vediamo contemporaneamente svilupparsi gli stati di condensazione: del calore vediamo svilupparsi l’aria, poi l’acqua, poi il solido, il terreo, in quel modo che vi ho descritto. Così gli stati di condensazione e quelli di rarefazione s’ intessono gli uni con gli altri, e noi acquistiamo una immagine cosmica unitaria del divenire della nostra Terra. E quando parliamo a questo modo dagli stati più densi, del calore, dell’aria, dell’acqua e della terra, o di quelli più sottili, della luce, dell’etere del suono e di quello della vita, abbiamo a che fare con aspetti di manifestazione, con vesti esteriori di Entità animico-spirituali. Di queste Entità animico-spirituali, si presentano davanti all’occhio dell’anima nostra, nella Genesi, anzitutto gli Elohim: e ai sensi della nostra scienza dello Spirito, deve affacciarsi per noi il quesito: di che natura erano veramente gli Elohim, che specie di Entità erano? Per poterci orientare completamente, ci occorre, per così dire, di potere inquadrare queste Entità nel nostro ordinamento delle gerarchie. Vi ricordate certamente, da quanto è stato detto nel corso delle conferenze dei passati anni, o da ciò che si può leggere nella mia Scienza Occulta, che nell’ordine delle Gerarchie si distingue, cominciando dall’alto, anzitutto una triade, che indichiamo come Serafini, Cherubini e Troni. Sapete che riconosciamo poi un’altra triade, che indichiamo come Kyriotetes o Dominazioni, Dynamis o Virtù ed Exusimi o Manifestazioni, Potenze. Se poi consideriamo la triade più bassa e usiamo le espressioni cristiane, parleremo di Archai, o Forze Primordiali, o Principii Primordiali, o Spiriti della Personalità, di Archangeloi, o Arcangeli, di Angeloi o Angeli, cioè di quelle entità spirituali che più sono vicine all’uomo. Allora soltanto, nell’ordine delle Gerarchie, arriviamo all’uomo stesso, come decimo arto nel nostro ordinamento gerarchico. E dobbiamo porci il quesito: a quale punto di questo ordinamento appartengono gli Elohim? Dobbiamo allora svolgere lo sguardo alla seconda triade, a quelle entità che chiamiamo Exusiai, o Potenze, Spiriti della Forma. Così abbiamo il grado gerarchico degli Elohim. Da quanto abbiamo esposto nel corso dei passati anni sappiamo che, durante l’esistenza dell’antico Saturno, le Archai, Spiriti della Personalità, si trovavano a quel grado di umanità, al quale attualmente ci troviamo noi. Durante l’antica esistenza solare si trovavano al grado di umanità gli Arcangeli o Archangeloi, durante l’antica esistenza lunare gli Angeli o Angeloi, e durante l’esistenza terrestre è l’uomo che si trova al grado di umanità. Un grado al di sopra degli Spiriti della Personalità vi sono gli Spiriti della Forma, le Exusiai, quelle stesse che chiamiamo Elohim. Queste sono dunque entità spirituali, le quali, quando la nostra esistenza planetaria ebbe principio con l’antico Saturno, avevano già superato il grado dell’esistenza umana; entità spirituali elevate, superiori, le quali avevano già attraversato il loro grado di umanità prima dell’antica epoca di Saturno. Rappresentandoci tutto ciò dinanzi all’anima, acquistiamo un’idea dell’elevatezza di questi Elohim e sappiamo che essi, per così dire, stanno nell’ordine delle Gerarchie di quattro gradi al di sopra di quello dell’umanità. Quel che dunque allora tesseva, quel che allora – se mi è consentito di far uso di nuovo della parola – rifletteva cosmicamente e per virtù della sua cogitazione attuava l’esistenza della nostra Terra, sta nell’ordine delle Gerarchie di quattro gradi al di sopra dell’uomo, e con la sua cogitazione può esercitare un’azione creativa, quale l’uomo può esercitare soltanto nei riguardi delle formazioni del suo pensiero. E perché di quattro gradi superiore a quella umana, questa meditazione degli Elohim non è semplicemente un riordinare, un formare, un creare in un mondo di idee, ma questa meditazione degli Elohim è un formar esseri, è un crear esseri.

Dopo queste premesse deve sorgere in noi il quesito: che avviene delle altre Entità delle Gerarchie? In primo luogo ci interessa ciò che, secondo la Genesi, è avvenuto di quelle indicate appunto come Archai e Spiriti della Personalità. Secondo il nostro ordine gerarchico, sona le prime che si trovano scendendo al di sotto degli Elohim. Ricordiamoci dunque ancora una volta, che negli Elohim abbiamo delle entità di grande elevatezza, le quali all’epoca dell’antica esistenza saturnia già avevano superato il grado di umanità. Queste entità degli Elohim accompagnarono, creando e riordinando, l’esistenza dell’antico Saturno, quella dell’antico Sole e quella dell’antica Luna e s’ ingerirono anche nell’esistenza della Terra. Che possiamo ora attenderci da quella gerarchia che si trova immediatamente al di sotto della Gerarchia degli Elohim, dagli Spiriti della Personalità? Nulla ci racconta la Genesi in proposito? Se consideriamo gli Elohim come le Entità superiori, eccelse, che possiamo riconoscere ai sensi della Genesi, dovremmo veramente aspettarci che queste Forze primordiali, o Principii Primordiali, o Spiriti della Personalità operassero, in certo modo, come entità che assistevano le prime. Ci dice forse la Genesi qualcosa del fatto, che gli Elohim, dopo aver esplicato le grandi attività creatrici, si servirono poi, per le attività di ordine inferiore, delle Archai, dei Principii Primordiali, come di loro ministri? Le attività principali, più vaste, le espletarono gli Elohim; quando però gli Elohim ebbero tracciato le grandi linee, ebbero sviluppato le grandi forze creatrici, collocarono essi poi in modo e al posto giusto, per esempio, le Archai o Spiriti della Personalità? Volendo trovare una risposta a questo quesito, se, cioè, la Genesi parli del fatto che gli Elohim si servirono di tali entità a loro subordinate e le collocarono al posto loro, dobbiamo ancora una volta comprendere la Genesi in modo corretto. Vi è ora un punto nell'interpretazione della Genesi che è una vera crux per tutta l’esegesi esteriore, e ciò per la ragione che già da secoli questi commentatori esteriori della Bibbia non hanno assolutamente tenuto conto alcuno di quanto la ricerca occulta ha da dire sul significato effettivo delle parole che stanno al principio della nostra Bibbia. È una croce nell'interpretazione della Genesi! Basta esaminare quello che da lungo tempo se ne è scritto, per constatare questo fatto. Nella Genesi sta scritto ciò, che nelle lingue moderne viene reso in modo, da corrispondere a un dipresso all’italiano: «E gli Elohim divisero la luce dalle tenebre», e viene poi descritto come, per così dire, luce e tenebre si alternassero. Tornerò più tardi ad esaminare con maggiore esattezza quelle parole. Per il momento mi servirò delle parole del linguaggio moderno – non sono esatte, e devono servire soltanto provvisoriamente. A un determinato punto sta detto: «Si fece sera e si fece mattina, un giorno»; e più avanti: «E gli Elohim nominarono la luce giorno». I commentatori esteriori trovano qui veramente la loro croce. Che cosa è dunque un giorno della Creazione? La mente ingenua vede in un giorno qualcosa che ha 24 ore di durata, che alterna dalla luce alle tenebre come le nostre giornate, durante le quali vegliamo e dormiamo. Orbene, sappiamo tutti quanto ridicolo sia stato accumulato su questo concetto ingenuo della Creazione del mondo in sette giorni siffatti. Sapete forse pure quanti sforzi, e – si può dire – quanti sforzi da dilettanti, siano stati fatti per dare ai giorni della Creazione un’interpretazione qualsiasi di periodi più o meno lunghi, come di periodi geologici, ecc., perché un giorno della Creazione significhi un periodo di tempo più lungo. La prima difficoltà si affaccia però naturalmente, quando si considera il cosidetto quarto giorno della Creazione, in cui, secondo la stessa Genesi, si dice per la prima volta, che il sole e la luna vengono disposti come regolatori del tempo. Ora, ogni bambino oggigiorno sa che il regolamento della nostra giornata di 24 ore dipende dal rapporto della Terra col Sole. Ma. se questo è stato stabilito soltanto nel quarto giorno, non si può prima di allora parlare di giorni siffatti. Chi perciò volesse attenersi all’ingenua credenza, che nella Genesi si tratti di giornate di ore, peccherebbe contro la Genesi stessa. Vi possono essere mentalità siffatte; ma bisogna risponder loro, che esse stesse non si basano certamente sulla Rivelazione, se ritengono che si tratti di giornate come le nostre. Non vale qui proprio la pena di esaminare tutte le spiegazioni arbitrarie, che sono affacciate da coloro, che cercano in qualche modo di dare un’interpretazione geologica a questi giorni della Genesi. Perché in tutta l’ampia cerchia della letteratura biblica, non vi è il minimo cenno, che possa servire a giustificare l’affermazione che con la parola «yom» nella Bibbia, si possa trattare anche lontanamente di un periodo geologico. D’altra parte, sorge ora per noi il quesito: «Che cosa significa questa parola «yom», che viene ordinariamente tradotta come «giorno»? Che cosa significhi, possono valutarlo soltanto coloro, che sono in condizione di penetrare con tutto il loro sentimento negli antichi modi di qualificare, nelle antiche nomenclature. Occorre avere sensazioni e sentimenti affatto diversi da quelli che si hanno oggidì, se ci si vuole trasporre nelle antiche terminologie. Ma, per non sorprenderci troppo, vorrei ricondurvi indietro a passo a passo; vorrei prima ricondurvi a un’antica dottrina, che viene dagli gnostici. In essa si parlava di Potenze, che partecipano all’evoluzione della nostra esistenza, che una dopo l’altra s’ingeriscono in questa evoluzione della nostra esistenza, e queste Potenze, queste Entità, venivano chiamate «eoni». Si parlava degli Eoni degli gnostici. Per Eoni, non s’intendevano dei periodi di tempo, ma delle entità. Quel che s’intendeva dire, era che un primo Eone svolge la sua azione e termina ciò che è capace di compiere: esso viene allora rilevato da un secondo, e questo, quando ha finito di esplicare le proprie forze, viene a sua volta rimpiazzato da un terzo, e così di seguito. A siffatte entità, che si susseguono e si dànno il cambio nel guidare l’evoluzione, alludevano gli gnostici, quando parlavano di Eoni. Solo molto più tardi, il concetto puramente astratto di tempo venne collegato a ciò, che la parola Eone significava originariamente. Eone è qualcosa di esistente, qualcosa di vivo ed esistente. E altrettanto vivente ed esistente quanto Eone, è pure ciò, che viene indicato con la parola ebraica: «yom». Non si tratta qui di una semplice indicazione astratta di tempo, ma di qualcosa di esistente. Yom è un’entità. E quando si tratta di sette siffatti Yom che si susseguono, si tratta di sette entità, o, se volete, di sette gruppi di entità, che si danno il cambio. Abbiamo qui un caso uguale a quello, che si cela dietro ad un’altra analogia di nomi. Vi è nelle lingue più ariane, un’affinità fra le parole «deus » e « dies », Dio e giorno. Interiormente esse sono essenzialmente affini, e nei tempi più antichi si sentiva assolutamente l’affinità fra «giorno» e un’Entità, e quando si parlava dei giorni della settimana, come noi parliamo di Domenica, Lunedì, Martedì, ecc., non s’intendeva indicare con quelli soltanto dei lassi di tempo, ma con «dies», s’intendeva pure parlare di quei gruppi di entità. che sono operosi nel Sole, nella Luna, in Marte. La parola yom, che vi è nella Genesi e che generalmente vien tradotta come giorno, interpretatela invece come entità spirituale; avete allora quelle Entità, che stanno gerarchicamente di un grado al di sotto degli Elohim, e delle quali gli Elohim si servono come di Spiriti subordinati. Quando gli Elohim, per mezzo delle loro forze superiori e riordinatrici, ebbero effettuato che la luce fosse fatta, posero al proprio posto Yom, la prima Entità, il primo degli Spiriti del Tempo o Archai, secondo queste parole primordiali. Cosi, queste entità spirituali, che chiamiamo Spiriti della Personalità, o Principii Primordiali, sono lo stesso di ciò che, nella Genesi, vien chiamato; periodi di tempo: giorno, Yom. Gli Spiriti che servono gli Elohim sono quelli, i quali, per così dire, eseguiscono ciò che, da un punto di vista più elevato, gli Elohim hanno disposto. Quelli fra voi che hanno ascoltato le conferenze che ho tenute poco tempo addietro a Cristiania, si ricorderanno che ho allora pure indicato le Archai come Spiriti del Tempo, che ho accennato come queste Entità spirituali agiscano tuttora come Spiriti del Tempo. Queste erano le Entità che servivano gli Elohim; gli Elohim le impiegarono, per così dire, perché attuassero ciò che essi stessi disponevano a grandi linee, in conformità del loro piano. Così però, anche per la nostra sapienza, tutto si coordina in un grande sistema, Ma certo, non è che dopo aver seguito per anni quello che vi ho detto, che potrete acquistare una visione generale giusta del modo, come tutto realmente, e senza residuo, so coordini. Possiamo dunque dire: Gli Elohim, come Entità elevate, intervennero in quel fervore d’intertessitura che si faceva fra i diversi eteri, di aria, acqua e terra; e adibirono come loro servi – se ci è consentito d’ impiegare questa espressione grossolana – le Entità che si trovavano al di sotto di loro. Ad esse impartirono, per così dire, degli ordini; e ad esse, nel momento in cui ebbero versato la luce nell’esistenza, affidarono l’ulteriore perfezionamento di ciò che avevano ordinata. Così possiamo dire: Dopo che gli Elohim ebbero creato la luce, posero al proprio posto il primo Spirito del Tempo, che ad essi serviva. Questo si nasconde dietro l’espressione comune: il primo giorno. Potremo però comprendere il significato ancora più profondo di questo «primo giorno», soltanto quando avremo anche compreso le parole che accompagnano questa frase: «Si fece sera, si fece mattina, il primo giorno». Entrò dunque in azione il primo Spirito del Tempo. E con ciò è connesso quel che si può descrivere come una condizione alternante di «ereb» e «boker». Ereb non è ciò che vien reso con sera, nè boker è ciò che vien reso con mattina. Se vogliamo trovare delle parole in certo modo adatte al caso, dobbiamo dire: Si fece ereb, la confusione; e di poi seguì boker: l’ordine, l’armonia, e in ciò operava il primo degli Spiriti del Tempo.

6°Luce e tenebre. lom e laila

Monaco, 21 Agosto 1910

Se torniamo a volgere lo sguardo sul quadro, che abbiamo ottenuto, del primo momento del divenire della Terra, ci potranno colpire parecchie cose che sono rimaste ancora oscure. Da quel che abbiamo esaminato finora insieme, ci risulta difatti, che nelle parole usate dalla Genesi dobbiamo cercare realtà di esseri molto più di quanto non trasparisca dalle solite traduzioni della Bibbia.

Abbiamo ieri accennato che la parola Yom – giorno – non è quel concetto astratto, quel concetto astratto di tempo, che oggi indichiamo come giorno, ma che con questa parola si dinota una realtà di esseri, e precisamente quelle Entità che, nell’ordine delle Gerarchie, noi indichiamo come Spiriti della personalità, Spiriti del Tempo, Archai. L’avvertimento, che abbiamo già spesso ripetuto, che, cioè, dovunque, dietro questa attività tessitrice e vivente dell’esistenza elementare descrittaci nella Genesi, si debba vedere animicità spirituale, questo avvertimento, dovremo intenderlo in senso più profondo di quel che forse finora non si sia fatto; e v’ha tanto altro ancora che si affaccia all’anima nostra, in cui non dobbiamo vedere soltanto astrazioni vuote, ma realtà di esistenza. Certo è facile vedere realtà di esistenza, quando sta detto: lo Spirito degli Elohim, – Ruah Elohim –. Ma se vogliamo cogliere il significato delle antiche tradizioni, non dobbiamo ricercare realtà di esistenza soltanto in siffatte espressioni, nelle quali forse anche una mente odierna si potrà decidere a vederla, ma dobbiamo rintracciare questa realtà di esistenza ovunque. E così non parrà ingiustificato, se ci chiederemo, che cosa dobbiamo pensare di ciò che si cela, per esempio, dietro l’espressione: «e ciò che era in interiore movimento era tohu-va-bohu», quale ve l’ho descritta: le tenebre erano sopra l’esistenza materiale elementare. Dobbiamo forse anche qui, dietro a quel che viene indicato conte «tenebre», vedere qualcosa che ha realtà di esistenza? Non possiamo davvero comprendere la Genesi, se non risolviamo prima siffatti quesiti. Come in tutto ciò che di positivo – per così dire – si presenta a noi di solito nell’esistenza elementare, come luce, aria, acqua, terrestrità, calore, dobbiamo vedere soltanto delle manifestazioni della spiritualità, così forse pure nelle espressioni più negative non dovremo vedere che la manifestazione esteriore di una più profonda realtà di esistenza.

Per arrivare a renderci conto di ciò, occorrerà tornare a risalire con lo sguardo, quanto più possibile, nel remotissimo passato del nostro divenire planetario. Abbiamo già detto che l’antica esistenza saturnia va considerata come un’esistenza di mero calore; che poi, nel passaggio all’esistenza solare, si è verificata, da una parte, la condensazione in aeriforme o gas, e dall’altra, una specie di rarefazione verso uno stato più eterico, verso l’etere di luce. E abbiamo visto che una specie di ripetizione di questo stato eterico di luce si verifica, quando risuonano le parole: E gli Elohim dissero: «Sia fatta la luce e la luce fu fatta». Possiamo ora chiederci: c’erano le tenebre di per sé stesse, o si cela anche dietro ad esse un’esistenza spirituale? Se leggete il capitolo della mia Scienza Occulta, che corrisponde a questo passo, vi colpirà una cosa che è straordinariamente importante per la comprensione di ogni divenire; ed è, che ad ogni grado dell’evoluzione, certe entità rimangono indietro. Soltanto un certo numero di entità raggiunge la sua mèta. Ho spesso accennato a questo fatto con il paragone banale, e rozzo, che non è soltanto nelle nostre scuole che, con dolore dei genitori, degli scolari rimangono indietro, ma che effettivamente anche nel divenire cosmico certe entità si fermano a un grado anteriore, e non raggiungono, per così dire, la mèta che dovrebbero. Possiamo dunque dire, che certe Entità, durante l’evoluzione saturnia, non raggiunsero la mèta effettiva della loro evoluzione; che esse rimasero indietro, e, quando già era in corso l’antica esistenza solare, si trovavano ancora, sotto certi rapporti, al punto di evoluzione dell’esistenza saturnia. Come si saranno dunque, durante l’antica esistenza del Sole, rivelate tali Entità, che effettivamente erano ancóra esseri saturnii? Si saranno rivelate per il fatto, di non avere sopra tutto raggiunto quello che era essenziale dell’antica esistenza solare, di non avere raggiunto la natura di luce. Ma poiché esse ormai c’erano, questa antica esistenza solare, che vi ho descritta come un contessersi di luce, di calore e di aria, comprese nel proprio contesto, accanto alla luce e quasi diffuse in essa, le tenebre. E queste tenebre erano altrettanto l’espressione della Entità rimaste indietro allo stadio saturnio, quanto la tessitrice luce era l’espressione di quelle Entità, che avevano regolarmente raggiunto l’antico grado solare. Così, guardando esteriormente, s’ intrecciavano nell’esistenza solare esteriore delle Entità saturnie rimaste indietro e delle Entità solari progredite regolarmente. Considerate interiormente, dunque, queste Entità s’intrecciavano, mentre esteriormente si rivelavano come luce e tenebre, come azione reciproca di luce e tenebre. Se guardiamo dunque la luce, potremo dire: questa è la manifestazione delle Entità progredite fino all’esistenza solare; se guardiamo le tenebre, esse ci appaiono come la manifestazione esteriore delle Entità, che si sono fermate all’antico grado saturnio. Se riconosciamo questo fatto, possiamo aspettarci. che anche durante le ripetizioni, che delle antiche esistenze di Saturno e del Sole si sono verificate nel corso dell’evoluzione della nostra Terra, dovessero tornare a prodursi questi rapporti fra Entità progredite ed Entità rimaste indietro. E poiché le Entità, che sono rimaste indietro nell’antica esistenza saturnia, rappresentano, per così dire, uno stadio di evoluzione anteriore. esse possono, nelle ripetizioni, ripresentarsi prima della luce. Assai giustamente, infatti, vediamo che nel primo versetto della Genesi ci viene subito comunicato, che le tenebre regnano sopra le masse elementari. Questa è la ripetizione dell’esistenza saturnia, ma di un’esistenza saturnia rimasta indietro. L’altra, l’esistenza solare, deve aspettare; essa comparisce più tardi, nel momento che è indicato con le parole «Sia fatta la luce».

Vediamo dunque che nella Genesi, anche nei riguardi di queste ripetizioni, il vero ci viene riferito con completa ed efficace esattezza. Se vogliamo comprendere l’esistenza, dobbiamo renderci conto chiaramente, che ciò che sorge in uno stadio precedente, non comparisce per una sola volta per poi sparire. La verità è piuttosto, che effettivamente spunta sempre del nuovo, ma che l’antico permane accanto al nuovo, ed è attivo entro di esso. E così anche oggi, nell’esistenza della Terra, abbiamo i due stadii di evoluzione, che si possono indicare come rapporto di luce e tenebre. Luce e tenebre sono veramente qualcosa, che interpenetra la nostra esistenza con la sua azione. A questo punto si arriva senza dubbio a un capitolo veramente doloroso – potrei dire – per l’epoca attuale. Non so, cari amici, se vi sia fra voi chi sappia che da circa trenta anni mi sono sempre adoperato a dimostrare il profondo significato e l’intimo valore della dottrina dei colori di Goethe. Certo, chi oggidì si dichiara favorevole alla dottrina dei colori di Goethe, deve rendersi chiaramente conto di non poter trovare ascolto presso i suoi contemporanei. Perché coloro i quali, per la loro conoscenza della fisica, sarebbero capaci di comprendere quello che effettivamente s’intende dire quando si parla della dottrina dei colori di Goethe, sono oggidì del tutto immaturi per capire l’essenza di quella dottrina. La fantasticheria della fisica, con le sue vibrazioni dell’etere, ecc., è oggidì assolutamente incapace di comprendere minimamente il nocciolo essenziale di ciò che costituisce la dottrina dei colori di Goethe. Perché questa venga compresa, occorrerà ancora attendere diecine di anni; e ben lo sa chi parla di queste cose. D’altro canto – perdonatemi questo giudizio – gli altri che forse, per la via dell’occultismo o per altra, sarebbero spiritualmente già maturi per comprendere l’essenza della dottrina dei colori di Goethe, ne sanno troppo poco di fisica, perché si possa in modo adeguato parlare loro di queste cose. Oggidì non v’è dunque ancora un terreno adatto per questa questione. Ciò che la dottrina dei colori di Goethe racchiude in sé si fonda sul mistero della collaborazione di luce e tenebre, come di due Entità realmente esistenti, polarizzate, nel mondo. E quello che oggi, con un parto della fantasia, vien dato come concetto della materia, e che, quale viene prospettato, non esiste veramente affatto e anzi è un’illusione, è qualcosa, che come essere spirituale-animico si nasconde ovunque si trovi la polarità contrapposta alla luce: cioè le tenebre. In realtà, il concetto della materia che ci vien dato dalla fisica è una fantasticheria. Nei campi dello spazio, dove – secondo la fisica – va cercato ciò che si palesa come materia, non esiste altro in realtà che un certo grado di tenebre; e questo spazio oscuro è riempito di essere animico-spirituale, affine a quello che già la Genesi ‘ha constatato, là dove designa come tenebre la massa complessiva dell’animicità spirituale, e dove dice, che queste tenebre fluttuano sopra l’esistenza elementare. Tutte queste cose stanno a una profondità molto maggiore di quel che l’attuale scienza naturale non si sogni. Quando dunque la Genesi parla di tenebre, si tratta della manifestazione delle Entità saturnie rimaste indietro, e quando parla di luce, si tratta della manifestazione delle Entità progredite. Esse agiscono e si contessono le une nelle altre. Ora, ieri abbiamo fatto osservare, che la direttiva principale, per così dire, la traccia principale dell’evoluzione viene stabilita da quelle Entità, che abbiamo posto al grado di Exusiai, al grado di Spiriti della Forma; sicché esse segnano anche le grandi linee per l’attività della luce. E abbiamo pure visto, che esse adibiscono al loro servizio, per così dire, gli Spiriti della personalità, e che dietro al termine Yom – giorno – si cela un’Entità soggetta, dell’ordine delle Archai, che è immediatamente al di sotto degli Elohim. Potremo dunque anche arguire che, come da una parte, diciamo della parte positiva, si svolge l’attività di questi ministri degli Elohim, di questi Spiriti della Personalità, che vengono indicati come Yom – giorno – così, in contrapposizione ad essi, devono svolgere una certa loro attività anche le entità spirituali rimaste indietro, e operanti per mezzo delle tenebre. Anzi, possiamo dire: le tenebre sono qualcosa, che gli Elohim trovano già dapprima; la luce invece, sono essi che la pensano. Quando dai residui rimasti da una precedente esistenza, essi trassero col pensiero i noti due complessi, successe che in questi si trovarono contessute le tenebre, come espressione delle Entità rimaste indietro. La luce invece furono essi a dispensarla. Come dalla luce gli Elohim trassero, in corto modo, quelle Entità che sono indicale con Yom – giorno – così anche dalle tenebre sorge un pari grado di Entità, ma rimaste indietro a uno stadio anteriore di esistenza. Possiamo dunque dire agli Elohim si contrappone da una parte tutto ciò che si manifesta come tenebre. E ora dobbiamo chiederci: che cosa si contrappone ai loro diretti ministri nella luce, alle Archai, a quelli che vengono indicati con Yom – giorno? Che cosa si contrappone ad essi come corrispondenti Entità rimaste indietro? Per non cadere in malintesi, sarà bene a questo punto di rispondere prima a un altro quesito, al quesito cioè, se queste Entità rimaste indietro vadano considerate sempre come qualcosa di cattivo, di dannoso, nell’organamento del mondo? L’uomo che si pasce di astrazioni, che si attiene soltanto a mere idee, può facilmente, per così dire, adirarsi contro queste Entità rimaste indietro; o pure può cadere nell’altra tendenza e sentire compassione per le povere Entità ritardatarie. Questi sono tutti sentimenti e idee, che non si dovrebbero coltivare nei riguardi di questi grandi fatti essenziali dell’universo. Cadremmo in un grandissimo errore. Dobbiamo piuttosto ricordare all’anima nostra, che tutto ciò che avviene a questo modo, sia che le Entità raggiungano la loro mèta, o sia che, in certo modo, rimangano addietro a un grado anteriore dell’evoluzione – che tutto, insomma, accade per saggezza cosmica, e che vi è una ragione perché delle Entità debbano rimanere addietro a un determinato grado. È altrettanto importante, per l’insieme dell’evoluzione, che talune Entità rimangano indietro, quanto che altre raggiungano la loro mèta; in altre parole, certe funzioni non potrebbero venire disimpegnate dalle Entità progredite, e per esse sono necessarii siffatti esseri, che sono rimasti indietro a stadii anteriori. Questi, appunto perché ritardatari, si trovano al posto giusto. Si potrebbe dire: che cosa ne sarebbe effettivamente del mondo umano, se tutti coloro che devono essere maestri per bambini diventassero professori di università! Al posto di maestro sta molto meglio chi non diventa professore di università, di quello che non vi starebbero coloro che si sono spinti più innanzi. Probabilmente dei professori di università sarebbero dei pedagoghi assai poco adatti per ragazzi di 7, 8, 9 e 10 anni. Lo stesso avviene nell’organamento cosmico. Le Entità che raggiungono la loro mèta sarebbero poco adatte per certe determinate missioni nel Cosmo. Altre Entità, le quali – si potrebbe anche dire – sono rimaste indietro per sacrificio – devono prendere il posto di quelle, per compiere tali missioni. E come agli Spiriti progrediti della Personalità – yom – viene ora dagli Elohim assegnato il loro posto, così pure, per assicurare il completo e regolare andamento del divenire della nostra Terra, vengono utilizzate anche le Archai rimaste indietro, quegli Spiriti della personalità, i quali non si manifestano per mezzo della luce, ma si rivelano per mezzo delle tenebre. Essi vengono collocati, al posto giusto, perché in modo adeguato possano portare il loro concorso al normale divenire della nostra esistenza. Quanto ciò sia importante, ci vien mostrato da una osservazione, tratta dalla nostra esistenza odierna abituale. La luce, di cui si parla nella Genesi, non è la luce visibile agli occhi fisici esteriori; questa è un’espressione più recente della luce, della quale si parla nella Genesi. Così pure, ciò che indichiamo come tenebre materiali fisiche, che ci circondano nella notte quando il sole non splende, è un’espressione fisica di ciò che nella Genesi viene indicato come tenebre. Ora, quando ci domandiamo, se questa luce fisica del giorno, quale oggi la vediamo, ha una certa importanza per gli uomini, nessuno di voi certamente metterà in dubbio l’importanza di questa luce tanto per l’essere umano, quanto per gli altri esseri. Prendete, per esempio, le piante! se le togliete dalla luce, deperiscono; per tutto ciò che vive sulla Terra, la luce è un elemento vitale. La luce è dunque necessaria, anche per l’uomo, per l’esistenza corporea esteriore. Ma non la luce sola; è necessario anche dell’altro. E per sapere che cosa sia, dobbiamo considerare le alternanti condizioni di veglia e di sonno in relazione col nostro corpo fisico e con quello eterico.

Che cosa significa effettivamente, inteso nel suo senso più profondo, vegliare? Che cosa facciamo noi uomini quando vegliamo? In fondo, tutta l’attività della nostra anima, tutto ciò che svolgiamo nel nostro mondo immaginativo, nel mondo dei nostri sentimenti e delle nostre sensazioni, nel flusso e riflusso delle passioni, insomma tutto ciò che si verifica in questo ondeggiare ed esplicarsi di forze del nostro corpo astrale e del nostro Io, tutto ciò, in fondo, è un continuo logorio del nostro corpo fisico durante la vita diurna. Questa è una verità occulta antichissima; una verità, alla quale oggidì arriva perfino la fisiologia comune, purché interpreti con correttezza le sue osservazioni. Ciò che l’anima dispiega come nostra vita interiore, consuma continuamente, durante lo stato di veglia, le forze del nostro corpo fisico esteriore, il quale ha ricevuto la sua prima disposizione a evolversi durante l’antica esistenza saturnia. Affatto diversa è la vita di questo corpo fisico durante lo stato di sonno, quando il corpo astrale, con il flusso e riflusso della vita interiore, se ne trova fuori. Come la vita diurna di veglia è un consumo continuo, si potrebbe dire una distruzione, delle forze del corpo fisico, così la vita del sonno è un continuo ristabilimento, una rigenerazione, una ricostituzione. Sicché dobbiamo, nel, nostro corpo fisico e in quello eterico, distinguere dei processi distruttivi e dei processi ricostruttivi; processi distruttivi che si verificano durante la vita diurna di veglia, e processi ricostruttivi che si verificano durante la vita del sonno. Nulla, però, di ciò che succede in un punto qualsiasi dello spazio, sta isolato nel mondo, ma tutto è collegato col complesso dell’esistenza. E se esaminiamo i processi di distruzione, che si compiono nel nostro corpo da quando ci si desta fino a quando ci si addormenta, non dobbiamo considerarli come se si svolgessero isolati entro i confini della nostra pelle. Essi sono intimamente connessi con i processi cosmici; essi non sono che una continuazione di ciò che scorre in noi dal di fuori, in modo che durante la vita diurna di veglia siamo in certo modo in rapporto con forze distruttive dell’universo, e la notte, durante il sonno, con delle forze ricostruttive dell’universo. Durante l’antica esistenza di Saturno, questa distruzione del nostro corpo fisico, che si verifica oggidì durante lo stato di veglia, non poteva aver luogo; se si fosse già verificata durante l’antica esistenza saturnia, il primo germe del nostro corpo fisico non avrebbe davvero mai potuto formarsi. Perché è naturale che non si possa costruire, se s
’incomincia per distruggere. L’attività di Saturno doveva, per il nostro corpo, essere di natura costruttiva, e a questo fu provveduto, durante quell’epoca. I processi distruttivi si compiono nel nostro corpo per l’appunto durante il giorno, durante l’influenza della luce; ma la luce non esisteva ancora durante l’antica esistenza di Saturno. L’attività saturnia era dunque costruttiva per il nostro corpo fisico; occorreva però che questa attività costruttrice venisse conservata almeno per un certo tempo, anche dopo che, nel corso dell’esistenza solare, era venuta la luce. E questo si è potuto ottenere soltanto per il fatto, che sono rimaste indietro delle Entità saturnie, le quali provvedono alla ricostruzione. Vedete dunque, che nell’evoluzione cosmica era necessario rimanessero indietro, per i nostri periodi di sonno, degli esseri saturnii, per provvedere, quando non vi è luce, alla ricostruzione del corpo fisico distrutto. Così gli esseri saturnii ritardatari devono essere contessuti con la nostra esistenza, e senza di essi invero saremmo semplicemente distrutti. Dobbiamo avere condizioni alternanti, una collaborazione di entità solari e di entità saturnie, di esseri di luce e di esseri delle tenebre. Perché dunque l’azione degli esseri di luce potesse essere giustamente diretta dagli Elohim, dovettero questi ultimi regolarmente intessere nel lavoro di quelli il lavoro degli esseri dell’oscurità, degli esseri delle tenebre. Nell’attività cosmica non vi è possibilità di esistenza, se non viene ovunque intessuta nella forza della luce anche la forza delle tenebre. E in questo contessersi, in questo intrecciarsi quasi a guisa di rete, della forza della luce con la forza delle tenebre, sta uno degli arcani dell’esistenza cosmica, dell’alchimia cosmica. A questo arcano si accenna nel dramma rosicruciano, quando Johannes Thomasius sale nel Devachan e una delle compagne di Maria, Astrid, riceve l’incarico d’intessere la forza delle tenebre in quella della luce; del resto tutto il discorso fra Maria e le tre compagne contiene innumerevoli misteri cosmici, che non è dato rintracciare senza lunghissimo studio. Possiamo dunque tener per fermo che, quando contempliamo la nostra esistenza attuale, dobbiamo considerare quest’azione combinata, per così dire, di forza solare della luce e di forza saturnia delle tenebre, come una necessità della nostra esistenza. Quando dunque a presiedere un’azione tessitrice della forza della luce, su quel lavoro che viene compiuto su di noi uomini, o in generale sugli esseri della Terra, mentre la luce esercita, la sua influenza, gli Elohim collocarono, come loro ministri, gli Spiriti della personalità, dovettero a questi associare le Entità saturnie rimaste indietro, dovettero far contessere il complesso del lavoro dell’universo dalle Archai regolarmente progredite e da quelle rimaste indietro. Le Archai ritardatarie operano nelle tenebre. Gli Elohim, pertanto, per parlare alla buona, impiegano non soltanto le Entità che vengono indicate come Yom, ma contrappongono loro quelle, che agiscono nella forza delle tenebre. E perciò, con una descrizione mirabilmente realista di questo stato di cose, sta detto: «E gli Elohim chiamarono ciò che come Spiriti tesseva nella luce, yom – giorno; – chiamarono però ciò che tesseva nelle tenebre, lille»; e questo non è il nostro concetto astratto di notte, ma sono le Archai saturnie, che a quell’epoca ancora non erano progredite fino al grado solare. E sono queste pure, che oggidì ancora operano in noi durante il sonno della notte, in quanto agiscono sul nostro corpo fisico e su quello eterico come forze ricostruttrici. Questa espressione misteriosa che si trova in questo punto – lille –, che ha dato origine alle più svariate costruzioni mitologiche, non rappresenta né il nostro concetto astratto di «notte», né cosa alcuna che possa farci pensare a elementi mitologici; essa non è altro che il nome per le Archai rimaste indietro. per quelle che consociano il loro lavoro col lavoro delle Archai progredite. In questo passo della Genesi ci vien dunque detto a un dipresso così: Gli Elohim tracciarono le grandi linee dell’esistenza; per il lavoro secondario posero le Archai progredite, e a queste diedero come aiuti quelle Archai, le quali con rassegnazione, perché l’esistenza potesse effettuarsi, erano rimaste indietro al grado saturnio, nell’oscurità. Abbiamo dunque yom e lille, come due gruppi contrapposti di Entità, che sono aiuti degli Elohim e stanno al grado, diremo così, degli Spiriti del tempo, degli Spiriti della Personalità. Vediamo l’esistenza formarsi dal contessersi di Spiriti della forma e di Spiriti della personalità, di Entità progredite e di Entità ritardatarie di entrambi questi due gradi gerarchici. E ora, che, con quanto si è detto, abbiamo risposto abbastanza soddisfacentemente a questi primi quesiti – vi sarebbe infinitamente più da dire su tutto quello che si trova ancora dietro a queste cose – può sorgere un nuovo quesito, ed esso si affaccerà a ognuno di voi: E le altre gerarchie? Nella graduatoria delle gerarchie troviamo, al di sotto degli Spiriti della forma, prima di tutto le Archai, gli Spiriti della personalità, e poi i cosidetti Arcangeli – Archangeloi, Spiriti del fuoco –. Non parla la Genesi di questi ultimi? Guardiamo da vicino e rendiamoci conto chiaramente di come sia la cosa nei riguardi degli Spiriti del fuoco. Sappiamo, che durante l’esistenza solare essi erano al grado di umanità. Attraverso l’esistenza lunare, sono progrediti fino all’esistenza terrestre. Essi sono le Entità che si trovano in intima connessione con tutto ciò che si può chiamare elemento solare; perché è proprio durante l’esistenza solare che raggiunsero il loro grado di umanità. Quando, dunque, durante l’epoca lunare, sorse la necessità che l’elemento solare si distaccasse da quello terrestre (che in quell’antico tempo era lo stesso elemento lunare) queste Entità, le quali avevano attraversato il loro grado più importante sul sole, ed erano, per così dire, per loro natura collegate con l’elemento solare, rimasero allora naturalmente pure congiunte con tale elemento solare. Quando dunque l’elemento lunare – quello che più tardi divenne elemento terrestre – si distaccò dall’elemento solare, queste Entità non rimasero unite con l’elemento terrestre o lunare distaccatosi, ma con l’elemento solare. Esse sono le Entità, che esercitano un’azione su questo elemento terrestre principalmente dal di fuori. Vi ho già accennato, che nell’evoluzione dall’elemento saturnio a quello solare il grado più alto che poteva venire creato sul Sole era la vegetalità. Perché l’animalità, ciò che ha vita interiore potesse nascere, occorreva che prima si verificasse una scissione, un distacco. L’animalità dunque non poteva nascere prima dell’esistenza lunare. Era necessario che si verificasse un’azione dal di fuori. Ora nella Genesi, fino al cosidetto terzo giorno della Creazione, non ci viene riferito, che vi fosse alcuna azione che veniva esercitata dal di fuori. E per l’appunto a proposito del passaggio dal cosidetto terzo al quarto giorno della Creazione, è molto significativo che stia detto, del quarto giorno, che in esso divennero attive dal di fuori le forze della luce, le Entità della luce. Vale a dire che, allo stesso modo come nell’antica Luna il sole splendeva sulla luna dal di fuori, sole e luna splendevano ora sulla Terra pure dal di fuori. Ma con ciò non si viene a dire, se non che fino a questo momento potevano essere in azione tutte le forze che si trovano entro l’elemento terreno stesso. Fino ad allora poteva ripetersi tutto ciò che rappresentava degli stadii anteriori: di nuovo poteva nascere ciò, che ha la sua forza centrale nell’essere stesso della Terra. Abbiamo così visto ieri, come lo stato di calore si ripeta nello spirito degli Elohim, che covavano sopra le acque; come la luce si ripeta nel momento che viene indicato con le parole: «Sia fatta la luce»; e che lo stato dell’etere sonoro si ripete là, dove queste forze dell’etere del suono si presentano, e separano il di sopra dal di sotto. Questo viene esposto nella descrizione, che ordinariamente viene indicata come il secondo giorno della Creazione.

Poi abbiamo visto come l’etere vitale comparisce nel cosidetto terzo giorno della Creazione, in cui dall’elemento terreno, dalla condizione nuova, scaturisce tutto ciò su cui l’etere vitale può esercitare un’azione, la verdura germogliante. Ma perché l’elemento animale possa trovar posto sulla nostra Terra, occorre che si ripeta quel che può dirsi – essere illuminati dal di fuori, un agire di forze dal di fuori. E con ragione perciò la Genesi non fa menzione di alcunché di animale per quei periodi di tempo, in cui ancora non ci parla delle forze che dallo spazio cosmico esercitano la loro azione sulla Terra. Essa ci parla soltanto di vegetalità; tutti gli esseri, che erano contenuti nella formazione della Terra, erano allora al grado di vegetalità. L’animalità poté aver principio soltanto dopo che gli esseri della luce cominciarono a svolgere la loro azione dell’ambiente esteriore circostante. Quel che allora successe, viene comunemente reso – e potrete osservarlo in innumerevoli versioni della Bibbia – con le parole, che si possono tradurre così: «E gli Elohim posero i segni per i tempi giorno e anno» –. Ora noi abbiamo bensì conosciuto alcuni commentatori, esegeti, che hanno cominciato a riflettere; ma nell’epoca presente, in cui non ci si degna di ricercare le cause vere delle cose, questa è per l’appunto la sorte dei commentatori, di poter soltanto cominciare a riflettere, senza riflettere sino in fondo. Ora io ho conosciuto alcuni di questi commentatori, che sono arrivati a capire, che è veramente insulsa la traduzione comune: «E posero segni per i tempi, giorno e anno». E vorrei del resto veramente conoscere l’uomo che sia capace di attribuire a questa frase un significato ragionevole qualsiasi. Che cosa invece sta realmente detto in essa?

Se veramente si vuol tradurre questo passo fedelmente ed esattamente, col vero sentimento di ciò che l’antico saggio ebraico collegava a queste parole, se dunque lo si vuol tradurre con profondità filologica, si deve dire: Anche qui non si tratta di segni, ma di Entità viventi, di quelle Entità che sono qui in azione, e che si manifestano nella consecutività di ciò che avviene nel tempo. E si potrebbe tradurre correttamente: E gli Elohim collocarono al loro posto i regolatori del corso del tempo per gli esseri della Terra, i regolatori dei momenti particolarmente notevoli che dividono il tempo, – di «giorno» non si parla affatto – in periodi più o meno lunghi, ciò che ordinariamente si designa come giorno e anno. Si fa dunque cenno dei regolatori che stanno al di sotto del grado delle Archai, e che regolano la vita. Gli Spiriti del tempo, le Archai, hanno la missione di compiere ciò che si trova di un grado al di sotto del compito degli Elohim. Poi vengono i regolatori, che pongono i segni a ciò, che a sua volta va riordinato, raggruppato entro la sfera dell’attività delle Archai. Queste Entità però non sono altro che gli Arcangeli. Sicché possiamo dire: nel momento stesso, in cui la Genesi rileva, che non soltanto nel corpo della Terra succede qualche cosa, ma che vi sono forze le quali pure dal di fuori agiscono sulla Terra, essa fa entrare in azione anche le Entità, che erano già congiunte con l’esistenza solare, gli Arcangeli regolatori, i quali stanno di un grado al di sotto. delle Archai. Mentre queste ultime, per così dire, agiscono come Eoni, impiegano come strumenti per l’esplicazione delle loro forze gli Arcangeli, i portatori di luce, i quali agiscono nell’ambiente che ci circonda. Vale a dire, che dallo spazio cosmico, per mezzo della costellazione degli esseri di luce che attorniano la Terra, gli Arcangeli agiscono in modo, che i grandi ordinamenti stabiliti effettivamente dalle Archai vengano ora eseguiti. Chi ha assistito al ciclo di conferenze di Cristiania si ricorderà, che ancor oggi, dietro a ciò che attualmente vien chiamato lo Spirito del tempo vi sono le Archai. Se volgiamo uno sguardo in giro, sull’ordinamento delle cose del nostro mondo, troviamo, per esempio, che in ogni epoca esiste un certo numero di popoli. Di questi popoli potrete dire: per un certo tempo domina uno Spirito dei tempi, il quale abbraccia tutto. Accanto ad esso, però, dominano a guisa di spiriti subordinati, i particolari Spiriti dei popoli. E come oggidì dominano gli Spiriti dei tempi, e dietro ad essi vi sono le Archai – ho spiegato questo nelle mie conferenze a Cristiania – così pure dietro a ciò che va col nome di Spiriti dei Popoli vi sono gli Arcangioli; e in fondo sono essi, in certo modo, gli Spiriti dei popoli. Già la Genesi accenna al fatto, che anche nei tempi in cui l’uomo veramente non esisteva ancora, queste Entità spirituali erano le potenze ordinatrici. Si dovrebbe dunque dire: gli Elohim operarono che vi fosse la luce; essi stessi si manifestarono per mezzo della luce. Ma per le attività minori da svolgersi entro la luce, impiegarono le Archai, ad essi sottoposte nell’ordinamento delle Gerarchie, le quali Archai, vengono indicate nella Genesi con la parola yom; e allato a queste posero le Entità; che necessariamente devono venir contessute nella rete dell’esistenza, affinché accanto all’attività nella luce possa venire la corrispondente attività dell’oscurità. Allato a yom, pongono lille, che si traduce ordinariamente con notte. Dopo di che, però, importa di proseguire, di continuare l’ulteriore specializzazione dell’evoluzione. A tal uopo, occorreva che altre Entità venissero tratte dall’ordinamento delle Gerarchie. Se dunque si dice: «Gli Elohim o Spiriti della forma, si manifestarono per mezzo della luce, e diedero alle Archai l’incombenza di provvedere alle opere della luce e dell’Oscurità», si deve soggiungere: «ora però gli Elohim procedettero oltre, specializzarono ulteriormente l’esistenza, e alle attività che adesso non soltanto determinano l’esistenza nella vegetalità esteriore, ma che devono suscitare un’interiorità, un’interiorità che può divenire un’immagine riflessa dell’esteriore, preposero gli Arcangeli. E affidarono ad essi quell’attività, che deve riversarsi sulla nostra Terra dal di fuori, perché possa germinare non soltanto la vegetalità, ma anche l’animalità, la vita interiormente vibrante in rappresentazioni e sensazioni. Vediamo dunque, sol che si vogliano interpretare le cose correttamente, come la Genesi parli pure di questi Arcangeli. Così, cari amici, se esaminate, riflettendo, l’esegesi dei soliti commentatori, troverete che nulla in essa vi soddisfa. Ma se vi aiuterete con ciò, da cui la Genesi è provenuta, con la scienza occulta, potrete inondare la Genesi di luce in ogni sua parte. Tutto apparirà sotto una nuova luce; e questo documento, il quale, per l’impossibilità di tradurre nel nostro idioma quelle antiche parole viventi, dovrebbe altrimenti rimanere incompreso, questo documento rimarrà all’umanità come un documento, la cui parola varrà per tutti i tempi.

7°L’esistenza elementare e le entità spirituali retrostanti. Jahvè-Elohim

Monaco, 22 Agosto 1910

Sarà mio compito, in queste conferenze, di dare, dai punti di vista più diversi, una veduta generale di tutto ciò che può condurre alla comprensione della Genesi. In tutte queste spiegazioni, però, vi prego di tenere sempre presente il vero punto di vista della scienza dello Spirito. Questo punto di vista vuole, anzitutto, che si proceda sulla base dei fatti della vita spirituale stessa. In tutto ciò, di cui parliamo, c’interessa dunque in prima linea il quesito: come si comportano le cose nella vita spirituale, nell’evoluzione spirituale? Anche per tutto ciò, dunque, che per noi è compreso nella relazione della Genesi, quel che più monta è di sapere quali avvenimenti e fatti supersensibili abbiano preceduto il corso dell’evoluzione visibile del divenire della nostra Terra. E soltanto allora è per noi di particolare importanza ritrovare ciò che prima abbiamo assodato per mezzo della ricerca spirituale e indipendentemente da qualsiasi documento, nelle tradizioni delle diverse epoche, dei diversi popoli. Acquistiamo così la possibilità di metterci in un giusto atteggiamento di sentimento e di rispetto verso quanto viene risuonando nel nostro animo da lontani popoli e da epoche remote. Acquistiamo così la possibilità d’ intenderci quasi con quei tempi passati, che noi stessi abbiamo vissuti in altre incarnazioni, la possibilità di riallacciarci a ciò con cui dobbiamo aver avuto contatto in quei tempi lontani. Così dobbiamo interpretare il punto di vista, che sta a base di questo corso di conferenze.

In questi ultimi giorni abbiamo cercato di formarci un’idea di come quelle Entità spirituali, delle quali già avevano conoscenza dal campo della scienza dello Spirito, si ritrovino poi nella Genesi. E in parte questo ci è già riuscito. Abbiamo però sempre tenuto presente il punto di vista, che in tutto quanto ci si presenta dalla immediata esteriorità, perfino in quanto ci si presenta nei gradi inferiori della coscienza chiaroveggente (e, in ultima analisi, nella Genesi abbiamo a che fare con fatti della coscienza chiaroveggente), che in tutto ciò dunque si tratta di maya, d’illusione; che la nostra concezione abituale del mondo sensibile, quale esso esiste per la nostra facoltà cognitiva, che questo mondo sensibile è maya, illusione. Questa è una massima, che è ben nota a chiunque si sia un poco occupato di scienza dello Spirito. E che in certo modo anche i campi inferiori della chiaroveggenza, tutto ciò che chiamiamo mondo eterico e mondo astrale, rientrino, in un senso più alto, in questo campo dell’illusione, è pure un fatto, che non può rimanere ignorato da nessuno, il quale si sia occupato da qualche tempo di idee scientifico-spirituali. Arriviamo alla vera base dell’esistenza – fino a quel tanto che per noi è raggiungibile – soltanto quando penetriamo, oltre i suddetti campi, fino alle sorgenti più profonde dell’esistenza; questo, noi dobbiamo sempre tener presente. E non dobbiamo fermarci al punto di dire ciò a noi stessi in linea puramente teorica; deve al contrario penetrarci, per così dire, nella carne e nel sangue il sentimento, che noi ci abbandoniamo ad illusioni, se rimaniamo attaccati all’esistenza esteriore. Ma trascurare l’esistenza esteriore, valutarla poco, sarebbe naturalmente pure, a sua volta, una delle grandi illusioni, alle quali gli uomini si possono abbandonare.

Prendiamo ciò di cui in questi giorni ci siamo tanto occupati l’esistenza elementare, che è l’esistenza più vicina alla quale si possa arrivare dietro alla nostra esistenza fisica, dietro a ciò che percepiamo coi nostri sensi; prendiamo quell’esistenza elementare, che la scienza dello Spirito descrive come posta a base degli elementi della terrestrità, dell’acqueo, dell’aeriforme, del Fuoco o cal
ore, della luce, dell’etere sonoro, dell’etere vitale; prendiamo questa esistenza elementare. Cerchiamo di formarci delle idee dell’elemento terreo, di quello acqueo, di quello aeriforme; ecc. – Cerchiamo di fissare bene queste idee. Non avremo fatto niente se, con una tal quale superbia intellettuale che facilmente si trova fra i seguaci della scienza dello Spirito, diciamo: «Ebbene, tutto ciò è maya, è illusione»! È proprio però per mezzo di questa maya che le vere entità si manifestano. E se disdegnamo di tener conto delle manifestazioni, di conoscere gli strumenti e i mezzi coi quali esse si manifestano, ci viene in genere a mancare ogni contenuto per mezzo del quale si possa arrivare a comprendere l’esistenza. Dobbiamo renderci conto, quando diciamo: «acqua» «aria» e così di seguito, che vediamo in ciò le esteriorizzazioni, le manifestazioni di Spiritualità effettivamente reali, ma che quando diciamo: non vogliamo saperne di questa maya, non arriviamo in genere a farci alcuna idea di quel che risiede a base di tutto ciò. Dobbiamo dunque, al contrario, renderci conto chiaramente, che nell’elemento terreo, in quello acqueo ecc., abbiamo esteriorizzazioni, rivelazioni, manifestazioni di Entità spirituali.

Esaminiamo ora, dal nostro punto di vista scientifico-spirituale, per esempio, l’elemento terreo! Sappiamo ora già benissimo, che durante l’antica esistenza saturnia non vi poteva essere un elemento terreo siffatto, e neppure durante l’antica esistenza del Sole, o di quella della Luna. Sappiamo, che l’evoluzione ha dovuto aspettare fino alla nostra esistenza planetaria, e che allora soltanto l’elemento terreo ha potuto aggiungersi all’elemento calore dell’antico Saturno, a quello aereo dell’antico Sole e a quello acqueo dell’antica Luna. Sappiamo che ogni singolo grado dell’evoluzione può progredire soltanto per virtù del lavoro di Entità spirituali. Di ciò che oggi chiamiamo corpo fisico, l’organo più basso della nostra entità umana, possiamo dire – se poniamo questo corpo fisico completamente nell’esistenza elementare –, che da sé esso si è fatto strada, dal primo germe, che ha sviluppato sull’antico Saturno, dallo stato di calore, attraverso lo stato solare aereo, e quello lunare acqueo, ed è progredito fino all’attuale condizione terrestre. Abbiamo dunque nel nostro proprio corpo fisico esteriore qualcosa, di cui possiamo dire, che ha attraversato un’esistenza in un contessersi di mero calore, un’esistenza come corpo aeriforme, un’esistenza come corpo acqueo ed è salito fusi all’esigenza terrestre. Conosciamo anche le Entità, le quali hanno preso parte all’antico lavoro saturnio, all’evoluzione delle condizioni del corpo fisico umano. Ricordatevi di ciò che trovate descritto nella mia Scienza Occulta, e che già altre volte è stato detto: sull’antico Saturno operavano certe Entità spirituali, che avevano attraversato i gradi inferiori della loro evoluzione in un remotissimo passato, ed erano già tanta progredite all’epoca dell’antica esistenza saturnia, da potere, per così dire, sacrificare la propria corporeità, da immolarla, per fornire la materia fondamentale, la sostanza fondamentale, per l’antico Saturno. Queste Entità spirituali, nella graduatoria delle gerarchie, sono quelle stesse che denominiamo Spiriti della Volontà. E in questa che si trovò così a essere la sostanza fondamentale, in ciò che avevano così offerto in sacrificio gli Spiriti della Volontà, svolsero poi il loro lavoro le altre Entità spirituali, le altre gerarchie; vi si elaborarono sé stessi anche gli Spiriti della personalità, i quali, in questa sostanza di volontà – se così mi è consentito di chiamarla – si coniarono la loro propria umanità. Ed era pure questa sostanza di volontà, che agiva come elemento calore nell’antica esistenza di Saturno, e in cui fu formato il primo germe del corpo fisico umano. Non dovete però credere, che delle Entità spirituali come gli Spiriti della Volontà terminino a un determinato grado il loro lavoro. Per quanto sull’antico Saturno essi in certo modo avessero compiuto la parte principale del loro lavoro, continuarono tuttavia a essere attivi anche nel corso dell’evoluzione attraverso le esistenze del Sole, della Luna e della Terra. E rimasero in certo modo nella sostanzialità, per la quale dapprima esse si erano immolate. Abbiamo veduto, che entro l’antica esistenza solare l’elemento calore si trasformò, dal lato della condensazione, dunque per così dire verso il basso, in elemento aereo. Un processo siffatto che, guardato secondo la parvenza esteriore, ci appare a un dipresso come una condensazione dell’elemento calore in elemento aereo, non è un processo di condensazione altro che secondo la maya, secondo l’illusione. In questo condensarsi stesso vi è vibrazione ed essenza spirituale, vi è un’attività spirituale. E chi vuole approfondire le cose deve chiedere: «Nell’ordine delle Gerarchie, chi ha fatto sì che dalla sostanza-calore più sottile – se mi posso esprimere così – si sia consolidata la sostanza aerea, più densa?» Nessun altro, che quei medesimi Spiriti della Volontà, che già avevano fatto sacrificio della propria sostanza di calore; sicché possiamo definire questa attività degli spiriti della Volontà, dicendo: Essi erano talmente progrediti all’epoca dell’antica esistenza saturnia, che emanarono la loro propria sostanza come calore, e l’immolarono sostanzialmente, e il loro fuoco scorse nell’esistenza planetaria dell’antico Saturno. Poi indurirono questo loro fuoco, durante l’antica esistenza solare, fino a ridurlo a gas. E furono essi pure, che durante l’antica esistenza lunare condensarono il loro elemento gassoso fino a renderlo acqueo. E durante l’esistenza terrestre, essi condensarono ancora l’elemento acqueo fino a ridurlo elemento terreo, solido. Quando dunque ci volgiamo oggi lo sguardo d’attorno, nel mondo, e vediamo il solido, dobbiamo dire: In questo solido operano delle forze, le quali uniche e sole dànno la possibilità che questo solido esista; le quali per virtù della propria entità si sono riversate come calore sull’antico Saturno, e hanno reso questo loro efflusso sempre più denso fino allo stato solido, che esse tengono ormai vigorosamente compatto. E se vogliamo sapere chi è che fa tutto questo, dobbiamo dire: «Dietro a tutto ciò che ci si presenta come solido, svolgono la loro azione tessitrice gli Spiriti della Volontà, i Troni». Gli Spiriti della Volontà esistono dunque ancora fin entro l’esistenza stessa della Terra. E ora, ciò che nella Genesi viene riferito, si presenta a noi sotto una nuova luce.

Quando sentiamo che ciò che nella Genesi viene indicato con «bara» è una specie di operosità pensante degli Elohim, dobbiamo dire: Sì, gli Elohim, per mezzo della loro meditazione, come attingendo dalla memoria, crearono di nuovo ciò che io ho indicato come dei complessi dell’esistenza. A questi Elohim è successo, sotto un certo riguardo, proprio lo stesso che succede a noi quando, attingendo dalla memoria, creiamo qualcosa – noi certamente svolgiamo quest’attività in un campo molto inferiore.

Vorrei parlare per via di similitudini. Immaginatevi un uomo, che si addormenti la sera. Per la sua coscienza, subbiettiva, il suo mondo di sentimenti e rappresentazioni sprofonda nell’oblio; egli passa nello stato di sonno. Supponiamo che l’ultimo pensiero, che egli abbia avuto la sera, sia stato, – per esempio – quello di una rosa, di una rosa che gli stava vicina quando si è addormentato. Questo pensiero sprofonda nell’oblìo. La mattina risorge nuovamente il pensiero della rosa. Se la rosa non fosse rimasta, non vi sarebbe più che il solo pensiero di essa. Distinguete ora questi due fatti: uno è quello del richiamo alla memoria delle rappresentazioni della rosa; la quale in date circostanze potrebbe risorgere anche se la rosa fosse stata tolta; dunque il pensiero, il ricordo della rosa. Ma se la rosa è rimasta lì, allora, per la percezione, risorge anche la rosa materiale; questo è l’altro fatto. Anche nei riguardi di tutto ciò che abbiamo indicato come pensiero cosmico degli Elohim, vi prego di distinguere parimenti due fatti. Quando dunque ci viene raccontato, che nel terzo momento del divenire della Terra ha luogo un cogitare cosmico, che gli Elohim separano il liquido dal solido, che essi isolano il solido e lo designano come Terra, dobbiamo anche in questo vedere la riflessione cosmica degli Elohim, dai quali germina questo pensiero produttivo. Ma in ciò che si presentò dinanzi alla loro riflessione dobbiamo riconoscere l’attività degli Spiriti della volontà, i quali riproducono ora l’oggettivo nella loro propria sostanziale essenza. Così fin dal principio gli Spiriti della Volontà operano e hanno operato in ogni elemento terreno che ci circonda.

Dovete familiarizzarvi con siffatte idee, che, cioè, sotto certi riguardi, in ciò che ci circonda più da vicino, e che consideriamo spesso come qualcosa di inferiore, ci troviamo di fronte a Entità assai elevate e sublimi. È facile dire di ciò che si presenta a noi come solido: «Ma questa è soltanto materia!» e forse molti hanno voglia di dire: «Di questo non si occupa chi studia lo Spirito. La materia non è che esistenza inferiore. Come ci può interessare questa sostanza? Noi penetriamo nella spiritualità al di sopra della materia!» Chi pensa a questo modo non tiene conto del fatto, che in ciò che egli vorrebbe così disprezzare, hanno lavorato per infiniti tempi delle Entità spirituali elevate, per portarlo in questa condizione di solido. E in verità, il nostro sentimento, se avesse un modo di sentire normale, dovrebbe compenetrarsi di profonda venerazione, quando dalla materia esteriore, dal manto elementare, per così dire, che ricopre la Terra, esso penetra fino a ciò che ha solidificato quel manto terreno; il nostro sentimento dovrebbe con profonda devozione acquistare un senso di altissimo rispetto per le Entità spirituali elevate, che chiamiamo Spiriti della Volontà, le quali con lunghissimo lavoro hanno edificato in questo elemento terreo la base solida, sulla quale camminiamo, e che portiamo anche in noi stessi nelle parti terree del nostro corpo fisico. Questi Spiriti della Volontà che nell’esoterismo cristiano vengono chiamati anche Troni, hanno effettivamente costruito o – per dir meglio – condensato il suolo solido, sul quale camminiamo. Coloro che, da esoterici, hanno assegnato i nomi alle creazioni degli Spiriti della Volontà entro l’ambito della nostra esistenza terrena, hanno chiamato questi Spiriti, «Troni», perché effettivamente essi ci hanno edificato i troni sui quali, come sopra una base solida, sempre ci appoggiamo, e sui quali, come sui suoi troni solidi, continua sempre a poggiare ogni altra esistenza terrena. Queste antiche espressioni hanno un contenuto meritevole di straordinario rispetto e venerazione, di cui il nostro sentimento deve tener conto.

Se ora risaliamo nell’esistenza elementare dal solido o terreo fino all’acqueo, dobbiamo dire: «Per il terreo è stato necessario un lavoro più lungo di costruzione e di condensazione che non per l’acqueo; dovremo conseguentemente anche cercare le forze che stanno a base dell’acqueo in entità di una gerarchia inferiore. Per la condensazione dell’elemento acqueo, quale esso agisce come esistenza elementare attorno a noi, è stata necessaria soltanto l’azione degli Spiriti della Saggezza – Kyriotetes, o anche Dominazioni – del grado gerarchico immediatamente inferiore. Così, dietro alla base solida della Terra, vediamo gli Spiriti della Volontà; e dietro a ciò che non è l’acqua fisica, ma che sono le forze che costituiscono il liquido, dobbiamo vedere l’azione degli Spiriti della Saggezza, o Kyriotetes. Se risaliamo all’aeriforme dobbiamo vedere in esso l’azione della Gerarchia immediatamente inferiore. Anche nell’aeriforme, che vibra e regna intorno a noi, in quanto è prodotto da forze che risiedono dietro ad esso dobbiamo vedere l’efflusso dell’attività di certi Spiriti dell’ordine delle Gerarchie. Come gli Spiriti della Saggezza operano nell’acqueo, così nell’aeriforme agiscono gli Spiriti del movimento – Dynamis, Virtù, come siamo anche abituati a chiamarli nell’esoterismo cristiano –. E se ci spingiamo avanti fino all’elemento calore, fino al susseguente stato più sottile, sono gli Spiriti della Gerarchia immediatamente inferiore che vivono e tessono in esso, gli Spiriti della forma – Exusiai –, gli stessi, dei quali, da varii giorni, parliamo come Elohim. Finora, guardando da un aspetto del tutto diverso, abbiamo descritto gli Spiriti della forma, come quelli, che «covavono» nell’elemento calore. Scendendo nell’ordine delle Gerarchie dagli Spiriti della volontà agli Spiriti della Saggezza e del movimento, arriviamo di bel nuovo ai nostri Elohim, ai nostri Spiriti della forma. Vedete come tutto si concatena, purché se ne rintracci correttamente il filo.

Se provate ora di interpretare con intelligenza e con sentimento tutto ciò che è stato descritto, direte: A base di ciò che i nostri sensi vedono nell’ambiente che ci attornia, vi è un’esistenza elementare, un elemento terreo: ma in questo elemento terreo vivono in realtà, gli Spiriti della volontà: a base di esso vi è un elemento liquido, nel quale però vivono in realtà gli Spiriti della saggezza; a base di quest’ultimo vi è un elemento aeriforme in cui vivono tuttavia in realtà gli Spiriti del movimento; e poi un elemento di calore, nel quale vivono, in realtà, gli Spiriti della forma, gli Elohim.

Non dobbiamo però pensare che si possano separare completamente questi campi l’uno dall’altro, che si possano tracciare dei limiti fissi tra di essi. Tutta la nostra vita terrena poggia invece sulla reciproca e scambievole azione dell’elemento acqueo, dell’aeriforme e del solido e sul fatto che il calore interpenetra e pervade ogni cosa. Non v’ha solido, che non sia in uno stato qualsiasi di calore; troviamo il calore ovunque negli altri gradi dell’esistenza elementare. Possiamo perciò dire: Troviamo anche l’azione degli Elohim – l’effettivo elemento energetico del calore – dappertutto; essa si è riversata ovunque. Se anche ha dovuto essere preceduta dall’azione degli Spiriti della volontà, della saggezza, del movimento, pur nondimeno, durante l’esistenza della Terra, questo elemento del calore, che è la manifestazione degli Spiriti della forma, ha permeato tutti i gradi inferiori dell’esistenza. Non troveremo dunque soltanto nel solido la base sostanziale, per così dire, il corpo degli Spiriti della Volontà, ma vediamo questo corpo degli Spiriti della volontà permeato e contessuto dagli Elohim stessi, dagli Spiriti della forma.

E ora proviamoci a ritrovare nell’esistenza sensibile l’espressione esteriore di ciò, che abbiamo per l’appunto esposto.

Abbiamo descritto ciò che vi è nel supersensibile, un intertessersi degli Spiriti della volontà – Troni – e degli Spiriti della forma – Elohim –; questo si trova nel supersensibile. Ma il supersensibile riflette sempre la propria immagine nel mondo sensibile. E come si palesa questo fatto? Ciò che sostanzialmente, per così dire, è il corpo, l’essere degli Spiriti della Volontà, è la materia che si squaderna dinanzi a noi, la materia solida. Ciò che viene abitualmente considerato come materia, è illusione; le idee che ci si forma della materia, sono maya. In realtà il veggente, quando, per così dire, si reca nelle sfere dove deve apparire la materia, non vi trova la nostra rappresentazione fantastica della materia fisica, – perché tale rappresentazione è un sogno vuoto. Il concetto della materia, di cui parla la cosidetta fisica della filosofia della natura è soltanto un’immagine, una stravaganza, una fantasticheria. Finché ci si contenta di servircene come moneta di cambio, va bene; ma se con essa si crede di cogliere alcunché di essenziale, si sogna. E così in fondo oggidì la fisica sogna, quando parla delle sue teorie. Quando constata dei fatti, descrive dei fatti, il reale, il vero, allora parla di verità – quando descrive ciò che l’occhio può vedere e ciò che si può stabilire con un calcolo. Ma quando si mette a speculare sugli atomi, sulle molecole, ecc., che non sarebbero altro che certe cose aventi esistenza materiale, allora essa comincia a immaginare uno spazio universale, del quale dobbiamo proprio dire: «Succede come nel nostro dramma dei Misteri Rosicruciani, là dove Felix Balde, nel Tempio, afferma: «Se si volesse comprare qualcosa e si dicesse: non ti pago con denaro sonante, ti prometto che da qualche nebbia formerò dei ducati, la nebbia si condenserà certo in ducati». Con questo paragone grossolano si può veramente rendere quella illusione della teoria fisica, che accetta l’idea di intere costruzioni cosmiche sorte dalle nebulose primordiali, quando alla cosidetta «necessità di una concezione del mondo», si deve soddisfare con la moneta che, in questo campo, la scienza spaccia volentieri. È una fantasticheria voler considerare come reale l’esistenza atomica, quale oggi la si concepisce. Finché la s’intende come un mezzo abbreviativo (moneta di cambio) per significare ciò che i sensi palesano, si rimane sul terreno giusto. Se si penetra al di là di questo terreno del sensibile, ci si deve avanzare fino alla spiritualità, e si arriva allora all’essenza e all’attività di una sostanza fondamentale, che però altro non è che la corporeità dei Troni, permeata dall’azione degli Spiriti della forma. E come si palesa, come si proietta ciò nel nostro mondo dei sensi? Ebbene, in questo si squaderna davanti a noi la materia solida, la quale però in nessun suo stato è amorfa. Ciò che è amorfo, ciò che è senza forma, viene determinato soltanto dal fatto, che, in ultima analisi, ogni esistenza che aspira a forma viene rotta, spezzata. Nell’edificio cosmico, tutto ciò che troviamo, in certo modo, come esistenza di natura polverulenta, non ha affatto la tendenza a essere polvere; ma è esistenza sminuzzata. La materia, come tale, ha tendenza a prendere forma. Tutto ha tendenza a essere cristallino. Ciò che è materia solida tende a prender forma di cristallo, tende verso una forma. Possiamo quindi dire: Ciò che chiamiamo la sostanzialità dei Troni e degli Elohim penetra nella nostra esistenza materiale, in quanto si rivela come materia solida che si distende. Per il fatto che essa manifesta qualcosa che noi chiamiamo esistenza materiale, per questo fatto stesso, essa si rivela come essenzialità dei Troni; per il fatto che appare con una forma e che, per così dire, in questa sostanza fondamentale le vengono elaborate sempre delle forme, si rivela come manifestazione esteriore degli Elohim.

E ora gettiamo di nuovo uno sguardo sul contenuto spirituale della nomenclatura degli antichi tempi. Gli antichi veggenti si sono detti a quell’epoca: «Se guardiamo attorno, nella materialità, questa si rivela a noi nell’essenzialità dei Troni ; la quale però vien permeata da un elemento di forza che vuol portare tutto ciò a prendere forma. Di qui il nome di «Spiriti della forma». In tutti questi nomi v’è un’indicazione di ciò che di veramente essenziale essi significano. Volgete lo sguardo sulla tendenza, che esiste in tutto l’ambiente che ci circonda, verso la forma cristallina, e avrete, a un grado inferiore, ciò, che nella determinazione della forma cristallina manifesta esteriormente le forze che vibrano e vigono nella sostanza dei Troni, come Elohim, come Spiriti della forma. Là operano i fabbri, nel loro elemento di calore, e dalla sostanza senza forma degli Spiriti della volontà fucinano le forme cristalline delle diverse terre e dei varii metalli. Questi sono gli Spiriti nella loro attività calorica. i quali allo stesso tempo sono l’elemento formativo dell’esistenza. Se considerate la cosa in questo modo, arrivate a vedere l’essenza e l’attività vivente, che sta a base della nostra esistenza. Dobbiamo così abituarci a vedere, in tutto ciò che si presenta a noi esteriormente, maya, illusione, senza però fermarci alla teoria inutile, che il mondo esteriore è maya; con essa non si giunge a nulla. Sol quando si arriva a penetrare con lo sguardo ovunque, in ogni singola parte della maya, fino all’essenza reale che sta a base di essa, solo allora quella frase ha veramente senso; allora è di qualche utilità. Abituiamoci dunque a vedere in tutto quello che succede esteriormente, in tutto quello che ci circonda, una cosa che, come illusione, è bensì realtà ma che in fondo rimane nondimeno illusione. Una parvenza non è che parvenza. Come tale, essa è un fatto; ma non la si comprende, se ci si ferma alla sua apparenza. E la si può considerare ed apprezzare anche come apparenza, sol quando non ci si fermi alla sua parvenza. Le idee astratte dell’epoca attuale confondono tutto quanto. Gli antichi veggenti non potevano fare questo: non avevano questa gran comodità di veder ovunque le medesime forze grossolane, come fa ai nostri giorni il fisico, il quale non vuole soltanto intendersi di fisica, ma vuole contemporaneamente essere, per esempio, anche meteorologo. Chi mette oggi in dubbio, che quelle forze, che operano – diciamo, per esempio – nell’esistenza elementare, nel solido, nel liquido, ecc. chi mette in dubbio, secondo i concetti odierni della fisica, che quelle forze non siano le medesime che sono pure in azione, quando, per esempio, si formano le nuvole nell’aria, quando l’acqua si conglomera nelle nuvole? So benissimo, che il fisico oggidì mai può giudicare diversamente, che per la sua qualità di fisico vuole essere allo stesso tempo anche meteorologo, e che per lui non v’ha differenza quando applica quelle stesse leggi, che egli prende in considerazione per l’esistenza della Terra, anche alla formazione delle masse di acqua, che in forma di nubi circondano, la nostra Terra. Il compito del veggente non è così facile. Appena si risale ai sostrati spirituali, non è più possibile di vedere in tutto la medesima cosa; sono diverse le Entità spirituali che agiscono, quando – per esempio – da un elemento gassoso qualsiasi si forma, direttamente sul suolo, un liquido, e quando, nell’ambiente che circonda la Terra, l’elemento gassoso, nebbioso, si conglomera e forma un liquido. Quando dunque si considera il prodursi dell’elemento acqueo nella nostra atmosfera, il veggente non può dire: l’elemento acqueo si produce lassù nello stesso modo come si produce sul suolo terrestre, la sua natura vaporosa nasce nello stesso modo, come l’acqua si condensa nel fondo della Terra, sul suolo stesso, perché in realtà le Entità che partecipano alla formazione delle nuvole sono diverse da quelle che prendono parte alla formazione delle acque sul terreno. Quel che testè ho detto della parte che le Gerarchie prendono alla nostra esistenza elementare, si riferisce soltanto alla Terra, dal suo punto centrale, fino alla superficie, dove noi stessi ci troviamo; ma le medesime forze non arrivano, per esempio, a formare anche le nuvole. A questo lavoro provvedono altre Entità. La filosofia naturalistica, che è un prodotto della fisica odierna, parte da un principio pregiudiziale molto semplice. Essa ricerca dapprima alcune leggi fisiche, e poi dice che queste reggono ogni esistenza; e trascura tutte le differenze che esistono nei diversi campi dell’esistenza. Così facendo, ci si regola secondo la massima, che di notte tutte le mucche sono grigie, di qualsiasi colore esse sieno. Ma le cose non sono uguali dappertutto, anzi si presentano nei varii campi in modo molto diverso. Colui dunque, il quale, per mezzo della ricerca chiaroveggente, è divenuto cosciente che entro la nostra Terra l’essere dei Troni o degli Spiriti della volontà domina nell’elemento terreo, che nell’elemento acqueo domina l’essere degli Spiriti della saggezza, nell’aeriforme quello degli Spiriti del movimento, nel calore quello degli Elohim, si eleva gradualmente anche alla conoscenza, che nel conglomerarsi delle nuvole, in quel peculiare processo che si svolge nell’ambiente che circonda la nostra Terra, per cui l’elemento acqueo-gassoso diviene acqueo, sono in azione quelle Entità che appartengono alla Gerarchia dei Cherubini. Guardiamo così il solido, ciò che indichiamo come esistenza elementare terrestre, e contempliamo in esso un intrecciarsi dell’azione degli Elohim e di quella dei Troni. Volgiamo lo sguardo in alto, e vediamo come nell’aeriforme, in cui dominano indubbiamente gli Spiriti del movimento, siano all’opera i Cherubini, perché l’elemento acqueo, che sale dalla sfera degli Spiriti della saggezza, possa conglomerarsi in nuvole. Come è vero che attorno alla nostra Terra dominano i Cherubini, così pure è vero che dentro l’esistenza elementare della nostra Terra dominano i Troni, gli Spiriti della saggezza, gli Spiriti del movimento. E se consideriamo ora l’azione e l’essere stesso di queste formazioni di nubi, se guardiamo ciò che di più profondo, per così dire, sta in esse nascosto, ciò che soltanto a volte si rivela, vediamo che è il lampo, che si sprigiona dalla nube, e il tuono. Neppure questa è cosa che proviene dal nulla. Per il veggente, a base di questa attività, vi è l’opera e l’essere degli Spiriti di quella Gerarchia, che indichiamo come Serafini. E con ciò, se rimaniamo nella cerchia della nostra Terra, se arriviamo soltanto fino alla prossima sfera, abbiamo trovato tutti i singoli gradi delle Gerarchie.

In ciò che si presenta a noi sensibilmente vediamo dunque l’efflusso, le manifestazioni dell’attività delle Gerarchie. Sarebbe una vera sciocchezza, se nel lampo che prorompe dalla nube si credesse di vedere lo stesso di quel che si vede quando si accende un fiammifero. Dominano forze affatto diverse, quando dalla materia scaturisce l’elemento che domina nel lampo, cioè l’elettricità. Vi dominano i Serafini.

Abbiamo dunque trovato la totalità delle Gerarchie anche nella cerchia della nostra Terra, così come le possiamo trovare fuori, nel Cosmo. Queste Gerarchie per l’appunto estendono la loro azione anche su ciò che sta nell’ambiente che immediatamente ci circonda.

E se leggete ora la Genesi, se contemplate l’intero ordinamento e contesto dell’evoluzione del mondo, come ci viene esposto dalla Genesi, voi trovate che, per così dire, tutti i gradi anteriori che si sono formati durante le esistenze dell’antico Saturno, dell’antico Sole e dell’antica Luna, si ripetono, e che alla fine, come coronamento dell’evoluzione, si è presentato l’uomo. Dobbiamo dunque interpretare questa relazione della Genesi così, che tutta l’attività e l’essere delle Gerarchie s’intesse nei fatti che vi sono narrati; e che tutto insieme, per così dire, si condensa nell’ultimo prodotto del divenire della Terra, in quell’essere supersensibile (perché dapprima è un essere supersensibile), del quale sta detto: Gli Elohim lo determinarono dicendo: E ora facciamo l’uomo. Essi allora contesserono tutto ciò, di cui singolarmente ognuno di essi era capace, in un’opera d’ insieme. Contesserono tutte le capacità che avevano portate seco dai gradi precedentemente trascorsi, per far sorgere alla fine l’uomo. Tutte queste Gerarchie dunque, che hanno preceduto quella dell’uomo, e che designano come Serafini, Cherubini, Troni, come Spiriti della saggezza, del movimento, della forma, come Archai o Spiriti della personalità, come Spiriti del fuoco o Arcangeli e come Esseri angelici, tutte queste Entità le abbiamo trovate operanti e viventi in tutta questa esistenza, di cui riferisce la Genesi. E se seguiamo ciò che questa relazione narra fino a quel coronamento dell’edificio, che apparisce, nel cosidetto sesto giorno della Creazione, con l’uomo, se prendiamo in considerazione tutta l’esistenza vivente e tessitrice, per così dire, dell’evoluzione terrestre preumana, troviamo ben in essa tutte le diverse Gerarchie. E tutte queste Gerarchie dovettero collaborare, per preparare ciò che finalmente comparve come uomo.

Possiamo dunque dire: In quel veggente o in quei veggenti, dai quali la Genesi è scaturita, v’era coscienza, che tutte le Gerarchie da noi enumerate avevano già dovuto agire per lo stadio preparatorio dell’uomo. Ma essi dovevano pure essere coscienti, che per la produzione dell’uomo stesso, per l’ultimo coronamento di questo intero ordine di Gerarchie, doveva ancora venire un aiuto, da una parte, che sotto un certo riguardo, si trova più in alto di tutte queste Gerarchie stesse. Noi eleviamo dunque lo sguardo, per così dire, al di sopra dei Serafini, verso un’Entità divina sconosciuta, appena sospettata. Seguiamo, per esempio, l’azione di un membro qualsiasi dell’ordine delle Gerarchie – diciamo, l’azione degli Elohim: finché essi non erano arrivati alla determinazione di coronare le loro opere con la formazione dell’uomo, era sufficiente che essi ponessero la propria attività in armonia con quella delle Gerarchie fin su ai Serafini. Allora, però, dovette venir loro un aiuto da quella parte, verso la quale, abbiamo, presentandola, per l’appunto elevato lo sguardo spirituale e che sta, per così dire, al di sopra dei Serafini. Quando gli Elohim vollero dirigere la loro azione creatrice verso quella vetta vertiginosa per poter ricevere aiuto da quella parte, dovette succedere qualcosa, di cui vogliamo comprendere tutta la portata. Essi dovettero, per così dire, trascendere sé stessi, dovettero imparare a potere più di quanto non avessero potuto nel caso del lavoro preparatorio. Per coronare completamente l’opera, per condurla a termine, fu necessario che gli Elohim divenissero capaci di esplicare forze superiori a quelle fin allora esplicate per la semplice opera preparatoria. Il gruppo degli Elohim dovette dunque, in certo modo, trascendere sé stesso. Proviamo di farci un’idea di come un fatto simile possa succedere. Proviamo di formarci questo concetto, partendo ancor una volta da un esempio comune! Partiamo dall’evoluzione dell’uomo!

Quando vediamo l’uomo entrare, piccolissimo bambino, nell’esistenza, sappiamo che in lui ancora non è sviluppato quella che chiamiamo unità di coscienza. Il bambino, del resto, non pronunzia la parola Io, che tiene unita la coscienza, se non dopo qualche tempo. Allora ciò che vi è nella sua vita animica s’inserisce nell’unità della coscienza. L’uomo cresce in altezza in quanto riunisce le diverse attività che nel bambino sono ancora decentrate. Raccogliere quelle attività è dunque nell’uomo un evolversi verso uno stato superiore. In modo analogo possiamo immaginarci il progresso evolutivo degli Elohim. Questi hanno esplicato una certa attività durante l’evoluzione preparatoria dell’uomo. Per il fatto di aver esplicato questa attività, essi stessi hanno imparato qualcosa; hanno essi stessi recato un contributo per sollevarsi a un grado superiore. Come gruppo, essi hanno ormai raggiunto una certa unità di coscienza; non sono, per così dire, rimasti semplicemente un gruppo, ma sono diventati un’unità. L’unità, in certo modo, acquistò esistenza. Ciò che ora diciamo, è cosa di straordinaria importanza; fino ad ora vi potevo soltanto dire, che i singoli Elohim erano fatti in modo, che ciascuno di essi aveva una capacità speciale. Ognuno di essi poteva recare un contributo al comune intento, alla comune immagine, secondo la quale essi volevano formare l’uomo. E ciò che l’uomo era, non era in certo modo che un’idea, nella quale potevano collaborare. Questo, dapprima, nel lavoro degli Elohim, non era ancora niente di reale. La realtà sorse soltanto, quando essi ebbero creato il prodotto comune. Con questo lavoro stesso, però, essi si evolvettero a maggiore altezza, evolvettero la loro unità fino a divenire realtà, sicché ormai non erano più soltanto sette, ma il settetto era un tutto, e noi possiamo ora parlare di una «Elohimità», manifestantesi in settemplice modo. Allora soltanto sorse questa Elohimità; essa è ciò, a cui gli Elohim si sono innalzati col loro lavoro. E la Bibbia lo sa; la Bibbia conosce l’idea, che gli Elohim, in certo modo, sono prima i membri di un gruppo e poi si coordinano in una unità, in modo che prima essi lavorano insieme come membri di un gruppo, e poi vengono diretti da un organismo comune. E questa unità reale degli Elohim, in cui gli Elohim esercitano la loro azione come arti, come organi, viene chiamata dalla Bibbia «Jahve-Elohim».

Avete così, in modo più profondo di quel che finora non fosse possibile avere, il concetto di Jahve, di Jehova. Per questo la Bibbia, nella sua narrazione, parla dapprima soltanto degli Elohim e, quando gli Elohim stessi sono progrediti a un grado superiore, all’unità, comincia a parlare di Jahve-Elohim. Questa è la ragione più profonda, perché alla fine dell’opera della Creazione comparisce a un tratto il nome Jahve.

Dal che vedete, come occorra penetrare fino alle fonti occulte, quando si vogliono comprendere cose di questo genere. Che cosa ne ha fatto l’esegesi biblica del secolo decimonono? Da tutto il fatto, che vi ho descritto traendolo da fonti occulte, l’esegesi della Bibbia ha dedotto quanto segue: Ha detto: «Sì, in un punto comparisce il nome di «Elohim», in un altro il nome di «Jahve». Evidentemente, questa è la prova, che i due documenti provengono da due tradizioni religiose differenti; e bisogna distinguere fra ciò che è tradizione di un popolo che ha adorato gli Elohim, e ciò che è tradizione di un popolo che ha adorato Jahve. E chi ha scritto, ha riunito i due nomi, Elohim e Jahve-Elohim, e abbiamo perciò un documento che ha il nome «Elohim», e un altro che ha il nome «Jahve». Bisogna di nuovo dividerli». E questa indagine è arrivata al punto, che oggi abbiamo perfino delle cosidette Bibbie ed arcobaleno, nelle quali tutto ciò che sarebbe di una provenienza vien stampato in lettere celesti, e tutto ciò che sarebbe dell’altra provenienza viene stampato in lettere rosse. Vi sono veramente delle Bibbie siffatte! Peccato, che bisogna talvolta far la divisione in modo, che la prima parte di un periodo è celeste e la seconda è rossa, perché la prima proviene da un popolo e la seconda dall’altro. È soltanto da meravigliarsi, poiché il periodo principale e quello subordinato si combinano con tale perfezione, che sia stata necessaria la venuta di uno che connettesse queste due tradizioni. Infinita fatica è stata spesa per questa esegesi del nostro secolo, e si può dire, quando si sia a conoscenza dei fatti, che forse in nessun’altra ricerca di scienza naturale o di storia si è spesa tanta fatica, quanto per questa esegesi teologica della Bibbia, del XIX secolo, la quale desta in noi profonda tristezza e il senso di una profonda tragicità. Ciò che dovrebbe illuminare l’umanità su quanto v’ha di più spirituale, ha perduto il contatto con le fonti spirituali. È come se qualcuno volesse dire: «Nella seconda parte del Faust, se si confronta il passo dove parla Ariel con i versi burleschi della prima parte del Faust, si trova che lo stile è completamente differente. È impossibile che entrambi i passi sieno stati scritti da una medesima persona, e Goethe deve perciò essere una figura mitica». Per via di questo distacco dalle fonti occulte, il frutto di un immenso lavoro di applicazione e di sacrificio si trova davvero e tragicamente posto al medesimo livello di chi voglia negare l’esistenza di Goethe, perché non può credere che due cose così diverse come lo stile della prima e quello della seconda parte del Faust possano provenire da una stessa persona. Questo ci rivela una profonda tragicità della vita umana; ci dimostra quanto sia necessario di ricondurre gli spiriti verso le fonti della vita spirituale. Solo quando gli uomini torneranno a cercare lo Spirito vivente, sarà possibile la conoscenza spirituale. E gli uomini torneranno a cercarlo; perché tale ricerca è connessa con un’esigenza irresistibile dell’anima umana. Ed è sulla fiducia che tale impulso esiste nell’anima umana, e che il cuore spinge l’uomo a ricercare nuovamente la sua connessione con le fonti spirituali, e a comprendere la vera base delle tradizioni religiose, è su questa fiducia, in ultima analisi, che poggia tutta la forza che ci può animare sul terreno dei nostri studi spirituali. Compenetriamoci di questa fiducia, e raccoglieremo veri frutti in questo campo che ci deve condurre nella vita spirituale.

8°Il primo e il secondo giorno della creazione. Il lavoro dal mondo elementare agli organi umani

Monaco, 23 Agosto 1910

Se vogliamo giungere alla comprensione dell’esistenza, dobbiamo, da un certo punto di vista, seguire sempre l’evoluzione di questa esistenza, e già da varie prove abbiamo potuto convincerci, come tutto quel che ci circonda, e di cui siamo consapevoli, sia in via di evoluzione. Dobbiamo anche assuefarci a dare una linea più grandiosa al nostro concetto dell’evoluzione, estendendolo anche a quei campi, ai quali, nella coscienza odierna, meno si pensa ad applicare l’idea di evoluzione. Si pensa poco, per esempio, a una vera evoluzione nei riguardi della vita dell’anima dell’uomo. Si pensa bensì a una siffatta evoluzione nei rapporti esteriori, quando essa si manifesta apertamente, come nell’esistenza individuale dell’uomo, dalla nascita alla morte; ma nei riguardi dell’umanità, si pensa subito all’evoluzione che vien su da condizioni animali inferiori, e, anche tenendo conto di ciò che oggidì già si può sapere, si arriva a delle idee alquanto fantastiche, a una concezione, secondo la quale, senz’altro, ciò che è superiore avrebbe potuto evolversi da ciò che è inferiore, e ciò che è umano da ciò che è animale. In questo ciclo di conferenze, non può naturalmente essere mio compito di dimostrare dettagliatamente, come già spesso ho fatto, che la nostra coscienza umana, quale è oggi, ha attraversato un’evoluzione in grande stile, e specialmente che il genere di coscienza, il genere di vita animica che oggi possediamo, è stato preceduto da un altro. Abbiamo spesso chiamato una specie di coscienza inferiore chiaro-veggente quella, che ha preceduto la nostra attuale coscienza esteriore. La coscienza odierna ci procura delle rappresentazioni di oggetti esteriori per la via della percezione esteriore. L’altra coscienza, invece, che ha preceduto la, nostra attuale, la possiamo meglio studiare, volgendo lo sguardo indietro, all’antica evoluzione lunare. La differenza più caratteristica fra l’antica evoluzione lunare e la nostra attuale evoluzione terrestre, è per l’appunto questa, che la coscienza si è elevata da una specie di antica chiaroveggenza, da una specie di coscienza a immagini, all’attuale coscienza oggettiva. In fondo, è già da varii anni che io insisto su questo fatto, e già da molti anni dalla Cronaca dell’Akasha, nei primi fascicoli della Luzifer Gnosis 3, avete sul proposito potuto istruirvi sull’evoluzione. Ivi già si diceva, come l’antica coscienza a figure di natura onirica, che in tempi antichissimi era propria del nostro essere, si sia evoluta fino alla coscienza terrena, fino a ciò che ci dà oggi coscienza delle cose esteriori, ossia di ciò che noi chiamiamo cose esteriori nello spazio, in contrapposto a ciò che noi stessi siamo interiormente. Questa distinzione fra gli oggetti esteriori e la nostra propria vita interiore, è pure una caratteristica dell’attuale nostro stato di coscienza. Se abbiamo un oggetto qualsiasi davanti a noi, per esempio, questa rosa, diciamo: questa rosa è là nello spazio, è staccata da noi. Noi stiamo in un posto diverso dal suo. Percepiamo la rosa e ci formiamo una rappresentazione di essa; la rappresentazione è in noi, la rosa è fuori di noi. Questa distinzione fra esteriore e interiore è la caratteristica della nostra coscienza terrestre. L’antica coscienza lunare non era così. Questa distinzione fra esteriore e interiore non veniva assolutamente fatta da quelle entità, che ebbero l’antica coscienza lunare. Supponete che, guardando questa rosa, voi non abbiate coscienza che la rosa sta al di fuori di voi e che ve la state rappresentando interiormente, ma che al contrario abbiate la coscienza che, se questa rosa sta sospesa l
à nello spazio, l’essere suo proprio non appartiene soltanto allo spazio che essa racchiude, ma si estende fuori nello spazio e la rosa è effettivamente in voi. In verità, la cosa potrebbe andare anche più oltre. Immaginatevi di volgere lo sguardo al sole, e di non avere la coscienza che il sole sia là su, e che voi siate qua giù; ma di avere invece la coscienza che mentre vi state creando la rappresentazione del sole, il sole sia in voi, che la vostra coscienza afferri il sole in modo più o meno spirituale. Questa differenza fra interiore ed esteriore allora non esisterebbe. Se vi rendete ben conto di ciò, avete trovato la prima vera qualità di questa coscienza, qual era sull’antica luna. Un’altra sua caratteristica era quella di essere una coscienza a immagini, in modo che le cose non comparivano direttamente come oggetti, ma come immagini simboliche, così come il sogno oggidì spesso si svolge in figure simboliche. Il sogno, per esempio, può agire in modo, che un fuoco che sta al di fuori di noi venga percepito magari con il simbolo di un essere che irradia luce, come in un quadro; analogamente l’antica coscienza lunare percepiva le cose – per così dire – interiormente, ma anche in forma d’immagini. Questa antica coscienza lunare era dunque una coscienza a immagini, intrisa d’interiorità. E vi era pure un’altra differenza essenziale fra quella antica coscienza e la nostra coscienza attuale. Non agiva affatto in modo, da dare agli oggetti esteriori un’esistenza obbiettiva, come fa la coscienza terrestre odierna. Ciò che oggi chiamate l’ambiente che vi circonda, ciò che vedete oggi come oggetti sensibili nei regni vegetale, minerale e umano, non esisteva affatto per la coscienza durante l’antica evoluzione lunare. Avveniva a quell’epoca, a un livello onirico inferiore, qualcosa di simile a quanto succede oggidì nell’anima, quando si desta la forza veggente, la chiaroveggenza cosciente. Il primo risveglio di questa coscienza chiaroveggente è tale, che nei primi tempi non si volge ancora affatto ad esseri esteriori. In ciò anzi sta una sorgente d’innumerevoli illusioni per coloro, i quali, per virtù della loro – per così dire – evoluzione esoterica, sviluppano in sé stessi la facoltà di forze chiaroveggenti. Questa educazione delle forze chiaroveggenti progredisce a grado a grado. Vi è un primo grado di chiaroveggenza: si sviluppa qualche capacità nell’uomo, egli vede qualche cosa attorno a sé. Ma cadrebbe in errore, se subito fosse convinto, che ciò che vede attorno a sé, dunque – diciamo – nello spazio spirituale, sia anche realtà spirituale. Johannes Thomasius, nel nostro Mistero rosicruciano, attraversa questo stadio di chiaroveggenza astrale. Vi ricordo soltanto le immagini che sorgono davanti all’anima di Thomasius, quando egli sta meditando, seduto sul proscenio, e si sente schiudere nell’anima il mondo spirituale. Sorgono delle immagini dinanzi a lui, nella prima delle quali lo Spirito degli elementi gli presenta dinanzi all’anima l’immagine di esseri, che egli già ha conosciuti nella vita. Il dramma si svolge in modo, che Johannes Thomasius ha già conosciuto nella vita il professore Capesius e il dottor Strader. Egli li ha già conosciuti sul piano fisico; dove si è già formato certe idee su queste due personalità. Quando, dopo il suo grande dolore, prorompe la sua facoltà chiaroveggente, Johannes Thomasius vede di bel nuovo il professore Capesius e il dottor Strader. Li vede sotto aspetti meravigliosi; vede il Capesius ringiovanito, qual era all’età di circa 25 o 26 anni, e non come è veramente al momento in cui Johannes Thomasius sta lì meditando. Neppure il dottore Strader egli vede come veramente è in quel momento in cui Johannes sta meditando, ma lo vede come dovrà diventare da vegliardo in questa sua incarnazione. Questa e parecchie altre immagini passano dinanzi all’anima di Johannes Thomasius. Per rappresentare questo in un dramma, occorre che i quadri, che prendono veramente vita nell’anima per mezzo della meditazione, si svolgano sulla scena. L’errore non può essere, che Johannes Thomasius giudichi tutto ciò illusione; egli sbaglierebbe allora completamente. L’unico atteggiamento corretto, di fronte a tutto questo, è per lui di dire a sé stesso, che ancora non può sapere fino a qual punto si tratti d’illusione o di realtà. Egli non sa, se quel che gli si presenta nelle immagini sia una realtà spirituale esteriore – se sia, per esempio, ciò che è registrato nella cronaca dell’Akasha, – o se egli abbia esteso il proprio Sé fino a farne un mondo. Entrambi i casi sono possibili, ed egli deve ammetterli ambedue. Ciò che gli manca è la facoltà di discernimento fra realtà spirituale e coscienza a immagini. Questo egli deve dire a sé stesso. E soltanto dal momento in cui gli si è dischiusa la coscienza devachanica, in cui Johannes Thomasius sperimenta la realtà spirituale in quanto percepisce nel Devachan la realtà spirituale di un essere, che egli conosce sul piano fisico – Maria –, da allora soltanto egli può tornare a guardare indietro, e distinguere la realtà della mera coscienza a immagini. Così potete vedere che l’uomo, nel corso della sua evoluzione esoterica, deve attraversare uno stadio, in cui è circondato da immagini, in cui però egli non possiede alcuna facoltà di discernere fra ciò che si manifesta come realtà spirituale e le immagini stesse. Nel dramma rosicruciano, naturalmente, erano vere realtà spirituali che si manifestavano nelle immagini. Per esempio, quel che si palesa come professore Capesius è l’immagine reale, che della gioventù del Capesius è rimasta impressa nella Cronaca dell’Akasha (e quel che si palesa come dottor Strader è la vera immagine, che della vecchiaia dello Strader sta registrata nell’Akasha). Nel dramma s’intende che le due immagini sieno reali: ma Johannes Thomasius non sa, che sono reali.

Questo stadio che si attraversa a quel punto di evoluzione, venne già attraversato durante l’antica coscienza lunare a un livello inferiore onirico – sicché non era possibile allora la distinzione di cui sopra. Più tardi dunque è cominciata la facoltà di distinguere ed è bene tener presente quanto per l’appunto è stato detto. Teniamo dunque per fermo, che il chiaroveggente si familiarizza con una specie di coscienza a immagini. Durante l’antica epoca lunare, le immagini che sorgevano erano però sostanzialmente differenti dagli oggetti della nostra coscienza terrestre; e tali sono anche oggi per il chiaroveggente principiante. All’inizio della vera chiaroveggenza, il chiaroveggente a tutta prima non vede affatto delle entità esteriori spirituali: egli vede delle immagini. E dobbiamo ora chiedere a noi stessi: che significano queste immagini, che così sorgono? Ecco, vedete, al primo grado di chiaroveggenza, esse non rappresentano affatto delle vere entità spirituali; ciò che così sorge è invece anzitutto – se mi è concessa l’espressione – una specie di coscienza degli organi; è una rappresentazione figurata, un proiettar fuori nello spazio, ciò che realmente si svolge in noi stessi. E quando il chiaroveggente comincia a sviluppare in sé le forze, può – per citare ora un esempio vero – sentire come se fuori, nello spazio, egli percepisse in lontananza due sfere luminose. Sono due immagini, dunque, di sfere luminose di determinati colori. Se ora il chiaroveggente dicesse: «Vi sono là fuori due entità», egli probabilmente cadrebbe in errore; da principio, a ogni modo, lo stato di fatto non sarebbe quello, anzi sarebbe del tutto diverso. Si tratta invece, che egli vede le forze chiaroveggenti, che lavorano in lui stesso, proiettate fuori nello spazio sotto forma di due sfere. E queste due sfere, per esempio, possono rappresentare ciò che lavora nel corpo astrale del chiaroveggente e che interiormente produce la forza visiva nei suoi due occhi. Questa forza visiva si può proiettare fuori, sotto forma di due sfere. Sono effettivamente dunque forze interiori che si palesano come apparizioni esteriori nello spazio astrale. E sarebbe massimo errore considerarle come una manifestazione di entità spirituali esteriori. Sarebbe errore anche maggiore se da principio, per virtù di qualche mezzuccio – per così dire – si arrivasse a udire delle voci e si giudicassero subito queste voci come ispirazioni che vengono da fuori. Questo è il massimo errore in cui si possa cadere. Esse potranno essere tutt’al più un’eco di un processo interiore. E mentre di regola ciò che si palesa sotto forma d’immagini di colori o di figure rappresenta dei processi più o meno puri della propria interiorità, le voci, in generale, rappresentano quanto di confuso si svolge nell’anima. Ed è ottima cosa, se chi comincia a percepire delle voci, accoglie a tutta prima il contenuto di esse con la maggior diffidenza. Vedete dunque, che il principio di questa facoltà rappresentativa figurata deve a ogni modo essere accolto con molto prudenza. È una specie di coscienza degli organi, una proiezione della propria interiorità fuori, nello spazio. Ma questa coscienza degli organi era la coscienza perfettamente normale durante l’antica evoluzione lunare. Gli uomini stessi, nell’antico stadio lunare, non percepivano che poco più di ciò che ad essi stessi succedeva.

Ho richiamato spesso la vostra attenzione sopra un detto importante di Goethe: «l’occhio viene formato alla luce per la luce». Queste parole dovrebbero andar comprese molto profondamente. Tutti gli organi che l’uomo possiede sono formati secondo l’ambiente e dall’ambiente. Ed è una filosofia superficiale, e che esprime un solo aspetto della verità, quella che dice: senza l’occhio l’uomo non potrebbe percepire la luce; perché l’altro aspetto importante di questa verità è, che senza luce l’occhio non avrebbe potuto mai svilupparsi; e così pure l’orecchio senza il suono, ecc. Da un punto di vista più profondo, tutto il Kantismo è superficiale. perché non espone che un aspetto della verità. La luce che vibra e inonda lo spazio cosmico, questa è la causa prima degli organi visivi. Durante l’antica epoca lunare il principale lavoro delle entità, che presero parte al divenire dei nostri mondi, era la costruzione degli organi. Gli organi devono prima essere costruiti, e poi possono percepire. La nostra coscienza oggettiva abituale è fondata sul fatto, che sono stati prima costruiti gli organi. Come organi meramente fisici, gli organi sensorii furono già formati durante l’antica epoca saturnia; l’occhio a un dipresso come una camera oscura, quale l’ha il fotografo. Siffatti apparati meramente fisici non possono percepire nulla; essi sono combinati secondo le leggi fisiche. Durante l’antica epoca lunare questi organi vennero interiorizzati. Se dunque consideriamo l’occhio, dobbiamo dire: Sull’antico Saturno venne formato in modo, che era tutt’al più un apparato fisico; allo stadio lunare, venne dalla luce solare, che splendeva dal di fuori, trasformato in organo di percezione, in organo di coscienza. L’essenziale di quell’attività, durante l’antica esistenza lunare, fu di aver tratto fuori gli organi, per così dire, dalle entità stesse; l’essenziale, durante l’opera terrestre, è, per esempio, che la luce esercita un’azione sulle piante, mantiene lo sviluppo delle piante. Nella flora esteriore, noi vediamo il prodotto di questa azione della luce. Non così agiva la luce durante l’antica condizione lunare; allora essa traeva fuori gli organi. E ciò che l’uomo allora percepiva, era per l’appunto questo lavoro che si esercitava sui suoi proprii organi. Era dunque una percezione d’ immagini, che comunque sembravano riempire lo spazio cosmico; e sembrava come se queste immagini fossero distese nello spazio. In realtà non erano altro che espressioni per il lavoro che l’esistenza elementare svolgeva sugli organi dell’uomo. Il modo come egli plasmava sé stesso, il modo come, per così dire, dall’essere suo si sviluppavano gli occhi capaci di percepire questo lavoro su di sé stesso, il suo proprio divenire interiore, è questo che l’uomo percepiva durante l’antica epoca lunare. Così il mondo esteriore era per lui un mondo interiore, perché l’intero mondo esteriore lavorava alla sua interiorità. Ma egli non distingueva affatto sé stesso fra esteriorità e interiorità; non vedeva il sole come esteriore; non separava il sole da sé stesso, ma percepiva in sé il divenire dei suoi occhi. E questo elaborantesi divenire dei suoi occhi, si espandeva fuori, per lui, in un’immagine visibile che riempiva lo spazio. Tale era per lui la percezione solare; era però un processo interiore. Questa era la caratteristica dell’antica coscienza lunare, che cioè si percepiva attorno a sé un mondo di immagini, le quali però significavano un divenire interiore, un costruire interiore dell’esistenza dell’anima. Così l’uomo lunare era rinchiuso nell’astralità, sentiva il proprio divenire come un mondo esteriore. Oggi, la percezione di questo divenire interiore come mondo esteriore, così da non poter distinguere quali siano le immagini che si percepiscono soltanto come riflesso del proprio divenire, costituirebbe una malattia; durante l’antica coscienza lunare, invece, ciò era normale. Il lavoro, per esempio, di quelle Entità le quali diventarono più tardi gli Elohim, l’uomo lo percepiva allora entro il proprio essere. Come se oggi vi riuscisse di percepire, diciamo pure, lo scorrere del sangue in voi stessi, così l’uomo percepiva allora l’attività, di questi Elohim. Essa era dentro di lui, ma si rifletteva in immagini che apparivano dal di fuori. Una coscienza siffatta, però, era l’unica e sola che fosse possibile sulla Luna. Perché ciò che succede sulla nostra Terra deve succedere in armonia con l’intero cosmo. Una coscienza come quella che l’uomo ha sulla Terra, con questa sua distinzione fra esteriore e interiore, con la sua percezione del fatto che là, fuori, vi sono degli oggetti esteriori reali e che accanto ad essi noi siamo un’interiorità, richiedeva che l’intera evoluzione passasse dall’antica Luna alla Terra, e che nel nostro sistema cosmico si verificasse una forma completamente diversa la scissione. La separazione, pur esempio, fra luna e Terra, come l’abbiamo oggi, non esisteva affatto all’epoca dell’antica Luna. Ciò che chiamiamo l’antica Luna, ve la dovete raffigurare come se la luna attuale fosse ancora congiunta con la Terra. Per questo fatto, tutti gli altri pianeti, compreso il sole, erano formati in modo del tutto diverso. E date le condizioni che allora vi erano, poteva svilupparsi soltanto una coscienza a immagini. Ed è solo quando l’intero cosmo che ci riguarda ebbe assunto l’aspetto, che ha per l’appunto come ambiente che circonda la Terra, che si è potuta sviluppare la coscienza oggettiva, quale oggi l’abbiamo. Dobbiamo dunque dire: una coscienza, quale l’uomo possiede, come coscienza terrestre, gli venne riservata per l’epoca della Terra. E prima non soltanto non l’aveva l’uomo, ma non l’avevano neppure tutte le altre entità, che abbiamo indicate come appartenenti a questa o a quella gerarchia. Sarebbe un giudizio superficiale quello di credere, che, per esempio, gli Angioli, perché trascorsero il loro grado di umanità sull’antica Luna, dovessero perciò avere avuto sull’antica Luna una coscienza uguale a quella, che gli uomini hanno oggidì sulla Terra. Essi non hanno avuto una tale coscienza, e questo fatto per l’appunto li distingue dagli uomini, di aver cioè percorso il loro grado di umanità con una coscienza differente. Una diretta ripetizione di ciò che già e stato, non si verifica mai. Tutto ciò che costituisce un momento di evoluzione avviene una volta sola, e avviene appunto per affermare sé stesso e non per ripetere qualche cosa d’altro. Perché dunque questa condizione di coscienza, che chiamiamo oggidì la coscienza dell’uomo terrestre, potesse esistere, erano necessari tutti i processi che hanno veramente dato origine a questa Terra, era necessario che vi fosse l’uomo come uomo. Ed era impossibile che gli esseri terrestri potessero sviluppare nei gradi precedenti dell’evoluzione una coscienza siffatta. Quando un oggetto si presenta dinanzi a noi, esso è al di fuori di noi, ci appare come un essere al di fuori di noi. Ogni precedente coscienza delle entità delle quali ci è dato parlare, è cosiffatta, che non distingue l’interiore dall’esteriore, e che renderebbe assurdo il dire: ci appare qualcosa come situato dinanzi a noi. Neanche gli Elohim potevano dire così perché per loro questo non era. Essi potevano soltanto dire: Noi viviamo e operiamo nell’universo, noi creiamo e nel creare percepiamo questa nostra creatività. Non è dinanzi a noi che sono oggetti, non è dinanzi a noi che appariscono degli oggetti. Il fatto che è espresso nella enunciazione: «Davanti a noi ci appaiono degli oggetti in una formazione esteriore spaziale si esprime, per così dire, un che di esistente da cui noi stessi siamo separati, e di fronte a cui ci troviamo». Il fatto, che può rivelarsi in questa enunciazione, è sorto anche per gli Elohim soltanto durante l’epoca terrestre. Quando, durante l’antica epoca lunare. questi Elohim sentivano sé stessi tessere e operare nella luce, che dall’antico Sole fluiva sulla Luna, avrebbero potuto dire: «Noi ci sentiamo dentro a questa luce; sentiamo come con questa luce c’immergiamo negli esseri, i quali vivono sull’antica Luna come uomini, noi percorriamo rapidamente, per così dire, lo spazio con questa luce». Ma non avrebbero potuto dire: «Vediamo questa luce al di fuori di noi». Questo fatto non c’era durante l’antica esistenza lunare: esso fu un fatto terrestre completamente nuovo. Quando, a un determinato grado dell’evoluzione, ci si presenta nella Genesi la frase monumentale: «E gli Elohim dissero: Sia fatta la luce», è un fatto nuovo che deve sopravvenire; questo, cioè, che essi non si sentono semplicemente scorrere unitamente alla luce, ma sentono che la luce vien loro riverberata dagli oggetti, che gli oggetti appariscono loro dal di fuori. Lo scrittore della Genesi esprime ciò, quando alle parole: «E gli Elohim dissero: Sia fatta la luce» aggiunge: «E gli Elohim videro la luce». In verità, non vi è niente di superfluo in questo documento, non vi sono frasi vuote. E sarebbe da augurarsi, che fra le molte cose, che gli uomini possono imparare da questo antico documento, imparassero anche questa: di non ritenere che in esso alcuna frase sia vuota, di non attribuire ad esso significati che non ricchi di contenuto. Lo scrittore della Genesi non ha scritto niente di superfluo, neppure ha aggiunto quel che per il gusto piccolo borghese poteva parere decorativo, per far degli abbellimenti alla storia della creazione della luce: non fa dunque dire agli Elohim: «Vediamo la luce e siamo soddisfatti dell’opera nostra». È il verificarsi di un fatto nuovo, questa è la cosa importante che vien detta in quella piccola frase. E vien detto anche di più. Non sta scritto soltanto: «E gli Elohim videro la luce», ma sta scritto: «Essi videro che era bella – o buona». Rilevo, che la differenza fra «bello» e «buono» non viene fatta nella lingua ebraica come si fa oggi. Una medesima parola significa tanto «bello» quanto «buono». Che cosa s’intende veramente con ciò, che si, chiama bello o buono? Nel sanscrito antico, e anche nella lingua tedesca, il significato ancora trasparisce dalla parola stessa. La parola «schön» abbraccia tutte le parole, che in qualsiasi lingua significhino, che un’interiorità, una spiritualità, comparisce in un’immagine esteriore; «shön sein» (essere bello) significa: un’interiorità comparisce esteriormente. E ancora oggi annettiamo alla parola «Schönheit» (bellezza) il miglior significato, quando intendiamo che nell’oggetto (bello) «schön» un essere spirituale interiore si palesa come alla superficie, in immagine fisica. Si dice qualcosa «schön» (bello), quando attraverso la materialità esteriore, per così dire, si vede trasparire la spiritualità. Quando si può dire (bella) «schön», una scultura in marmo? Quando nella forma esteriore essa desta l’illusione, che in essa vive lo spirito. L’apparire della spiritualità attraverso l’esteriorità, questo è il bello. Quando dunque nella Genesi si presentane a noi le parole: «Gli Elohim «videro la luce», possiamo dire, che in esse viene indicata la caratteristica dell’evoluzione terrestre, ma che anche ciò che prima non si poteva sperimentare che subbiettivamente, apparisce ora dai di fuori; che lo spirito si presenta nella sua apparizione esteriore. Le parole, che ordinariamente vengono tradotte: «E gli Elohim videro la luce e videro che era bella», possiamo dunque esprimerle come segue: E gli Elohim divennero coscienti che ciò, in cui essi prima stavano, si presentava loro dinanzi come un’esteriorità: in questa apparizione sperimentarono, che lo Spirito stava nello sfondo e arrivava ad esprimersi nell’esteriorità – poiché questo è il significato che si cela dietro le parole: che era «bella». Il miglior modo per comprendere un antico documento come la Genesi, è di non cercarvi mai dei pleonasmi, ma di ricercare ovunque i misteri, che veramente stanno occultati nelle parole. Allora con la vostra indagine penetrerete in quello stile grandioso; mentre una massa di commenti non è altro che pedanteria comunissima. Ma proseguiamo ancora. Perché ciò che era caratteristico della condizione lunare potesse determinarsi, abbiamo visto che occorreva che l’elemento solare si distaccasse da quello lunare. Abbiamo visto poi, come fosse necessario che durante l’evoluzione terrestre l’elemento solare tornasse a distaccarsi da quello terrestre; come per la vita di ciò che è dotato di coscienza occorra, per essi dire, la dualità. Doveva verificarsi l’uscita dell’elemento terrestre; tale uscita, però, è collegata anche con dell’altro; è collegata col fatto, che le condizioni elementari in ciò che diventa elemento lunare e in ciò che diventa elemento solare modificano, per così dire, la propria natura, diventano qualcosa d’altro. Se contemplate il sole attuale, anche soltanto fisicamente, dovete dire a voi stessi: le condizioni che abbiamo sulla Terra, e a cui diamo il nome di stato solido e di stato liquido, non le dobbiamo cercare nel sole fisico. Tutt’al più potrete dire, che il sole è disceso nella scala degli elementi fino a quello gassoso; perfino la nostra fisica considera il sole a questo modo. La suddetta separazione si verifica del resto con la scissione di quel che prima era un’unità. Abbiamo visto, che l’elemento terrestre si sviluppa per il verificarsi di una specie di processo discendente di condensazione che va dall’elemento-calore fino a quello terreo, solido; e che ciò che vi ha di elementarità in alto, ossia l’elemento eterico della luce, quello del suono e quello della vita, vi apparisce come penetrato dentro dal di fuori. Ma per l’elemento solare che si separa dal terrestre non dobbiamo presumere che si verifichi un processo uguale. Dobbiamo piuttosto dire: abbiamo dunque come primo e più sottile stato ciò che racchiude e provoca la vita; poi ciò, che possiamo chiamare etere del suono o del numero, poi l’etere-luce e dopo l’etere-calore; poi abbiamo l’aria o gas, l’acqueo e il terreo o solido. Queste sono le sette condizioni dell’esistenza elementare. Nella sfera dell’elemento terrestre dovremo principalmente cercare ciò che arriva fino al calore. Il calore pervade tutto il nostro elemento terrestre, mentre invece dell’elemento-luce dobbiamo dire, che la Terra ne è partecipe solo in quanto gli esseri – o si può anche dire i corpi dell’ambiente che ci circonda – prendono parte alla vita terrestre. La luce radia dal sole sulla Terra. Se si volessero, per così invece dire.: «Essi vivevano e tessevano in esso». Neanche del cosidetto secondo giorno della Creazione potrebbe allora venir detto, che gli Elohim percepirono quel movimento che separa le sostanze verso l’alto e verso il basso; ne potrebbe dirsi di questo lavoro degli Elohim, per esempio: «Essi lo percepiscono»: queste parole di «percezione» e di «essere bello» dovrebbero venire omesse nella Genesi; allora vi sarebbe piena corrispondenza con quel che possiamo constatare per mezzo della scienza dello Spirito. Il veggente dunque, che ha scritto la Genesi, avrebbe dovuto omettere per il secondo giorno della Creazione la frase: «E gli Elohim videro... ». Prendete la Genesi; vi sta scritto del primo giorno: «E gli Elohim videro la luce e videro che era bella». Al secondo giorno della Creazione, nelle traduzioni più comuni, trovate detto, dopo che il primo giorno della Creazione è trascorso: a E Dio disse: «Sia fatta una dilatazione nel mezzo alle acque e separi acqua da acque... e fu fatto così. E alla dilatazione Dio diede il nome di cielo... e della sera e della mattina si compie il secondo giorno». E quella frase che vi è per il primo giorno della Creazione, viene omessa per il secondo giorno della Creazione. La Genesi racconta conformemente a ciò che da essa possiamo aspettarci secondo quello che si può constatare per via scientifico-spirituale. Avete qui di nuovo una crux, un nodo, che gl’interpreti del secolo decimonono non hanno saputo come risolvere. Vi sono stati degli interpreti che hanno detto: «Insomma, che importa che la seconda volta quella frase sia stata omessa; lo scrittore l’avrà dimenticata». Gli uomini devono imparare, che nella Genesi, non soltanto non va aggiunto niente che non vi appartenga, ma non va neanche tralasciato nulla che vi appartenga. Lo scrittore della Genesi non ha dimenticato nulla. È per una ragione profondissima, che per il secondo giorno della Creazione quelle parole non sono state messe. Questo di nuovo è uno di quei fatti, dei quali già molti ho citati, che ci riempiono di un senso di straordinario rispetto e ammirazione, quando penetriamo nello studio di un antico documento come la Genesi. Si potrebbe imparare molto da questi antichi scrittori, i quali, senza esser legati sul riguardo da alcun giuramento, ma per volontà spontanea, seguivano il principio «di non aggiungere e di non omettere niente, di ciò che avevano riconosciuto come verità». Essi erano profondamente compenetrati dal sentimento, che ogni singola parola di quei documenti deve esserci sacra, e che non dobbiamo tralasciare niente di necessario. Abbiamo così esaminato le cause profonde, per così dire, della formazione di questo cosidetto primo e secondo giorno della Creazione. Colui il quale, per mezzo della investigazione spirituale, scopre ciò che vi è dietro alle cose, e poi si accosta alla Bibbia, dice veramente: sarebbe certo meraviglioso, straordinariamente meraviglioso, se queste finezze, che possono scoprirsi per mezzo di una scrupolosa investigazione spirituale, si ritrovassero nell’antico veggente, il quale ha collaborato alla Genesi. E quando questo fatto straordinario si avvera, lo invade un sentimento meraviglioso: un sentimento, che dovrebbe penetrare nelle anime umane, perché tornino a sentire rettamente la santità, che si contiene in questo antichissimo documento, da noi conosciuto come Genesi.

9°Il progredire umano fino al sesto giorno della creazione

Monaco, 24 Agosto 1910

Nel corso di queste conferenze ci siamo formati un quadro del modo, come le precedenti esistenze preparatorie si riversino dalle antiche epoche di Saturno, del Sole e della Luna nel divenire della nostra Terra. Dobbiamo naturalmente sempre tener presente, che la cosa più essenziale che ci possa interessare nell'insieme di questo divenire terrestre è l’evoluzione, la formazione dell’uomo stesso. Sappiamo, che nell'intera nostra evoluzione planetaria l’uomo è, per così dire, il primo prodotto. Se volgiamo uno sguardo retrospettivo sull’antica esistenza saturnia, ci avvediamo che, durante quel periodo di tessitura di calore, vi è da registrare soltanto la costituzione del primo germe dell’uomo fisico, e che di tutto quanto oggi ancora ci circonda, di ciò che incontriamo nel regno animale, in quello vegetale, e in quello minerale, ancora non esisteva nulla. Questi regni vennero soltanto in seguito ad aggiungersi al regno umano. Dovremo perciò chiederci: come si svolge nei dettagli l’evoluzione dell’uomo secondo la relazione della Genesi, durante il divenire della Terra? Nel corso di queste conferenze vedremo, che essa viene completamente a confermare tutto ciò, che oggi possiamo conoscere dalle indagini della scienza dello Spirito. Se si esamina la Genesi superficialmente, potrebbe sembrare che l’uomo sia comparso come di colpo nel sesto giorno della Creazione. Noi sappiamo però, che l’uomo è ciò che -vi è di più importante, e che gli altri regni, in certo modo, sono le scorie del divenire dell’uomo. Ci deve perciò interessare il quesito: Che n’era dell’uomo durante i giorni della Creazione che hanno preceduto il sesto? Dove dobbiamo cercarlo in quei giorni? Se il divenire della Terra rappresenta una specie di ripetizione delle esistenze di Saturno, del Sole e della Luna, è da presumersi che prima di ogni altra cosa si ripeta sempre il divenire dell’uomo; e che non si debba cercare l’uomo soltanto nel sesto giorno della Creazione, ma anche prima. Come si spiega questa apparente contraddizione, che cioè la Genesi non parla già prima dell’uomo? Ora, è necessario cominciare col rilevare, che la Genesi, quando comincia a parlare del divenire dell’uomo, parla di Adamo e, in un dato senso nell’antico linguaggio sacerdotale degli Ebrei, l’espressione «Adamo» coincide con il nostro vocabolo «l’uomo». Ma dobbiamo comprendere questa espressione «Adamo» con maggiore esattezza. Questo vocabolo destava nell’anima degli antichi saggi ebraici una rappresentazione, che nell'idioma nostro potremo rendere a un dipresso con la parola «il terreo». L’uomo dunque, come tale, è l’essere terrestre per eccellenza, il coronamento, quasi, di ogni essere terrestre, ciò che risulta in ultimo, come frutto del divenire della Terra. Ma se vogliamo continuare questa immagine, tutto ciò che in ultimo converge nel frutto, si trova già fin da prima contenuto, nell’intero essere della pianta. Non troveremo l’uomo nei precedenti giorni della Creazione, se non ci rendiamo conto che, in realtà, non è la parte fisica dell’uomo che precede quella spirituale-animica, ma che, al contrario, è la spirituale-animica che precede quella fisica. Ciò che abbiamo oggi innanzi a noi come uomo terrestre fisico, ciò a cui diamo il nome di uomo, ce lo dobbiamo rappresentare, a un dipresso, come se avessimo una piccola quantità di acqua, che per raffreddamento facciamo congelare in ghiaccio. Come l’acqua si congela in ghiaccio, così press’a poco dobbiamo raffigurarci che al sesto giorno della Creazione, l’uomo animico-spirituale, per opera degli Elohim, si sia solidificato per così dire condensato, in uomo terrestre. Il progresso dunque al sesto giorno della Creazione sta nel condensarsi dell’uomo da spirituale-animico a uomo denso terrestre. – Non dovremo conseguentemente cercare l’uomo, nei precedenti cosidetti giorni della Creazione, nel campo di ciò che si forma, sempre nella sfera del supersensibile, come scorie fisiche, o come leggi delle scorie fisiche, ma dovremo prima cercare l’uomo in una condizione spirituale-animica. Quando dunque si dice, secondo la Genesi, che al primo giorno esisteva ciò che era interiormente in movimento e ciò che esteriormente si manifestava, non dobbiamo, per questo primo giorno della Creazione, cercare l’uomo nell’elemento terreo, ma nell’ambiente che circonda la Terra come entità spirituale-animica. Dobbiamo dire: la sua esistenza terrestre si va preparando come essere spirituale-animico. Oggi, anzitutto, voglio esporvi il collegamento fra i risultati della scienza dello Spirito e la Genesi.

Che cosa si sta preparando nel primissimo germe dell’uomo, quando la Genesi ci riferisce, che dal cogitare cosmico nascono i due complessi, quello interiormente animato e l’altro che esteriormente si manifesta, quando lo Spirito degli Elohim tesse e cova in questi due complessi, quale parte si sta allora preparando dell’uomo? Ciò che nel senso delle spiegazioni che diamo oggi sul terreno della scienza dello Spirito possiamo chiamare anima senziente, ciò che dobbiamo oggi considerare come un’interiorità, questo, secondo la Genesi, si prepara nel cosidetto primo giorno della Creazione, fino al momento in cui sta detto: «Sia fatta la luce e la luce fu fatta». In tutto ciò, nell’ambiente spirituale circostante, per così dire, sta come spiritualità animica dell’uomo l’anima senziente. Diremo dunque, per spiegarci meglio: nell’ambiente che circonda la Terra noi cerchiamo prima di tutto l’anima senziente e la poniamo al posto, che viene ordinariamente chiamato il primo dei giorni della Creazione. Là dunque, intorno alla Terra, dove gli Elohim e le Entità loro ministro esplicano le opere loro; là, dove vibra un’Entità spirituale animica, in quest’atmosfera spirituale-animica, – a un dipresso come oggi vediamo le nuvole nell’aerosfera – dobbiamo vedere una spiritualità animica dell’uomo; cioè, prima di tutto, l’anima senziente dell’uomo. L’evoluzione poi progredisce e, se seguiamo l’uomo ulteriormente, dovremo cercare quel che chiamiamo l’anima razionale o l’anima affettiva. L’anima senziente progredisce e diventa anima razionale o anima affettiva. E nell’ambiente che circonda la Terra abbiamo questo, per così dire, affinamento dell’anima senziente ad anima razionale o affettiva, nel secondo dei cosidetti giorni della Creazione. Quando dunque l’etere del suono penetra nel divenire della Terra, e le masse di sostanze superiori, si separano da quelle inferiori, appartiene alla sfera superiore, ed è operoso in essa, un uomo, che esiste in germe soltanto come anima senziente e come anima razionale o affettiva. Come terzo momento dobbiamo raffigurarci il progresso dell’uomo fino all’anima cosciente, di guisa che dobbiamo rappresentarci l’intero processo, che ci viene esposto dalla Genesi, in modo, che in questo terzo giorno della Creazione, giù sulla Terra, per opera dell’etere vitale, si evolva la verdura, la vegetalità – come l’abbiamo descritta – come specie. La Terra germina – naturalmente in maniera che solo supersensibilmente è percepibile la base della vita vegetale, e in alto, nell’etere, aleggia ciò, che dobbiamo designare come anima cosciente in congiunzione con l’anima senziente e l’anima razionale o affettiva. Così l’uomo spirituale-animico sta sospeso nell’ambiente che circonda il divenire della Terra. Egli- sta come dentro la sostanza delle diverse Entità spirituali. Fino allora egli, in fondo, non ha esistenza indipendente. Si potrebbe dire che egli si stesse formando come organo dentro agli Elohim, alle Archai, ecc, che esistesse nei loro corpi come membra dei medesimi. È perciò naturale, che ci si parli di queste Entità, – perché esse sole sono veramente delle individualità in quell’epoca del divenire della Terra; perché con la sorte di queste Entità viene anche descritta la sorte del germe umano. Ma – come potete facilmente immaginarvi – se l’uomo deve un giorno veramente popolare la Terra, occorre che succeda un fatto, che possiamo definire come una graduale densificazione dell’uomo. Questa animicità spirituale deve, per così dire, rivestirsi a poco a poco di corporeità. Abbiamo dunque alla fine di, quel che nella Bibbia ci si presenta come terzo giorno della Creazione, un uomo spirituale-animico in germe, così come oggi parliamo dell’anima cosciente, dell’anima razionale o affettiva e di quella senziente. Tutto ciò deve rivestirsi, per così dire, provvedersi di veste esteriore.

L’uomo, entro queste sfere spirituale-animiche, deve ricevere prima di tutto la veste del corpo astrale. Cerchiamo di rappresentarci ciò che significano veramente, queste parole: «L’uomo dopo questo terzo giorno della Creazione deve rivestirsi del corpo astrale». Dove, nella vita attuale, troviamo noi nell’uomo il suo corpo astrale, come separato da lui e posto dinanzi a noi in modo da poterne studiare le leggi? Se pure in una forma affatto diversa da quella che aveva all’epoca di cui ci parla la Genesi, troviamo questo corpo astrale separato dall’uomo, quando l’uomo dorme. Nel sonno, l’uomo lascia sul letto il suo corpo fisico e quello eterico, e l’uomo stesso si trova allora nel corpo astrale, che alberga l’Io. Ricordatevi ora di parecchie cose, che vi ho dette negli anni trascorsi intorno alla vita peculiare di questo corpo astrale durante lo stato di sonno. Ricordatevi anche di ciò, che si trova in proposito nella mia Scienza Occulta. Allora direte a voi stessi «Quando questo corpo astrale è fuori del corpo fisico e di quello eterico, cominciano a formarsi dei collegamenti, come delle correnti, che da questo corpo astrale vanno verso l’ambiente cosmico. Quando ritornate la mattina dallo stato di sonno a quello di veglia, avete per così dire, durante lo stato di sonno, assorbito le forze rinvigorenti dall’intero cosmo. Sotto un certo riguardo, durante la notte, il vostro corpo astrale, per mezzo delle sue correnti, era inserito nell’intero cosmo circostante. Era collegato con tutte le Entità planetarie, che appartengono alla nostra Terra. Mandava le sue correnti verso Mercurio, Marte, Giove, ecc. e in queste Entità planetarie si trovano le forze rinvigoritrici, che mandano nel corpo astrale ciò che ci abbisogna, per potere al nostro ritorno nel corpo fisico e in quello eterico proseguire lo stato di veglia. Dorante la notte, il nostro corpo astrale è come riversato fuori e ingrandito a esistenza cosmica. La coscienza chiaroveggente, nel momento che ci si addormenta, vede uscire il corpo astrale in certo modo, dal corpo fisico. Questo, naturalmente, è un modo di esprimersi assai poco esatto. Il corpo astrale si trae fuori dal corpo fisico serpeggiando come in una spirale; resta sospeso come una nuvola a spirale. Ma ciò che allora si vede non è che il principio delle correnti ché si dismembrano da questo corpo astrale.

Esse si espandono effettivamente nello spazio cosmico e raccolgono forze, s’imbevono delle forze dei pianeti. E se qualcuno vi volesse dire, che il corpo astrale è ciò che, con una chiaroveggenza rudimentale, si vede sospeso come una nuvola, nei pressi del corpo fisico, non vi direbbe affatto la verità: perché questo corpo astrale, durante la notte, è riversato sull’intero nostro sistema solare. Durante lo stato di sonno, è, per così dire, in relazione con le Entità planetarie. Perciò appunto parliamo di un corpo «astrale». Tutte le altre spiegazioni dell’espressione corpo «astrale», che è stata coniata nel Medio Evo, non sono esatte. Parliamo di un corpo «astrale», perché, durante lo stato di sonno dell’uomo, il corpo astrale è in una certa intima relazione con le stelle, con il mondo astrale, perché riposa in questo, perché ne accoglie in sé le forze. Se considerate questo stato di fatto, che anche oggidì risulta all'investigazione chiaroveggente, direte: ma allora, anche le prime correnti che formarono questo corpo astrale dovevano fluire all’uomo dal mondo astrale, dal mondo stellare. Questo mondo stellare dunque doveva esistere durante il divenire della Terra. Se diciamo dunque: Al cosidetto quarto giorno della Creazione ciò che prima vi era come spiritualità animica si rivestì delle leggi e delle forze del corpo astrale, le stelle, gli astri, dovevano in questo quarto giorno della Creazione esplicare la loro azione nell’ambiente che circonda la Terra. E la Genesi ci racconta per l’appunto questo. Quando nel cosidetto quarto giorno della Creazione ci viene prospettato ciò, che possiamo descrivere con le parole «il corpo astrale dell’uomo si forma con le sue leggi», la Genesi assai giustamente pone a parallelo con questo rivestirsi del corpo astrale che l’uomo fa, quando ancora egli aleggia nell’ambiente spirituale e astrale che circonda la Terra, con l’attività del mondo stellare che appartiene in primo luogo alla nostra Terra. Anche in questo, dunque, vi è nel racconto della Genesi un significato profondo, che si accorda completamente con ciò che la ricerca chiaroveggente può dire oggidì dell’uomo attuale. Vedremo ancora, che all’epoca di cui parla la Genesi, questo corpo astrale non era certo così come il nostro corpo astrale è attualmente di notte. Ma ne aveva le medesime leggi. Ciò, che si sviluppava in esso come attività, era lo stesso. Dovremo dunque aspettarci, che nell’epoca seguente, che la Genesi registra come quinto giorno della Creazione, si verifichi un’ulteriore condensazione dell’uomo. L’uomo rimane ancora un essere eterico supersensibile; ma ha luogo un’ulteriore densificazione, una densificazione nell’eterico. L’uomo ancora non tocca la Terra; egli appartiene ancora, per così dire, all’ambiente più spirituale-eterico che circonda la Terra; e qui tocchiamo un punto, che è straordinariamente importante di saper comprendere per tutto quanto concerne il divenire dell’uomo in, relazione con la Terra. Se volgiamo lo sguardo sul regno più vicino a quello dell’uomo, al regno animale, possiamo proporci il quesito, che già spesso abbiamo rasentato: perché veramente questi animali sono diventati animali, e perché l’uomo è diventato uomo? Che l’uomo si sia evoluto dall’animalità, come va fantasticando la grossolana concezione materialistica dell’epoca attuale, è una cosa che neppure l’intelligenza astratta più superficiale, se comprende veramente sé stessa, può ammettere; se però consideriamo il processo cronologicamente, se, per così dire, dirigiamo lo sguardo al divenire della Terra, dobbiamo pur dire: prima che l’uomo comparisse visibilmente sulla Terra, sono comparsi gli animali. Perché l’uomo potesse divenire uomo sulla Terra, era necessario che egli trovasse le condizioni terrestri adatte per la sua densificazione. Supponiamo che all’epoca, che ci viene indicata come il quinto giorno della Creazione, l’uomo fosse diventato un essere terrestre come lo è oggidì, vale a dire-così denso. da poter essere designato come un essere terrestre, che cosa sarebbe in tal caso avvenuto? Se l’uomo fosse, per così dire, già allora disceso nella densa esistenza terrena, non avrebbe potuto divenire la figura e l’essere, che è divenuto; perché le condizioni terrestri non erano allora ancora mature per dare all’uomo tale figura. L’uomo dovette aspettare nella spiritualità e dovette abbandonare l’evoluzione terrestre a sé stessa, perché essa non poteva ancora fornirgli le condizioni per l’esistenza terrena. Egli doveva prima maturare in una sfera spirituale-animica, in una sfera più eterica; se non avesse atteso a discendere sulla Terra, sarebbe stato rivestito per l’appunto di figura animale. Questa è la ragione per cui gli animali sono diventati animali, perché, cioè, l’essere spirituale-animico, il principio animico della specie di queste forme animali è disceso sulla Terra, quando questa non era ancora matura, non era ancora capace di fornire le condizioni, che erano necessarie per la figura umana terrestre. L’uomo dovette aspettare su, nella spiritualità. Ciò che è divenuto animale è come disceso troppo presto ai fini di divenire uomo, La Terra in quell’epoca, che ci viene indicata come quinto giorno della Creazione, era riempita di aria e di acqua. L’uomo non vi poteva discendere e formarsi in essa una corporeità, terrena. Gli esseri animali, le anime delle specie animali, che sono allora discese sulla Terra, divennero esseri dell’aria, esseri dell’acqua. Mentre dunque certe anime di specie si rivestivano di un corpo, che era tratto dalle condizioni dell’ambiente aereo, della sostanza acquea, l’uomo doveva attendere nella spiritualità, per poter più tardi assumere la sua figura umana. La Genesi racconta l’intero processo in modo straordinariamente spirituale. Che cosa sarebbe successo, se l’uomo, per esempio, fosse già disceso il quinto giorno della Creazione nella materia densa? Alla sua umanità fisica, in quel caso, non sarebbe stato possibile di ricevere ancora quella forza, che gli, è venuta poi per il fatto, che gli Elohim, per così dire, si sono elevati alla loro unità. Abbiamo già parlato di questo processo di unificazione degli Elohim e abbiamo detto che la Genesi lo descrive in modo mirabile, in quanto prima parla degli Elohim, e poi di Jahve-Elohim. Abbiamo definito l’entità degli Elohim. dicendo, che «tessevano nell’elemento-calore». Il calore era il loro elemento, era, in certo modo, la corporeità, per mezzo della quale essi direttamente si manifestavano. Quando gli Elohim, alla fine di quel processo evolutivo che ci viene esposto dalla Genesi, si furono evoluti al punto, da consentirci di parlare di un’unità di coscienza, di un Jahve-Elohim, si verificò anche una modificazione nell’Entità di questi Elohim. E questa modificazione sta nella stessa direzione, in cui si sono modificate anche le altre Entità delle Gerarchie. Ricordatevi, che abbiamo parlato del corpo – per esempio – dei Troni. Abbiamo detto che esso si è immolato, al principio della nostra evoluzione planetaria, per l’elemento-calore dell’antico Saturno. Abbiamo anche detto, che dobbiamo ricercare la corporeità dei Troni, durante l’antico Sole, nell’elemento di natura aerea, durante l’antica Luna nell’acqua, e durante la nostra epoca terrestre nell’elemento terreo o solido. Il progresso, diciamo così, dei Troni è consistito in questo, che essi sono saliti con l’andar sempre più e più condensando il loro essere dallo stato di calore a quello terreo. Chiediamoci ora: se gli Elohim passarono per una promozione analoga, se, in certo modo, come premio della loro opera, poterono salire di un grado, che cosa doveva succeder loro a questo riguardo?

Dovevano in tal caso – e ciò è conforme all'intero ordinamento – progredire fino alla condensazione più vicina. Seguendo lo stesso ordine di leggi, per cui i Troni in epoche primordiali, nel passaggio dall’antico Saturno all’antico Sole, sono progrediti dall’elemento-calore a quello aereo, dobbiamo aspettarci che anche gli Elohim, raggiunta l’unità di coscienza, progrediscano, in fatto di manifestazione esteriore, di operosità esteriore in una corporeità, dall’elemento-calore a quello aereo. Questo però non era ancora il caso al quinto giorno della Creazione, ma soltanto alla fine di quella linea di evoluzione, che ci viene descritta nella Genesi. Se dunque al quinto giorno della Creazione l’uomo avesse potuto già discendere nell’elemento più sottile dell’aria, gli sarebbe toccata la medesima sorte delle entità, che hanno cercato la loro corporeità in questo elemento aereo. Esse sono diventate gli animali che vivono nell’aria, perché ad esse non poteva venir data quella forza, che è necessaria per sorreggere il fine del divenire della Terra: la forza, cioè, di Jahve-Elohim, dopo la promozione degli Elohim a Jahve-Elohim. L’uomo dovette dunque aspettare; non gli era consentito di accogliere l’aria. Mentre le entità delle specie discendevano, egli dovette aspettare, finché dagli Elohim fosse sorto Jahve-Elohim. Allora soltanto poté essergli data la forza, la forza di Jahve-Elohim; doveva prender corpo nella trama dell’attività del Jahve-Elohim, nell’aria, ma non poteva accogliere in sé l’esistenza elementare dell’aria prima di poterla ricevere da Jahve-Elohim. Questo la Genesi ci racconta in modo veramente spirituale, dicendo: l’uomo si andava maturando in un’esistenza più spirituale-eterica, e cercò la corporeità densa soltanto, quando gli Elohim furono ascesi a JahveElohim, quando Jahve-Elohim poté formare l’entità terrestre dell’uomo, inspirando nell’uomo l’aria. Era l’efflusso degli stessi Elohim divenuti Jahve-Elohim, che con l’aria affluì nell’uomo. Ancora una volta abbiamo qui una descrizione della Genesi, che tanto mirabilmente concorda con ciò, che l’indagine spirituale moderna ci rivela: e così nella Genesi ci vien data una dottrina dell’evoluzione, di fronte alla quale tutte le superbe teorie evoluzioniste dell’epoca presente non sono che fantasticherie, che dilettantismo. Perché la Genesi ci conduce dentro al divenire interiore, ci mostra ciò che doveva succedere nel supersensibile, prima che all’uomo fosse dato di progredire fino all’esistenza materiale. Potremo dunque dire: l’uomo dovette ancora trattenersi nell’esistenza eterica, mentre gli altri esseri già si condensavano fisicamente nella sfera dell’aria e dell’acqua. E possiamo dire ancora: la condensazione dell’uomo fino al corpo eterico ha luogo in quell’epoca, che, nella Bibbia, noi chiamiamo quinto giorno della Creazione. In esso non troviamo ancora l’uomo fra gli esseri fisici terrestri. Soltanto all’epoca che designamo come sesto giorno della Creazione, dobbiamo cercare l’uomo fra i veri esseri della Terra. Egli è allora, per così dire, accolto dal divenire della Terra, e possiamo dire: quello, che noi oggi indichiamo come corpo fisico dell’uomo, nasce nell’epoca, che nella Genesi viene tanto spesso designata come sesto giorno della Creazione.

Ora però v’ ha dell’altro, di cui dobbiamo renderci conto. Sareste in errore. se credeste, che sarebbe stato possibile di vedere con gli occhi fisici l’uomo, che è sorto il sesto giorno della Creazione; o di toccarlo con mano, così da percepirne il contatto. Se un uomo fosse potuto esistere a quell’epoca con i sensi che ha oggi non avrebbe potuto ugualmente vedere l’uomo terrestre, che allora era nato. L’uomo oggi è troppo disposto a pensare in modo materialistico, e perciò pensa subito di sé stesso nel sesto giorno della Creazione: «l’uomo esisteva allora tale e quale è ora». L’uomo certamente esisteva già fisicamente, ma fisica, per esempio, è anche la vibrazione del calore. Se entrate in un ambiente, e vi trovate delle correnti differenti di calore, che non sono dense come il gas, dovete anche a queste pur dare il nome di esistenza fisica; e durante l’epoca saturnia già vi era esistenza fisica, se pure soltanto come sostanza di calore. Non si deve dunque cercare l’uomo in carne solida nel cosidetto sesto giorno della Creazione. Possiamo cercarlo come essere terrestre, nel fisico – dobbiamo anzi ormai cercarlo nel fisico, ma soltanto nella manifestazione fisica più sottile, come uomo di calore. Quando si verificò quel fatto, a cui viene accennato con le belle parole: «gli Elohim dissero: Facciamo l’uomo», un essere che fosse stato ricettivo alla percezione di stati di calore avrebbe trovato certe differenziazioni nella sostanza del calore; se avesse percorso la Terra, la quale era allora negli elementi di aria e di acqua ricoperta dalle specie della vegetalità e dell’animalità, avrebbe potuto dire a sé stesso: «si percepiscono qui delle cose singolari; in certi punti si possono percepire delle impressioni di calore, non ancora impressioni come di gas, ma semplici impressioni di calore. Si trovano certe differenziazioni di calore nell’ambiente circostante alla Terra, e degli esseri di calore vi guizzano in qua e in là. L’uomo per l’appunto non era allora ancora neppure un essere di gas; non era che un essere di calore. Immaginatevi che sia tolto di mezzo tutto il solido che è su di voi, e anche tutto quanto v’ha in voi di liquido e di gassoso, e di quell’uomo che oggi siete rappresentatevi soltanto ciò che pulsa nel vostro sangue come calore; raffiguratevi il calore del vostro sangue, e prescindete da tutto il resto; avrete così ciò che nacque allora, quando gli Elohim pronunciarono le parole creatrici: Facciamo l’uomo»! E il successivo stato di densificazione non viene che dopo i giorni della Creazione. L’afflusso nell’uomo di ciò che Jahve-Elohim poteva dare, l’aria, si è verificato soltanto dopo che questo sesto giorno della Creazione era trascorso. Gli uomini non comprenderanno la loro propria origine, fintantoché non si saranno decisi a rappresentarsi la loro provenienza in modo, da vedere originariamente, nel divenire della Terra, una spiritualità animica, più tardi un’astralità e poi un’etericità, e da rendersi conto che delle condizioni fisiche è esistito prima lo stato di calore, e soltanto dopo l’aria. E anche riguardo al momento in cui, dopo i sei giorni della Creazione, ci viene raccontato: «E Jahve-Elohim gl’inspirò in faccia un soffio di vita», gli uomini non comprenderanno la propria origine, finché non si decideranno a rappresentarsi sé stessi fisicamente in quel momento come uomini di calore e di aria, e continueranno a credere che allora esisteva già in qualche modo l’uomo di carne, Da ciò che è più sottile nasce ciò chi è più denso, e non dal denso il più sottile. Per una coscienza odierna riesce strano di pensare a questo modo, eppure questa è la verità. Se teniamo tutto ciò presente, possiamo anche comprendere, perché in tante descrizioni della Creazione vien detto, che il divenire dell’uomo va considerato come una discesa dall’ambiente circostante della Terra. E quando la Bibbia stessa, dopo aver parlato dei giorni della Creazione, parla del cosidetto Paradiso, dobbiamo cercare anche dietro a questo un significato più profondo; e troveremo quello giusto, soltanto se ci atterremo alla scienza dello Spirito. Per colui che sa, riescono veramente strane le dispute fra gli esegeti della Bibbia, per determinare su quale punto della Terra si trovasse il Paradiso, dal quale gli uomini poi sono emigrati. In varie descrizioni della Creazione, e nella Bibbia stessa, viene anche troppo chiaramente dettò, che il Paradiso, come tale, non esisteva affatto sul suolo terrestre, che si trovava assai elevato al di sopra del suolo terrestre, per così dire, in alto nelle nuvole, e che l’uomo, quando viveva nel Paradiso, era ancora un essere spirituale di calore. L’uomo allora non passeggiava davvero da bipede sulla Terra; questa è una fantasticheria materialista. Dobbiamo dunque pensare, che, anche dopo trascorsi i giorni della Creazione, – come vengono comunemente chiamati –, l’uomo era un essere che non apparteneva al suolo della Terra, ma all’ambiente che circonda la Terra.

Come è arrivato l’uomo, per così dire, a discendere dall’ambiente circostante sul suolo della Terra stessa, come si è verificata l’ulteriore densificazione da quello stato in cui Jahve-Elohim lo aveva posto? Arriviamo ora a ciò, che troverete descritto abbastanza dettagliatamente nella mia Scienza Occulta, arriviamo a quello, che si chiama l’influsso luciferico. Se vogliamo precisare ciò che s’intende per questo influsso luciferico, dobbiamo rappresentarci, che delle Entità, e per l’appunto quegli esseri che sono designati come luciferici, si sono, in certo qual modo, riversate nel corpo astrale dell’uomo. Di guisa che l’uomo, come è stato per così dire formato da tutte le forze che abbiamo finora descritte nel divenire della Terra, ha poi accolto in sé anche l’influsso luciferico. Potremo comprendere quest’ influsso se diciamo: la vita delle brame dell’uomo, la vita di desideri dell’uomo, tutto ciò in genere che è attaccato al corpo astrale, venne impregnato dall’elemento luciferico, e divenne perciò – se mi è concesso il termine – più veemente, più passionale, più insistente nelle sue brame, e più racchiuso in sé: insomma, ciò che oggi indichiamo col termine «egoismo», questo voler rimanere interiormente rinchiusi in sé stessi, questo por cura di raggiungere sempre che sia possibile un benessere interiore, tutta ciò penetrò nell’uomo con l’elemento luciferico. Tutto il bene e il male che può venire compreso in questa espressione: «essere impregnato di benessere interiore», penetrò nell’uomo con l’influsso luciferico. Fu dunque dapprima un’importazione estranea. Dal corpo astrale, qual era prima, nell’epoca in cui venne formato dalle correnti che affluivano allora; dalla forma che il corpo astrale allora aveva assunta, sorse ora un altro corpo astrale, un corpo astrale, cioè, che era impregnato dall'influsso luciferico. Ne risultò come conseguenza, che il corpo di aria e di calore dell’uomo venne concentrato, venne maggiormente condensato. Allora soltanto sorse quello che si chiama l’uomo di carne, allora soltanto si verificò l’ulteriore condensazione dell’uomo. Possiamo dunque dire: l’essere preluciferico dell’uomo sia nell’esistenza elementare di calore e di aria; e nel liquido e nel solido dell’uomo si è insinuato l’influsso luciferico, ivi è penetrato; là dentro vive. L’influsso luciferico vive in tutto ciò che è solido, o liquido. E non parlo metaforicamente, ma anzi definisco lo stato di fatto abbastanza chiaramente, quando dico: Per effetto di questa pressione esercitata sul corpo umano dall’influsso luciferico, l’uomo divenne più greve, e dall’ambiente che attornia la Terra calò sul suolo terrestre. Questa fu l’uscita dal Paradiso, come viene metaforicamente raffigurata. Allora soltanto l’uomo ottenne, per così dire, il peso, la forza di gravità, per calare dall’ambiente circostante sul suolo della Terra stessa. È questa la discesa dell’uomo sul suolo terrestre fisico; è questo che ha trascinato l’uomo fin giù sulla Terra, mentre prima abitava nell’ambiente che la circonda. Dobbiamo dunque annoverare questo influsso luciferico fra le vere forze formatrici dell’uomo, E perciò anche si riscontra un mirabile parallelismo fra le descrizioni, che ci dà l’investigatore della pura scienza dello Spirito, e quelle della Bibbia. Osservate ancora, come nella mia Scienza Occulta sia stata evitata ogni cognizione che sarebbe stato facile ottenere, se si fosse comunque attinto alle descrizioni della Genesi. Potrei dire, anzi, che mi sono guardato bene dal far ciò nello scrivere la mia Scienza Occulta. Non ho attinto che dalle ricerche spirituali scientifiche. Anche in quel libro, a un dato punto, descritto da tutt’altro aspetto, comparisce l’influsso luciferico. Ma quando lo si è trovato, si riscontra, con esso, nella descrizione fatta secondo la scienza dello Spirito la stessa precisa epoca, che la Bibbia ci descrive come la cosidetta tentazione dell’uomo per mezzo del serpente, di Lucifero. Si può allora rintracciare questo parallelismo a posteriori. Per quanto è vero che la gravità, l’elettricità e il magnetismo sono forze, che oggi in modo più grossolano hanno parte nella formazione della Terra, altrettanto è vero che ciò che chiamiamo influsso luciferico è una forza, senza la quale il divenire della Terra non avrebbe potuto verificarsi. E dobbiamo annoverare quest’influsso luciferico tra le forze costitutrici della Terra. Specialmente le descrizioni orientali della Creazione, perciò, trasportano pure il Paradiso – sebbene non con tanta finezza quanto la Bibbia – nell’ambiente che circonda la Terra e non sulla Terra stessa, e interpretano la scacciata dal Paradiso come una discesa dall’ambiente che circonda la Terra sulla superficie terrestre. Anche in questo campo, dunque, purché si sappiano comprendere le parole, risulta completa concordanza fra la ricerca spirituale-scientifica e la Bibbia.

Ma esaminiamo ora anche un altro punto. Abbiamo già rilevato, che l’investigatore dello Spirito non ha un compito facile quanto la scienza, che segue all’incirca il principio: «di notte tutte le mucche sono grigie» e riferisce i processi più diversi alla medesima causa. L’ investigatore spirituale deve vedere là, dove si formano le nuvole, qualcosa di affatto diverso, da quel che vede dove l’acqua si forma sul terreno. Abbiamo parlato dei Cherubini come delle potenze dirigenti nella formazione delle nuvole, e abbiamo parlato dei Serafini come delle potenze dirigenti di ciò, che scatta dalle nuvole come fiamma di folgore. Se vi raffigurate, che la cacciata dal Paradiso si riferisce in realtà a una discesa dall’ambiente circostante, avete una descrizione quasi letterale di come l’uomo, per il proprio peso, cada giù dall’ambiente che circonda la Terra, e debba, lasciare indietro le forze e le Entità, che formano le nuvole e la folgore: i Cherubini con la spada folgorante. L’uomo cade giù, per così dire dall’ambiente circostante la Terra, da quei campi dove dominano i Cherubini con le fiammeggianti spade di folgore. Ci viene così riferito letteralmente dalla scienza dello Spirito, ciò che ci viene descritto nella cacciata dal Paradiso, quando sta detto: «E il Signore Dio collocò davanti al Paradiso un Cherubino con una spada che gettava fiamme e faceva ruota». Se tenete conto di ciò, potete allora, direi, quasi toccare con mano, come quegli antichi veggenti, che ci hanno dato la Genesi, guardassero con piena veggenza nei processi arcani, che si svolgevano in quel vibrare ed essere dell’uomo, nelle altezze eteriche, prima che fosse decaduto dalle regioni, dove dominano i Cherubini e i Serafini. Con questo realismo ci parla la Bibbia, la quale non vuole prospettarci soltanto dei meri paragoni o delle immagini grossolanamente materiali, ma che ci racconta quanto risulta dalla coscienza chiaroveggente. Gli uomini attuali non conoscono che male le idee degli antichi tempi. Oggi si critica tanto la Bibbia, come se fosse talmente ingenua da raccontarci: Quello che una volta era il Paradiso, era un gran giardino, ben adorno di alberi; vi si aggiravano leoni e tigri e nel bel mezzo vi erano gli uomini. Sì, a questo modo è facile di criticare; un critico superficiale arrivò al punto di osservare: «Se le cose fossero state realmente così, che cosa sarebbe successo all’uomo, qualora, nella sua ingenuità, avesse una volta steso la mano al leone?» È facile criticare, quando ci si crea prima un’immagine fantastica, che non corrisponde affatto al significato della Genesi. Siffatte concezioni sono sorte soltanto negli ultimi secoli. Gli uomini poco conoscono le idee dei secoli precedenti. Gli scolastici del secolo dodicesimo rimarrebbero sorpresi, se potessero ritornare e udire quello che si ritiene oggi essi stessi abbiano detto della Bibbia. A nessuno scolastico è mai venuto in mente di avere sulla descrizione della Bibbia delle idee, come quelle che si hanno oggidì; questo, gli uomini potrebbero ben saperlo, se fossero veramente desiderosi d’imparare. Basterebbe studiare seriamente gli scritti degli scolastici e si vedrebbe che in essi è chiaramente espressa che si tratta di ben altro. Sebbene fosse in certo modo allora già tramontata la coscienza, che nella Bibbia si ha a che fare con un’esposizione che rende i risultati della investigazione chiaroveggente, si aveva tuttavia di essa ancora una comprensione ben diversa da quella, che prevale come esegesi grossolanamente materiale dal sedicesimo al diciassettesimo secolo in poi. Nei primi secoli del Medio Evo non sarebbe venuto in mente a nessuno di giudicare in tal modo. È facile oggidì di criticare la Bibbia; occorre però ignorare, che le idee che oggi si combattono, sono sorte soltanto da un paio di secoli. E coloro che oggi maggiormente contestano la Bibbia, combattono un prodotto fantastico delle idee umane, e non la Bibbia stessa: è un combattere contro qualcosa che non esiste affatto, e che è soltanto una costruzione della fantasia. Di fronte a ciò, la scienza dello Spirito ha il compito di mostrar nuovamente, con la comunicazione dei risultati spirituale-scientifici, quale sia il vero significato della Bibbia, e di rendere così possibili quelle grandi impressioni, che devono invadere l’anima nostra, quando impariamo a comprendere ciò che in forma così monumentale ci vien risuonando dai tempi antichi.

10°L'elemento lunare nell’uomo

Monaco, 25 Agosto 1910

In tanti punti di queste conferenze, abbiamo avuto occasione di mostrare, come nella relazione della Genesi, purché la si comprenda correttamente, si ritrovino i risultati stessi della ricerca chiaroveggente. Sarà nostro compito, anche in varii altri punti, di far rilevare questa concordanza. Occorrerà anzitutto mostrare con maggiore precisione, tenendo in considerazione ciò che la ricerca spirituale-scientifica dice sul divenire della nostra Terra, a quale tempo si riferisca effettivamente la Genesi. A questo ho in certo modo già accennato, ho collocato, per così dire, il principio della Genesi nel momento, in cui sole e Terra si preparavano a separarsi l’una dall’altra; ma questo rapporto noi dovremo ancora esaminare con maggiore precisione. Quelli fra voi, che negli anni passati limino seguito varie mie conferenze, e anche coloro che si sono occupati della descrizione dell’evoluzione terrestre, che ho fatta nella mia Scienza Occulta, si ricorderanno, quanto valore sia stato assegnato a due importanti momenti di questa evoluzione terrestre. Il primo è quello della scissione del sole dalla Terra. Questo momento è di grande importanza. – Era necessario che questo distacco del sole dalla Terra avesse una volta luogo, perché se i due corpi celesti fossero rimasti insieme uniti, come al principio del divenire della Terra, il prosieguo dell’evoluzione dell’umanità non avrebbe potuto dare all’uomo il suo vero significato terrestre. Tutto ciò che chiamiamo sole, dunque non solo la parte elementare o fisica del corpo solare, ma anche tutte le Entità spirituali che appartengono al corpo solare, tutto ciò doveva, per così dire, uscire dalla Terra, o – per essere più esatti – doveva respingere da sé la Terra, perché – parlando alla buona – le forze di quelle Entit
à, che trasferirono il loro campo d’azione fuori della Terra sul sole, avrebbero esercitato un’azione troppo violenta per la prosperità dell’uomo, se fossero rimaste congiunte con la Terra. Queste Entità dovettero, per così dire, attenuare l’azione delle loro forze, trasferendosi dalla Terra ad altro campo ed esercitando la loro azione dal di fuori. Abbiamo così il momento, nel quale un certo numero di Entità, per attenuare l’effetto della loro influenza, trasferiscono il loro campo d’azione al di fuori, ed esercitano ormai un’ingerenza meno forte sul divenire dell’uomo, e anche sul divenire degli animali. Da un certo momento in poi, dunque, la Terra rimane abbandonata a sé stessa e con le sue forze divenute alquanto più grossolane. Perché le forze più sottili, più spirituali, si sono col sole distaccate dalla Terra. L’uomo però, considerato come l’essere che era divenuto attraversando l’evoluzione di Saturno, del Sole e della Luna, rimase ancora per qualche tempo, dopo il distacco del sole, unito con la Terra. Furono solamente delle Entità elevatissime, che col sole trasferirono al di fuori il loro campo d’azione. Ma quando la Terra rimase staccata, aveva in sé ancora tutto ciò che appartiene alla sostanzialità, alle forze dell’evoluzione lunare odierna. Così, dopo il distacco del sole, abbiamo un’evoluzione della Terra che contiene, per così dire, nel suo corpo, anche l’evoluzione della Luna. L’uomo era dunque esposto a condizioni molto più grossolane di quanto le condizioni della Terra non siano poi effettivamente divenute; perché la luna ha, per così dire, una sostanzialità grossolana. Ne conseguì, che dopo il distacco del sole dalla Terra, quest’ultima divenne sempre più lunare, sempre più densa. Altra conseguenza fu, che l’uomo si trovava ora esposto a un altro pericolo, al pericolo di disseccarsi, di mummificarsi, per lo meno di mummificarsi astralmente. Se le condizioni erano in certo modo troppo sottili, quando il sole era unito con la Terra, ora divennero troppo grossolane. Ne risultò che, nel corso ulteriore dell’evoluzione terrestre, gli esseri umani, finché si mantennero uniti con la Terra, poterono sempre meno e meno prosperare – tutto ciò vien descritto molto più dettagliatamente nella mia Scienza Occulta –. Dalla conferenza di ieri sappiamo, che gli uomini erano allora bensì degli esseri spirituale-animici, ma che in questa loro condizione animico-spirituale non potevano congiungersi con ciò che dalla materia della Terra irradiava verso l’alto nell’ambiente che circonda la Terra, perché, finché la luna era unita con la Terra, esso era divenuto per loro troppo grossolano. Avvenne così, che di gran lunga la maggior parte delle anime umane dovette sciogliere la sua connessione con la Terra. Con ciò, accenniamo a un avvenimento importante, che si è verificato nel rapporto fra l’uomo e la Terra, durante l’epoca, che si svolge fra il distacco del sole e quello della luna. Le anime-spirito umane, pochissime eccettuate, presero commiato in quell’epoca intermedia dalle condizioni terrestri, e si spinsero su, in regioni più elevate. E a seconda del loro grado di sviluppo, queste anime-spirito umane proseguirono la loro evoluzione sui pianeti, che appartengono al nostro sistema solare. Alcune di queste anime-spirito avevano disposizione a proseguire la loro evoluzione sopra Saturno, altre sopra Marte, e altre ancora sopra Mercurio, ecc. Soltanto un piccolissimo numero di anime-spirito umane più forti rimase collegato con la Terra; le altre, in questo intervallo di tempo, divennero abitanti dei pianeti vicini della nostra Terra. Questo avvenne in un’epoca che – se s’ impiega il termine ordinario – ha preceduto la nostra epoca lemurica; allora quella che possiamo chiamare la condizione umana della nostra anima, attraversò un’evoluzione sui pianeti vicini alla Terra. Poi successe l’altro avvenimento di essenziale importanza, del quale già sappiamo, che avvenne durante l’epoca lemurica, e per mezzo del quale tutta la sostanzialità lunare, con tutte le forze lunari, venne trasferita fuori della Terra stessa; ebbe luogo l’uscita della luna dalla Terra. Questo fatto però si accompagnò con importanti modificazioni sulla Terra. Ora soltanto la Terra venne ridotta a una condizione, in cui l’uomo poteva svilupparsi. Mentre le forze sarebbero state, per così dire, troppo spirituali, se la Terra fosse rimasta unita col sole, sarebbero invece divenute troppo grossolane, se la Terra fosse rimasta unita con la luna. La luna dunque si allontanò, e la Terra rimase addietro, in una condizione, per così dire, di equilibrio, determinata dal fatto, che gli esseri solari e quelli lunari esercitavano la loro azione dal di fuori, E per tal mezzo la Terra si preparò a divenire la portatrice dell’esistenza umana. Tutto questo avvenne durante l’epoca lemurica. L’evoluzione ha indi proseguito il suo corso, e a mano a mano si è poi verificata una nuova discesa, un nuovo affluire delle anime-spirito umane, che si erano rifugiate sui pianeti vicini alla Terra. Fino a epoca atlantea inoltrata ha continuato a verificarsi questo fatto della costante discesa di anime dai vicini pianeti. E l’evoluzione, durante la fine dell’epoca lemurica e quella atlantea, si svolse in modo, che ciò che ne usciva cristallizzato come uomo venne a poco a poco dotato di anime-spirito di genere diverso, a seconda che discendevano da Marte, da Mercurio, o da Giove, ecc. Così s’introdusse molta varietà nel divenire terrestre degli uomini. Coloro che conoscono le mie ultime conferenze di Cristiania, sanno, che con questa ripartizione fra uomini di Marte, di Saturno, ecc., veniva dato un principio originario, che ha condotto alla differenziazione delle razze degli uomini. Qui dunque va cercata la causa della diversità del genere umano, e ancora oggi, se ci si è fatto l’occhio, si può dire di ogni uomo, se la sua anima sia discesa da questo o da quel vicino planetario della Terra. Ma è stato anche già detto spesso, e sta dettagliatamente spiegato nella mia Scienza Occulta, che delle anime-spirito lasciarono la Terra. Parlando alla buona, si può dire: le anime più poderose poterono continuare a servirsi del materiale terrestre e rimanere unite con esso. Anzi, ho perfino rilevato, che vi fu una coppia principale, la quale, in modo sorprendente, sopravvisse a quella densificazione delle condizioni della Terra. Sebbene a tutta prima possa sembrare incredibile, ci troviamo tuttavia costretti dalla ricerca animica, ad ammettere, che vi fu una coppia umana, quale ce la mostra la Bibbia in Adamo ed Eva, e che ai discendenti di essa si andarono ad aggiungere quelle specie umane, che sono sorte per il fatto, che le anime-spirito sono discese dallo spazio cosmico della Terra.

Se teniamo conto di tutto ciò, ci accosteremo a una spiegazione, che ci potrà dire, quale sia l’epoca, nel nostro linguaggio spirituale-scientifico, della quale effettivamente la Bibbia ci parla. Vi ricordo pure, che alla relazione dei cosidetti sei o sette giorni della Creazione nella Bibbia, fa seguito quell’altra relazione, che il dilettantismo dell’odierna ricerca biblica giudica una seconda -storia della Creazione, ma che in realtà è del tutto naturale. Vorrei ricordarvi alcuni risultati della scienza dello Spirito – li ho già spesso citati e li ho anche spiegati con maggiori dettagli nella mia Scienza Occulta. – Ho mostrato, come il divenire della Terra proceda dall’epoca lemurica all’epoca atlantea, e come, in certo modo, durante questo progresso si verifichi una specie di raffreddamento della Terra fisica. Durante l’epoca lemurica dobbiamo in fondo raffigurarci la Terra come un essere per sé stesso igneo, che mostra ovunque in sé, sfavillante, l’elemento del fuoco, e il raffreddamento è cominciato soltanto col passaggio all’epoca atlantea. Ho rilevato, che durante l’epoca atlantea tutto ciò che si trovava sul suolo terrestre era ancora affatto diverso da come poi è divenuto; che fino ai tempi atlantei inoltrati la Terra non era circondata da un’atmosfera scevra di acqua. La Terra era ricoperta di aria completamente impregnata di masse nebbiose acquose. La separazione, che noi oggi conosciamo, fra pioggia e aria scevra di pioggia, non esisteva in quegli antichi tempi. Tutto era avvolto in masse acquose di nebbia, che erano impregnate di ogni genere di esalazioni e vapori e di altre sostanze, che a quell’epoca non avevano ancora assunto consistenza liquida. – Gran parte di quanto oggi è solido aveva tuttavia forma di vapore e pervadeva l’atmosfera; e fin molto avanti nei tempi atlantei, tutto era impregnato da siffatte masse acquose di nebbia. Erano quelli però anche i tempi, in cui cominciò a formarsi ciò che prima si trovava in una condizione molto più spirituale. Ho già accennato, che nelle condizioni che troviamo indicate per il cosidetto terzo giorno della Creazione, non dobbiamo credere germogliassero dal terreno delle forme individuali di piante, quali oggi le vediamo, ma che dobbiamo tener gran conto dell’espressione; «come specie»; e che quindi si trattava allora piuttosto di anime delle specie, le quali esistevano nel corpo della Terra, in una condizione eterico-astrale. Tutto ciò che nel terzo giorno della Creazione ci viene presentato come divenire delle piante, non sarebbe stato visibile ai sensi esteriori; sarebbe stato visibile soltanto per gli organi della percezione chiaroveggente. Mentre dall’epoca lemurica a quella atlantea continuava a svolgersi lo stato nebbioso nell’ambiente che circonda la Terra, e le nebbie sempre più si andavano diradando, anche ciò che prima era eterico si andò trasformando in uno stato, che si avvicina a quello che oggi conosciamo. L’eterico andò diventando sempre più fisico e, per quanto possa sembrare strano (perché perfino la scienza occulta è oggidì pervasa da concetti materialistici), gli esseri vegetali visibili all’occhio esteriore non si svilupparono che molto più tardi dell’epoca, che viene indicata col cosidetto terzo giorno della Creazione; si svilupparono soltanto verso l’epoca atlantea. Le condizioni geologiche necessarie alle piante odierne, non dobbiamo, secondo la nostra ricerca, collocarle in tempi molto antichi.

Si potrebbe dunque descrivere il passaggio dall’epoca lemurica a quella atlantea nel modo seguente: la Terra era allora avvolta da dense masse nebbiose, in cui le masse fumose delle diverse sostanze, che poi si trasformarono in crosta terrestre, si trovavano ancora disciolte. E gli esseri, che come specie erano visibili alla coscienza chiaroveggente, non avevano ancora raggiunto la condensazione fisica. Non era ancora successo ciò; che si potrebbe chiamare una fertilizzazione del suolo terrestre per mezzo di quel che fluttuava nell’aria come acqua; questa ebbe luogo soltanto più tardi. Come poteva dunque la Bibbia descriverla prima? Ebbene, a un punto ben determinato, essa dovette dire: Anche dopo che furono trascorsi i sette giorni della Creazione, dopo trascorso il tempo che coincide con l’epoca lemurica, le nostre piante fisiche odierne non erano ancora spuntate dalla Terra, e la Terra era ancora ricoperta di masse nebbiose. La Bibbia descrive il contenuto del fatto. Continuate a leggere dopo i sette giorni della Creazione e troverete indicato – quantunque già prima fosse stato detto, che le forme delle piante erano sorte come specie – che ancora non vi erano sulla Terra né piante né erbe. La prima volta si trattava di ciò che corrisponde all’anima delle specie, la seconda volta di ciò, che come individualità fisica spunta fuori dalla Terra e cresce come pianta. E con la nebbia posteriore ai giorni della Creazione viene fedelmente descritta la nebbia atlantea. Il fatto, che la condensazione dell’aria acquea in pioggia si sia verificata soltanto allora, viene accennato con le parole: «Perché Jahve-Elohim non aveva ancora lasciato piovere». V’ha dunque in queste cose una profonda sapienza; posso tuttavia assicurarvi, che di quanto c’è in questo documento non è penetrato nulla nell’esposizione che si trova nella mia Scienza Occulta. Mi sono di proposito tenuto lontano dalla Bibbia, e potrei quasi dire, che vi sono stati dei momenti, in cui ho preso particolarmente cura di trovare queste risultanze per altra via che non fosse questo documento. Ed è conseguenza necessaria, per così dire, delle idee materialistiche odierne sulla Bibbia, che non ci si accinge alla leggiera ad introdurre nell’interpretazione di essa dei fatti che risultino dalla scienza dello Spirito. Ma è proprio l’impulso scientifico-spirituale, che ci ha fatto trovare nella Bibbia quanto abbiamo in questi giorni potuto dire; a dispetto di qualunque nostra resistenza, ci troviamo in ultimo costretti a ritrovare nella Bibbia, ciò che la ricerca chiaroveggente aveva già prima trovato.

Dopo queste premesse, ci possiamo proporre il quesito: in quale punto, nella narrazione della Genesi, deve collocarsi l’uscita dell’elemento animico-spirituale, la dipartita delle anime-spirito degli uomini verso i corpi o le Entità planetarie vicine della Terra, che fu determinata dal fatto, che le condizioni della Terra erano diventate più grossolane? Dobbiamo collocare questa dipartita nel punto, in cui ci vien raccontato, che per la comparsa dell’etere del suono – vi ho esposto questo dettagliatamente nella descrizione del cosidetto secondo giorno della Creazione – le sostanze superiori vengono separate dalle inferiori. E se si segue con lo sguardo del veggente tutto ciò che qui vien significato, ci si dice: con ciò che salì in alto, che si allontanò dalla Terra, di cui è detto che gli Elohim lo chiamarono firmamento, si allontanarono contemporaneamente le anime-spirito degli uomini. Così il secondo giorno della Creazione coincide con un momento ben determinato, fra il distacco del sole e quello della luna dalla Terra, con la dipartita delle anime-spirito degli uomini verso l’ambiente che circonda la Terra.

Dobbiamo ora però considerare, che questo porta a una conseguenza molto importante. Che cosa è infatti, che veramente uscì allora fuori nello spazio cosmico? Dove, in altre parole, lo ritroviamo oggi nell’uomo? In quali membra dell’uomo dobbiamo cercare ciò, che a quell’epoca usci fuori nello spazio cosmico? Quale esisteva allora, oggi naturalmente non esiste; ma possiamo tuttavia metterlo in corrispondenza con certe membra dell’attuale organismo dell’uomo. Consideriamo un poco l’uomo, da tale punto di vista. Noi ripartiamo oggi l’uomo nei quattro arti già noti: il corpo fisico, quello eterico, quello astrale e il portatore dell’Io. Sappiamo che di questi quattro arti, durante lo stato notturno di sonno, il corpo fisico e quello eterico rimangono nel letto. Quando parliamo però di quelle epoche antiche, per le quali vale ciò che sta detto del secondo e anche del terzo giorno della Creazione, non ci è consentito di parlare già del corpo fisico e del corpo eterico come sono oggidì. Così come sono oggi, essi si organizzarono soltanto più tardi traendosi dalla sostanzialità terrestre. Quel che esisteva allora dell’uomo appartiene oggidì essenzialmente a quella parte di lui che, durante lo stato notturno di sonno, va fuori dagli attuali arti più densi della natura umana, a quella che chiamiamo l’entità astrale dell’uomo. È quanto opera in fatto di forze nel nostro corpo astrale, che dobbiamo tenere presente, quando consideriamo l’anima-spirito dell’uomo, che a quell’epoca abbandonò la Terra per prosperare meglio sui circostanti pianeti. Quel che dunque appartiene alle nostre forze, quando col nostro corpo astrale stiamo fuori dal nostro corpo fisico e da quello eterico, lo dobbiamo cercare dopo il secondo giorno della Creazione, sui pianeti vicini alla Terra. Sappiamo però, che quando oggigiorno l’uomo nello stato notturno di sonno è con le sue membra più sottili uscito fuori dal suo corpo fisico e da quello eterico, egli è, per così dire, incorporato nell’ambiente astrale che circonda la nostra Terra, nelle forze e nelle correnti del nostro sistema planetario. Durante lo stato notturno di sonno, l’uomo si trova collegato con le Entità planetarie. Possiamo però anche dire: in quegli antichi tempi, l’uomo non era collegato con questi pianeti esteriori soltanto durante lo stato notturno di sonno, ma, in genere, dopo la sua fuga dalla Terra, si trovava sempre congiunto con essi. Egli dimorava su questi pianeti. Per quell’epoca, dunque, che ci viene descritta come terzo giorno della Creazione, dobbiamo tener presente che, tranne quelle anime-spirito umane sopravvissute, delle quali ho parlato, le anime-spirito umane non stavano affatto sulla Terra, ma stavano nell’ambiente circostante, sui pianeti, vi avevano posto la loro dimora e con essi proseguivano la loro evoluzione. Sulla Terra, però, si evolvevano intanto quelli che, più forti, più poderosi, erano rimasti indietro; e la loro evoluzione consisteva in questo, che essi sempre maggiormente si rivestivano della sostanza materiale della Terra, vale a dire, che anche giù, sulla Terra, veniva preparato quello che abbiamo adesso durante il giorno come nostro corpo eterico e come nostro corpo fisico. Appunto perché questo corpo eterico e quello fisico fossero in grado di attraversare tutte le fasi dell’evoluzione terrena, alcune anime-spirito vennero mantenute sulla Terra; con questo mezzo ciò che si doveva andar formando come corpo eterico e corpo fisico, venne perpetuato anche mentre le forze lunari si trovavano unite con la Terra. Se ci prospettiamo bene dinanzi all’anima le condizioni che vi erano dopo il distacco del sole, dobbiamo dire: la maggior parte di quanto era animico-umano e spirituale-umano si trovava nella sfera circostante alla Terra, sui vicini pianeti. Il sole si era già staccato dalla Terra: ma se un uomo avesse potuto a quell’epoca trovarsi sulla Terra, avrebbe veduto sulla superficie di essa masse dense di vapore, di fumo, di nebbia. Non avrebbe visto niente del sole. Il sole, che si era allontanato con le sue forze, non andò che a mano a mano esercitando la sua azione sulla Terra, in modo da far diradare queste masse di fumo e di nebbia e da far loro prendere a poco a poco per l’ambiente che circonda la Terra la forma che era necessaria per l’evoluzione dell’umanità. E soltanto a poco a poco avrebbe quell’uomo, che dal di fuori, per così dire, avesse osservato l’evoluzione, veduto, come le nebbie gradatamente si andavano diradando, le masse di fumo divenendo meno dense e come le forze solari non esercitavano soltanto la loro azione attraverso l’oscuro involucro di fumo, ma divenivano veramente percepibili – si potrebbe dire – visibili. Ci accostiamo con ciò al quarto giorno della Creazione, e ci avviciniamo così sempre più all’avvenimento, che va designato corte il distacco della luna. Sicché effettivamente un uomo, il quale fosse vissuto allora sulla Terra, avrebbe potuto vedere i raggi solari penetrare attraverso le masse di fumo e di vapore. E in seguito al verificarsi di queste modificazioni, la Terra andò gradualmente acquistando le condizioni che erano favorevoli per lo sviluppo del divenire dell’uomo, per cui gli uomini tornarono a poter vivere su di essa, e, per così dire, dai discendenti fisici di coloro che erano sopravvissuti poterono venir creati dei corpi per le anime-spirito, che ora ritornavano dall’ambiente circostante alla Terra. Avete così, potrei dire, due diverse procreazioni. Quello che più tardi è divenuto corpo eterico e corpo fisico dell’uomo, proveniente da coloro che sopravvissero. L’elemento animico-spirituale vi è penetrato dall’ambiente circostante. Da principio questa discesa dalla cerchia dei vicini planetari della nostra Terra si esplicava come un’influenza spirituale. Nel momento, in cui, per così dire, il sole riuscì ad attraversare le masse di nebbia e di fumo che circondavano la Terra, e in cui la luna se ne uscì, si destò nelle anime-spirito dei vicini pianeti lo stimolo a discendere di bel nuovo su questa sfera terrestre. Quando da una parte il sole, e dall’altra la luna, divennero visibili dalla Terra, anche le forze di quelle anime che fluivano giù sulla Terra, penetrarono nella Terra stessa. Ecco la narrazione realistica di ciò, che vien descritto nel cosidetto quarto giorno della Creazione con le parole: «Gli Elohim formarono la luce maggiore e la luce minore, l’essere solare e l’essere lunare e le stelle». Perché per «stelle» s’intendono per l’appunto i vicini planetari della Terra. Il lavoro, dunque, che stabilì una specie di equilibrio, si andò preparando da una parte dal sole e dall’altra dalla luna, e contemporaneamente si preparò l’azione discendente esercitata dalle anime-spirito umane, che anelavano a prender corpo di nuovo sulla Terra.

Abbiamo così collocato il quarto giorno della Creazione nel momento, in cui, durante l’epoca lemurica, dopo l’uscita della luna, si stabilirono quelle condizioni, che trovate descritte nella mia Scienza Occulta, e che possiamo designare dicendo, che le anime-spirito umane tendevano di nuovo giù, verso la Terra.

Ora, però, dobbiamo esaminare un poco le condizioni spirituali corrispondenti. Finora abbiamo esaminato sopratutto ciò che poi divenne fisico. Dobbiamo renderci sempre più chiaramente conto, che a base di ogni elemento grossolano vi è un elemento più sottile, a base di tutto ciò che tende verso il fisico vi è un elemento spirituale. Con il sole uscirono sostanzialmente dalla Terra gli Elohim, per trasferire il loro campo d’azione al di fuori, per esercitare la loro azione dall’ambiente che circonda la Terra; ma non uscirono tutti. Qualcosa, per così dire, rimase degli Elohim tuttavia unito con la Terra, anche quando la Terra conteneva ancora nel suo corpo le forze lunari. E ciò che delle forze spirituali degli Elohim rimase allora congiunto con la Terra, è quello che in certo modo è collegato con tutte le influenze buone delle forze lunari. Perché si deve parlare anche d’influenze buone delle forze lunari. Dopo il distacco del sole, tutto sulla Terra, e particolarmente l’uomo sarebbe stato spinto alla mummificazione, all’indurimento, tutto sarebbe diventato come legno. L’uomo sarebbe morto per la Terra. La Terra sarebbe divenuta deserta, se avesse conservato le forze lunari nel suo corpo. Dentro alla Terra, queste forze lunari non sarebbero state benefiche; perché ciò nondimeno hanno dovuto per un dato tempo rimanere con la Terra? Perché l’umanità doveva, per così dire, sopravvivere e superare tutte le condizioni terrestri; perché di fatto l’umanità, nei suoi rappresentanti più poderosi, doveva passare per questo ispessimento lunare. Dopo però, quando la luna si fu distaccata dalla Terra, le forze, le quali altrimenti avrebbero determinato la morte terrestre dell’uomo, furono invece benefiche. Dopo l’uscita delle forze lunari, tutto tornò a ringiovanirsi, così che anche le anime più deboli poterono discendere e incorporarsi in corpi umani. Così la luna divenne la benefattrice della Terra, divenendo la sua vicina. Ciò che nella Terra stessa essa non avrebbe potuto mai essere, lo divenne come sua vicina. Quelle Entità, che hanno diretto tutta questa serie di processi, sono le grandi benefattrici dell’uomo. Quali erano queste Entità? Ebbene, per l’appunto quelle Entità che erano unite con la luna, e che poi hanno come strappato la luna dalla Terra, per condurre l’uomo più oltre nell’evoluzione terrestre. Dalla relazione della Genesi, si riconosce che gli Elohim erano le grandi forze dirigenti. E ciò che di queste forze elohistiche effettuò quel grande e possente avvenimento che fu la dipartita della luna, e determinò per tal modo il vero essere dell’uomo, non era altro che quel che aveva pure operato la promozione cosmica degli Elohim a Jahve-Elohim, che aveva elevato l’essere degli Elohim a Jahve-Elohim. Ciò rimase unito con la luna, e condusse poi la luna fuori della nostra Terra. Perciò possiamo dire: con quel che nella nostra Creazione troviamo come corpo della luna è intimamente connesso ciò che noi designamo come Jahve-Elohim.

Rappresentiamoci ora con maggiore esattezza, che cosa significhino veramente queste condizioni per l’uomo nel suo divenire terrestre. Se l’uomo fosse rimasto congiunto con una Terra, che avesse conservato in sé il sole, sarebbe diventato un essere, che sarebbe stato veramente un nulla, egli sarebbe semplicemente rimasto unito con l’essenzialità degli Elohim; non avrebbe potuto disciogliersi e acquistare indipendenza. Ma poichè gli Elohim si distaccarono con il loro sole dalla Terra, l’uomo poté rimanere unito con quest’ultima e conservare la sua vita animico-spirituale. Se però si fosse fermato a questo, si sarebbe indurito; avrebbe trovato la morte. Per qual ragione dovette l’uomo arrivare a una condizione, che rappresentava una sia pure mera possibilità di morte? Per potere diventare libero; per potere disciogliersi dagli Elohim, per potere divenire un essere indipendente. L’uomo, nella sua parte lunare, ha in sé qualcosa che effettivamente provoca questo estinguersi, ed egli ne avrebbe, per così dire, ricevuto una dose troppo forte, se la luna non si fosse distaccata dalla Terra. Da questa nondimeno potete riconoscere, che è questo elemento lunare, che come sostanzialità cosmica, è intimamente connesso con l’indipendenza umana. Se prendete le condizioni terrestri attuali, dovete dire a voi stessi: queste condizioni si sono prodotte veramente soltanto dopo il distacco della luna. Non vi sono dunque in esse tante forze lunari quante ve n’erano prima. Ma l’uomo, per quanto riguarda il germe del suo corpo fisico e di quello eterico, è sopravvissuto anche all’epoca lunare, all’unione della Terra con la luna, e ha per questa ragione in sé ciò che alla Terra è stato tolto. Egli ha in sé una parte di ciò che è lassù, sulla luna. Egli l’ha conservata attraverso quell’epoca nel suo corpo fisico e in quello eterico. Così l’uomo porta in sé un elemento lunare; è collegato con questo elemento lunare. La Terra non avrebbe sopportato in sé questo elemento lunare; l’uomo però lo ha in certo qual modo in sé; ha dunque disposizione a divenire qualcosa d’altro che non un semplice essere terrestre.

Se meditate su tutto ciò, arriverete a vedere che, come uomini, abbiamo, per così dire, la Terra sotto di noi, e che fu necessario cacciar fuori la luna da questa Terra. Essa venne però cacciata fuori solo dopo che una giusta dose della sua essenza era stata inoculata nell’uomo. La Terra non porta l’elemento lunare in sé: noi lo portiamo in noi. Che ne sarebbe stato della Terra, se la luna non ne fosse stata strappata? Guardate questa luna con occhi diversi da quelli, con cui la si considera oggi così spesso. Tutta la costituzione della materia è diversa da quella della Terra. In senso prettamente materiale, l’astrofisico dice, che la luna non ha aria, che appena ha acqua, vale a dire, che essa si è spinta in maggiore densità della Terra. Essa contiene dunque le forze, che, per così dire, condurrebbero la Terra ancora oltre la condizione d’indurimento in cui si trova, che renderebbero questa Terra fisicamente ancora più dura. Queste forze lunari renderebbero la Terra fisicamente più dura, e frastagliata di crepacci. E per avere un’idea di ciò che la Terra diventerebbe se le forze lunari fossero in essa, immaginatevi, per esempio, sulla strada, un po’ di materia terrea, imbevuta di acqua, diciamo insomma del fango; immaginatevi che l’acqua se ne vada sempre più ritraendo, sicché la terra si riduca sempre più in polvere. Potete, per così dire, seguire tutto questo processo per via d’ immagini, se, dopo una pioggia, osservate la materia melmosa della strada disseccarsi a poco a poco e diventare polvere. Sarebbe successo a un dipresso qualcosa di simile alla Terra, si sarebbe spaccata e ridotta a un mucchio di polvere, se le forze lunari fossero rimaste unite con essa. E a un dipresso questo succederà ancora alla Terra, quando avrà compiuto la sua missione.

Si sfrantumerà in polvere cosmica. La materia terrestre si dissolverà come polvere cosmica nello spazio cosmico, quando l’uomo avrà compiuto la sua evoluzione su di essa. Possiamo dunque dire, che la Terra sarebbe diventata polvere, e che ha in sé la tendenza a diventare polvere, a sfrantumarsi in particelle di polvere. E’ stata salvata da questa prematura sfrantumazione in polvere dal fatto, che la luna è stata distaccata da lei. Ma nell’uomo è rimasto qualcosa di ciò, che ha veramente tendenza a divenire polvere. L’uomo, per tutte le vicende che vi ho descritte, accoglie nel suo essere un che della polvere terrestre lunare. Quelle Entità che sono collegate con la luna hanno dunque realmente introdotto nell’essere corporeo umano qualcosa che, in ultima analisi, non è della massa terrestre che costituisce il nostro immediato ambiente dopo che la luna si è distaccata; ma hanno impresso nella corporeità. umana un che della polvere terrestre lunare. Siccome però Jahve-Elohim è connesso con questo elemento lunare, ciò significa dunque, che Jahve-Elohim è colui, che ha impresso nella corporeità umana l’elemento lunare polveroso della Terra. E dobbiamo dire: nel corso dell’evoluzione della Terra doveva sopraggiungere un momento, che viene giustamente indicato così: «Nel progresso cosmico degli Elohim arrivò il tempo, in cui Jahve-Elohim impresse nella corporeità umana la polvere terrestre, la polvere terrestre lunare. Questa è la straordinaria profondità del passo della Bibbia, dove sta detto: «E Jahve-Elohim formò l’uomo di polvere della Terra». Perché così sta detto. E non sono che mere schiocchezze tutte le traduzioni che dicono, che Jahve-Elohim avrebbe formato l’uomo da un gnocco di fango della Terra. Egli impresse nell’uomo la polvere della Terra. Se abbiamo già trovato tanto, che ci ha meravigliato e impresso con un sentimento di profonda venerazione dinanzi a quello, che la Bibbia dice per mezzo degli antichi veggenti e che ritroviamo per mezzo della indagine spirituale-scientifica, qui, in queste parole: «E Jahve-Elohim impresse nella corporeità umana la lunare polvere della Terra», abbiamo un passo, che deve ingrandire e moltiplicare la nostra venerazione per ciò che gli antichi veggenti ci raccontano nella relazione della Genesi. E se questi antichi veggenti erano coscienti di ricevere la comunicazione di ciò, che li rendeva capaci di dire quelle cose, dalle regioni in cui operavano gli Elohim e Jahve-Elohim; se erano coscienti di ricevere la loro sapienza dalle regioni degli Esseri stessi che hanno creato il mondo, potevano dire: Fluisce in noi come sapienza, come saggezza, come pensiero, ciò che formò il divenire stesso della Terra, in quanto tesseva e operava in quegli Esseri. E così possiamo alzare lo sguardo con timore reverenziale agli antichi veggenti, e al timore reverenziale, con cui alla loro volta questi antichi veggenti alzavano lo sguardo verso le regioni, dalle quali proveniva la loro rivelazione, verso le regioni degli Elohim e del Jahve-Elohim. Quale nome avrebbero essi potute dare alle Entità che stavano a base della Creazione e della loro propria conoscenza? Quale parola vi poteva essere per loro, se non quella di cui tutto il loro cuore doveva essere colmo, quando accoglievano la rivelazione delle potenze creatrici del Cosmo? Quando alzavano lo sguardo ad esse, dicevano: Discende la rivelazione in noi da Entità divino-spirituali. Non possiamo trovare per esse altra parola, che quella che esprime il nostro senso di timore reverenziale: «Coloro per i quali sentiamo timore reverenziale». Traduciamo questo in antico ebraico; come suona: «Coloro per i quali sentiamo timore reverenziale»? suona «Elohim». Questa è la parola per coloro, per i quali si sente timore reverenziale. Cosi trovate la corrispondenza fra i sentimenti degli antichi veggenti e i nomi delle Entità cosmiche, alle quali essi attribuivano la Creazione e la rivelazione che ricevevano.

11°La concordanza della Bibbia con l'indagine chiaroveggente

Monaco, 26 Agosto 1910

Da tutto quanto è stato detto nei passati giorni e specialmente ieri, potrete dedurre a un dipresso, a quale epoca della narrazione fatta secondo la scienza dello Spirito dobbiamo riferire la relazione della Genesi. Abbiamo già rilevato, che il momento segnato dalle prime parole monumentali della Bibbia è quello appunto, che, secondo la scienza dello Spirito, viene da noi indicato con le parole: «La sostanza ancora comune della Terra e del Sole si preparava a una scissione». Ha poi luogo questa scissione e, durante i processi della medesima, si svolge ciò che la Genesi ci descrive. Questa descrizione della Genesi comprende tutto ciò, che avviene fino ai tempi lemurici inoltrati, fino al distacco della luna. E quel che avviene dopo che il distacco della luna si è verificato, e che in modo scientifico-spirituale viene da noi descritto come il corso dei tempi lemurici, come l’alba dei tempi atlantei, dobbiamo ricercarlo nella descrizione che segue i giorni della Creazione. A questo abbiamo già accennato ieri. Abbiamo anche rilevato, quanta profondità vi sia dove vien detto, che l’uomo ebbe impressa nella corporeità la polvere terrena lunare. Questo succedeva dunque nel tempo stesso, in cui era avvenuta quell’ascesa nel cosmo, che da noi è stata descritta come una promozione cosmica degli Elohim a Jahve-Elohim. Ci siamo dovuti rappresentare questa ascesa come coincidente a un dipresso, con l’inizio dell’attività della luna dal di fuori. Questa attività della luna, o meglio, di quell'Entità che era connessa col processo del distacco lunare, con l’attività della luna dal di fuori, ce la dobbiamo appunto rappresentare nella totalità degli Elohim, in ciò che chiamiamo Jahve-Elohim. Sicché potremmo dire, che l’azione della luna sulla Terra corrisponde nel suo primo stadio a tutto ciò che concerne l’impressione della sostanza terrestre-lunare nel corpo dell’uomo. Al corpo umano, che fino allora era solamente di calore, venne conferito ciò, che abitualmente vien tradotto con le parole: Jahve-Elohim ispirò all’uomo il soffio divino e l’uomo divenne un’anima vivente, o per dir meglio, un essere vivente. Non dobbiamo però trascurare di notare ancora una volta, in questo passo, la straordinaria efficacia, la grandezza e la potenza delle espressioni bibliche. Vi ho potuto far osservare, che il vero divenire terrestre dell’uomo dipese dal fatto, che l’uomo poté aspettare nella sua spiritualità, entro le condizioni spirituali, finché nel divenire della Terra stessa vi fossero le condizioni adeguate, in modo che assumendo la sua corporeità egli potesse divenire un essere maturo. Se dalla sua spiritualità avesse dovuto discendere nella corporeità più presto, durante quei processi che vengono indicati con il cosidetto quinto giorno della creazione, egli avrebbe potuto divenire soltanto un essere fisicamente simile a quelli, che ci vengono mostrati come viventi nelle sfere dell’aria e dell’acqua. Come si presenta invece veramente la natura essenziale dell’uomo? Davvero, in modo mirabilmente grandioso; e le espressioni sono scelte con tale efficacia, che l’uomo moderno potrebbe trarne molti ammaestramenti proprio in fatto di giustezza ed efficacia nella scelta dei vocaboli. Ci vien detto, che quelle Entità, dunque le anime delle specie, che s’immersero il quinto giorno della Creazione nella materia della Terra, divennero esseri viventi, divennero ciò che per l’appunto oggidì noi chiamiamo esseri viventi. L’uomo, a quell’epoca, non discese ancora sulla Terra. Quelle anime collettive di specie che stavano ancora su, per così dire, nella grande riserva della spiritualità, discesero soltanto più tardi. E anche durante il sesto giorno della Creazione, discesero dapprima gli esseri animali superiori più vicini all’uomo, i veri e proprii animali terrestri. Ancora dunque durante la prima parte del cosidetto sesto giorno della Creazione, l’uomo non poté discendere nella materia densa; perché se avesse allora già impresso in sé la forza del divenire terrestre, sarebbe divenuto un essere, fisicamente, come gli animali terrestri. Prima scese l’Anima della specie degli animali terrestri superiori, che ormai popolarono il suolo terrestre invece dell’aria e dell’acqua. E allora soltanto, gradualmente, si presentarono quelle condizioni, per le quali i germi del futuro uomo si poterono andar formando. Come si è verificato ciò? Questo ci viene indicato in modo monumentale, quando vien detto, che le Entità degli Elohim si accinsero a far convergere la loro attività nel disegno da me descrittovi di formare l’uomo terrestre. Dobbiamo dunque dire: questo uomo terrestre sorse dapprima per il fatto, che gli Elohim collaborarono con le varie capacità, che fra di essi si trovavano variamente ripartite, come un gruppo di Entità che hanno una mèta comune. L’uomo fu dunque anzitutto la finalità comune del gruppo degli Elohim. Ora dobbiamo farci un’idea più esatta di come l’uomo effettivamente sia nato nel cosidetto sesto giorno della Creazione; egli, a quel tempo, non era ancora affatto quale oggi lo vediamo. La corporeità fisica, in cui oggi l’uomo si presenta a noi, non nacque che più tardi, quando avvenne l’inspirazione del soffio di vita, impresso da Jahve-Elohim. Il processo, che vien descritto come la Creazione dell’uomo per mezzo degli Elohim, si verificò prima che la polvere terrestre venisse impressa nella corporeità. Come era dunque l’uomo, che gli Elohim posero nell’esistenza già durante la cosidetta epoca lemurica? Ricordatevi di ciò, che già spesso ho detto, sul carattere e sulla natura dell’uomo odierno: ciò che noi chiamiamo corpo fisico è, in certo modo, uguale in tutti gli uomini soltanto nei riguardi degli arti più elevati. Dobbiamo però distinguere l’uomo riguardo al sesso in modo, che ciò che si presenta a noi oggidì nella configurazione fisica come maschio, è, nel suo corpo eterico, femmina; e similmente ciò, che ci si presenta fisicamente come femminile, è di corpo eterico maschile. L’umanità oggigiorno è così ripartita; ciò che esteriormente appare maschile è interiormente femminile, e ciò che esteriormente appare femminile è interiormente maschile. Perché è avvenuto questo? È avvenuto per il fatto, che una differenziazione nella corporeità dell’uomo si verificò soltanto in epoca relativamente tarda, dopo i veri e proprii giorni di Creazione. In quegli uomini, che nacquero come mèta comune degli Elohim al sesto giorno della Creazione, questa differenziazione, questa separazione in uomo e donna, non esisteva ancora; essi avevano allora ancora una corporeità comune. Il miglior modo di farci di quest’ultima un’idea, per quanto vi si possa riuscire con un’immagine, è di dire: la corporeità fisica era allora più eterica, e in compenso la corporeità eterica era alquanto più densa di oggi. Ciò che oggi dunque è corporeità fisica, densa, non era, quando gli Elohim la formarono, ancora così densa come oggidì, e la corporeità eterica era più densa di quella attuale. Una differenziazione, una condensazione verso il fisico, si presentò più tardi, sotto l’influenza di Jahve-Elohim. Potete già presentire che non possiamo affatto considerare l’opera umana degli Elohim coi criterii di oggi come maschile e femminile, ma che essa era simultaneamente maschile e femminile, indifferenziata, indivisa. Quell’uomo, dunque, che nacque allora nel senso, che la Bibbia esprime per mezzo degli Elohim: «Facciamo l’uomo», non era ancora differenziato, ma era in pari tempo maschile e femminile. E da questa creazione degli Elohim, l’uomo nacque maschile-femminile. Questo è il significato, l’originario significato di ciò che vien tradotto in modo così grottesco nelle Bibbie moderne: «E gli Elohim crearono l’uomo, un omino e una donnina». Questo «omino e donnina» è veramente la traduzione più assurda che vi sia nella Bibbia. Non si tratta qui di un omino e di una donnina nel senso odierno, ma dell’uomo non differenziato, dell’uomo maschile-femminile. So benissimo, che molti esegeti della Bibbia si sono messi contro questa interpretazione e, con un certo sfoggio di parolone dotte, hanno cercato di mettere in ridicolo ciò che delle esegesi monumentali più antiche già avevano giudicato, cioè l’interpretazione giusta. Si cerca di contestare questa interpretazione che l’uomo elohistico fosse maschile-femminile a un tempo, che dunque l’immagine riflessa degli Elohim, che ciò che venne creato a immagine degli Elohim, fosse l’uomo maschile-femminile. Vorrei chiedere agli esegeti, che si oppongono a questa interpretazione, su che cosa realmente essi si fondino. Sulla ricerca chiaroveggente non si possono basare, perché questa non dirà mai altro che quello che ora vi ho detto. Sopra una ricerca esteriore dunque? Ma vorrei chiedere allora a queste persone, se, di fronte a quella che è veramente la tradizione, essi siano in grado di sostenere un’interpretazione diversa. Bisognerebbe pur raccontar loro che cosa sia veramente la tradizione esteriore della Bibbia. Quando si comincia con l’indagine chiaroveggente a scoprire quali siano veramente i fatti, si fa vita, si fa luce nel testo della Bibbia, e non si tiene più conto allora delle piccole varianti che occorrono nella tradizione, perché la conoscenza della verità porta a leggere il testo correttamente. Diversamente succede invece, quando ci si avvicina a queste cose per la via filologica. Bisogna rendersi conto che, fin nei secoli cristiani, nulla esisteva, neppure nella prima parte della Bibbia, che potesse indurre a leggere questo testo come oggi lo si legge. Non vi si trovavano punte vocali e il testo era tale, che mancava perfino la separazione fra le singole parole. Più tardi soltanto vi furono aggiunti i punti, che in ebraico segnano le vocali. Vorrei sapere con quale diritto, chi non ha la necessaria preparazione per mezzo della scienza dello Spirito, possa trarre dal testo originario un’interpretazione, della quale si possa dire con coscienziosità scientifica che sia esatta.

Nell’opera degli Elohim dobbiamo dunque vedere uno stadio di preparazione dell’uomo. Tutti i processi a cui oggidì applichiamo le espressioni: «riproduzione umana» o simili, erano a quell’epoca nei riguardi dell’uomo ancora più eterici, ancora più spirituali. Stavano ancora – vorrei dire – a un livello più alto, direi quasi in una sfera superiore. Fu l’opera di Jahve-Elohim, che fece diventare l’uomo ciò che oggi è diventato. Ma prima dovette verificarsi la regolare creazione degli altri esseri inferiori. Così, si potrebbe dunque dire, è per un atto prematuro di creazione che le entità animali inferiori sono divenute esseri viventi. La medesima espressione: «nephesh»4 viene applicata a questi esseri viventi animali e in ultimo anche all’uomo; ma come viene applicata all’uomo? In modo, che per il momento in cui interviene Jahve-Elohim e dell’uomo fa l’uomo attuale, viene chiaramente detto, che Jahve-Elohim imprime la «nesciamah». E per il fatto, che all’uomo è stato impresso un organo superiore, questo stesso uomo diventa un essere vivente. Osservate ora bene, quale concetto infinitamente fecondo e importante viene introdotto proprio dalla Bibbia nella teoria dell’evoluzione. Certo, sarebbe sciocco di negare, che, per quanto riguarda la sua formazione esteriore, l’uomo appartiene, per così dire, al grado più alto del regno animale. Questa banalità può esser lasciata al Darwinismo; ma quel che è importante, è che l’uomo non è divenuto un essere vivente, un essere il cui carattere può essere indicato con nephesh, allo stesso modo degli altri esseri inferiori; ma che invece all’uomo venne prima conferito un organo superiore del suo essere: un organo superiore, che nei riguardi della sua anima e del suo spirito era già stato preparato prima. Qui arriviamo a un altro parallelismo fra l’antico insegnamento ebraico e la nostra scienza dello Spirito. Quando parliamo dell’elemento animico dell’uomo, noi distinguiamo anima senziente, anima razionale e anima cosciente. Di queste sappiamo, che sono nate dapprima nel loro aspetto spirituale-animico durante quei tempi, che vengono indicati coi tre primi giorni della Creazione. Allora esse si elaborarono a seconda della loro tendenza. Il rivestimento però, la vera impronta, per cui un corpo fisico divenne l’espressione di questa natura interiore essenziale dell’anima, si verificò molto più tardi. Dobbiamo dunque tener per fermo che, per così dire, la spiritualità nasce per prima, che poi questa spiritualità comincia a rivestirsi di astralità, e poi si condensa sempre più e più fino all’eterico-fisico, e che allora soltanto s’imprime la spiritualità, vale a dire che viene impresso sotto forma di soffio di vita ciò che prima già esisteva. Ciò dunque che viene posto da Jahve-Elohim come un nocciolo nell’essere umano, si trova già formato prima; esiste nel grembo degli Elohim. Ora viene impresso nell’uomo, la cui corporeità è stata formata da tutt’altra parte. È dunque qualcosa che penetra nell’uomo da un’altra parte. E solo con questa impressione di «nesciamah» è divenuto possibile immergere nell’uomo ciò che possiamo chiamare il germe della natura dell’Io. Perché queste antiche espressioni ebraiche «nephesh, ruah, nesciamah» non sono altro che ciò che abbiamo già indicato con termini equivalenti nelle nostre espressioni scientifiche spirituali. «Nephesh», nei riguardi dell’uomo, si può far corrispondere all’anima senziente; possiamo impiegare «ruah» per anima razionale; e «nesciamah», per anima cosciente.

Dobbiamo dunque rappresentarci il progresso di questa evoluzione come un processo straordinariamente complicato. Tutto ciò che si riferisce ai giorni della Creazione stessa, ciò che, per così dire, è opera degli Elohim prima della loro ascesa a Jahve-Elohim, dobbiamo raffigurarcelo come svolgentesi, in certo modo, in regioni spirituali superiori, mentre ciò che oggi possiamo osservare fisicamente nel mondo degli uomini è comparso soltanto per opera di Jahve-Elohim.

Di tutto ciò che troviamo così nella Bibbia, che ci può dare la comprensione della vera natura interiore dell’uomo, e che ci viene nuovamente insegnato dalla visione chiaroveggente, di tutto ciò i filosofi greci, per mezzo delle loro varie scuole iniziatiche, avevano ancora coscienza. Platone sopra tutti; ma anche lo stesso Aristotile. Chi conosce Platone e Aristotile, sa che Aristotile era ancora cosciente, che soltanto per mezzo di un organo spirituale-animico superiore l’uomo è arrivato ad essere un essere vivente, mentre gli esseri inferiori hanno attraversato altri processi di evoluzione. Aristotile si rappresentava questo processo a un dipresso così: le entità animali inferiori sono divenute ciò che sono per mezzo di altri atti di evoluzione; ma all’epoca, in cui le forze che operano nell’animale poterono diventare attive, l’Essere spirituale-animico umano, che si librava ancora in regioni superiori, non poteva tuttavia divenire terrestremente corporeo. Altrimenti si sarebbe fermato a uno stadio inferiore animale. L’essere umano dovette aspettare. E gli stadii animali inferiori dovettero esser deposti dalla loro sovranità, per mezzo dell’innesto dell’organo umano. Per questo vi è ancora un’espressione impiegata da Aristotile: sfairhsqai. Di questa espressione Aristotile si serve, come per dire: Certo, considerate esteriormente, esistono nell’uomo, in fatto di corporeità esteriore, le medesime funzioni della natura animale; ma così come sono nella natura animale, esse regnano sovrane, mentre nell’uomo sono detronizzate dalla loro sovranità e devono seguire un principio più elevato; questo significa sfairhsqai. E questo si trova pure a base della storia biblica della Creazione. Per mezzo dell’impressione della «nesciamah», i gradi inferiori vennero detronizzati dalla loro sovranità. Così l’uomo, per aver ricevuto il principio portatore della sua egoità, raggiunse un grado più elevato. Ma per la stessa ragione, la natura, che egli aveva prima, che era più eterica, ebbe una ulteriore differenziazione che la portò di un grado più in basso. L’uomo ricevette un organo esteriore corporeo e un organo interiore più eterico; questo si affinò, l’altro si ispessì. Si ripete nell’uomo ciò che abbiamo imparato a conoscere come significato dell’intera evoluzione. Abbiamo visto come il calore si densificasse in aria e si affinasse in luce; come poi l’aria si condensasse in acqua, e si affinasse ad etere del suono, e così di seguito. Il medesimo processo si svolge a un livello superiore per l’uomo. Il maschio-femmina si differenzia ulteriormente in uomo e donna, e si differenzia, per di più, in modo che la corporeità fisica più densa va verso l’esteriore, e la corporeità più sottile eterica va invisibilmente verso l’interiore. Con ciò abbiamo in un medesimo tempo accennato a cosa, che possiamo indicare come un progresso dall’opera degli Elohim all’opera di Jahve-Elohim. L’uomo, come si presenta a noi oggidì, è dunque opera di Jahve-Elohim. Quello che diciamo il sesto giorno della Creazione coincide dunque cronologicamente con la nostra epoca lemurica, in cui parliamo dell’uomo maschile-femminile.

Ma nella Bibbia si parla pure di un settimo giorno della Creazione. Di questo settima giorno della Creazione ci vien detto, che l’opera degli Elohim sostò. Ma che cosa significa veramente ciò? Come dobbiamo intendere questo ulteriore racconto? Lo interpretiamo giustamente nel senso della scienza dello Spirito soltanto, se ci rendiamo chiaramente conto che proprio ora si avvicina il momento, in cui gli Elohim ascendono, in cui compiono la loro promozione a Jahve-Elohim. Ma non dobbiamo concepire Jahve-Elohim come il complesso degli Elohim, bensì piuttosto così: che gli Elohim, in certo modo, cedono all’Entità lunare soltanto una parte del loro essere, ma si conservano ciò che non è compreso in questa parte abbandonata del loro essere; essi, per così dire, proseguono in questa antica parte del loro essere la propria evoluzione. Vale a dire che l’opera loro, nei riguardi di questa parte, non si volge più sul divenire dell’uomo. La loro azione nel divenire dell’uomo, essi la proseguono con quell’organo loro, che in essi si è elevato a Jahve-Elohim. Il resto non opera ormai più direttamente sulla Terra; ma si dedica alla propria evoluzione. A questo si accenna col «riposare» dell’opera terrestre, con il giorno del sabato, con il settimo giorno della Creazione.

E ora dobbiamo accennare ancora ad altro, che è importante. Se tutto quanto ora ho detto è esatto, dobbiamo considerare l’uomo jehovistico, al quale Jahve ha impresso il suo proprio essere, come il discendente diretto dell’uomo, in certo modo, più eterico, più molle, che era stato formato il sesto giorno della Creazione. Abbiamo dunque una linea retta, che va dall’uomo che ancora è maschile-femminile, che ancora è più eterico, all’uomo fisico. L’uomo fisico è un discendente, per così dire una condensazione dell’uomo eterico. Si dovrebbe dunque dire, per descrivere l’uomo jehovistico, il quale passa nell’Atlantide: «E l’uomo che venne formato al cosidetto sesto giorno della Creazione dagli Elohim, si è evoluto a uomo unisessuale, all’uomo jehovistico. In ciò che segue dopo i sette giorni della Creazione si tratta dei discendenti degli uomini elohistici, dei discendenti di quel che penetrò nell’esistenza durante i sei giorni della Creazione». Di nuovo a questo punto la descrizione della Bibbia è veramente grandiosa, quando nel secondo capitolo ci racconta come effettivamente l’uomo jehovistico sia – se ci è consentita l’espressione – un discendente dell’uomo celeste, dell’uomo che venne formato dagli Elohim al sesto giorno della Creazione. Proprio come il figlio è discendente del padre, così pure l’uomo jehovistico è il discendente dell’uomo elohistico. Questo ci racconta la Bibbia nel quarto versetto del secondo capitolo: «Ciò che ora deve venire sono i discendenti, le successive generazioni degli esseri celesti». Così sta detto lì. Prendete la Bibbia come oggi ci viene comunemente data, e vi troverete questa strana frase: «Tale fu l’origine del Cielo e della Terra, quando l’uno e l’altra fu creata nel giorno in cui il Signore Dio fece il Cielo e la Terra». Generalmente il complesso degli Elohim vien chiamato «Dio» e Jahve-Elohim «il Signore Dio». Il Signore Dio creò la Terra e il Cielo. Vi prego caldamente di considerare la frase con attenzione, e di cercare poi coscienziosamente di applicare ad essa un significato razionale qualsiasi. Vorrei sapere chi ci riesce. Chi può farlo, si risparmi di far altre ricerche nella Bibbia; perché qui vi è la parola «toledoth», che significa: «le generazioni successive», e che si trova impiegata qui come a proposito di Noè, dove si parla delle generazioni successive. Si parla dunque qui dell’uomo jehovistico come del discendente, come delle generazioni che succedono agli esseri celesti, così proprio come nell’altro passo si parla dei discendenti di Noè. Questo passo dunque, secondo il suo significato, va letto a un dipresso come segue: «Ciò che ora segue, di cui si parlerà in quel che ora segue, sono i successori degli esseri del Cielo e della Terra, che sono stati creati dagli Elohim e continuati da Jahve-Elohim». Si può dunque considerare l’uomo jehovistico, anche secondo il senso della Bibbia, come discendente dell’uomo elohistico. E a chi, perché sta detto che il Dio ha creato gli uomini, volesse dedurne una nuova relazione della Creazione, io consiglio, per completare la Bibbia ad arcobaleno, di ritrovare subito ancora una terza relazione della Creazione in uno dei capitoli seguenti, nel quinto capitolo che comincia generalmente così: Questo è il libro delle genealogie (qui si trova ancora, come nell’altro passo, la parola «toledoth»). Avrete allora cucito insieme tutto quanto proviene da singoli brani della Bibbia; ma avrete dei brani, non più la Bibbia. Se potessimo continuare, potremmo spiegare anche ciò che sta detto nel quinto capitolo.

Vedete dunque, che, se esaminiamo queste cose con vera profondità, ci troviamo di fronte a una perfetta corrispondenza fra la Genesi, fra il racconto biblico della Creazione, e ciò che ci risalta dalla scienza dello Spirito, o scienza occulta. Se teniamo conto di questo, dobbiamo chiedere a noi stessi: quale è veramente il senso delle espressioni più o meno figurate che vengono impiegate in quel racconto? Quali sono gli oggetti di questa descrizione? Allora però dobbiamo renderci conto, che ritroviamo ciò che risulta dalla ricerca chiaroveggente. Come la visione chiaroveggente, oggi, nel supersensibile, vede l’origine della nostra esistenza terrestre, così anche coloro, che originariamente redassero la relazione biblica, guardavano il supersensibile. Chiaroveggentemente sono stati conosciuti i fatti, che in quella relazione ci sono stati originariamente esposti. Se si ricostruisce quindi quello, che si chiama il passato da un punto di vista puramente fisico, si va in cerca di avanzi materialmente ritrovabili; ma più si risale nel passato il corso della vita e del divenire fisico più le formazioni fisiche diventano, per così dire, nebulose. In questa nebulosità, però, dominano e operano le Spiritualità; e l’uomo stesso, in quanto alla sua spiritualità, si trova originariamente dentro a queste Entità primordiali. E se proseguiamo il nostro esame del divenire terrestre fino ai tempi di cui parla la Genesi, vediamo il nostro divenire terrestre rientrare, per così dire, nelle sue condizioni spirituali primordiali. E con i giorni della Creazione s’intendono indicare delle fasi spirituali del divenire, che si possono cogliere soltanto per mezzo dell’investigazione chiaroveggente. E significano, che il fisico si forma a poco a poco dallo spirituale. Allo sguardo chiaroveggente questo divenire si presenta in questo modo: se si volge lo sguardo chiaroveggente sui fatti che ci vengono descritti nella Genesi, si troveranno dapprima dei processi spirituali; tutto ciò che in essa vien descritto, si presenta come processi spirituali. Niente, proprio niente, ne potrebbe vedere un occhio fisico; esso guarderebbe nel nulla. Ma il tempo procede, come abbiamo visto. Per lo sguardo chiaroveggente, dalla spiritualità si va cristallizzando a poco a poco il solido, così come quando dall’acqua si forma e si solidifica il ghiaccio. Dalle onde del mare astrale, del devacanico, emerge ciò che ormai può esser visto anche fisicamente. Nel prosieguo dunque dell’osservazione, nel quadro che dapprima si poteva cogliere soltanto spiritualmente, si affaccia, come una cristallizzazione nella spiritualità, il fisico. Con ciò abbiamo anche implicato, che l’uomo, in un primo tempo, non poteva essere veduto con l’occhio fisico. Fino al sesto e al settimo giorno della Creazione, fin dunque alla nostra epoca lemurica, un occhio fisico non avrebbe potuto vedere l’uomo, perché egli non esisteva allora che spiritualmente. E in questo sta la gran differenza fra una teoria vera dell’evoluzione e una teoria immaginata. La quale ultima crede, che non esista che il corso del divenire fisico. Ma l’uomo non è sorto, perché, in certo modo, gli esseri inferiori si sono elevati fino alla figura umana. E’ quanto mai di più fantastico si possa immaginare, il credere, che una figura animale si possa trasformare fino alla superiore figura dell’uomo. Mentre queste figure animali andavano nascendo, mentre esse stavano formando quaggiù il loro fisico, l’uomo già esisteva da lungo tempo. Ma egli discende più tardi e si schiera allato degli esseri animali che erano discesi prima. Per coloro, a cui non riesce di considerare l’evoluzione a questo modo, non c’è rimedio; essi si trovano sotto la suggestione delle idee dell’epoca presente; non già sotto l’influenza dei dati di fatto della scienza naturale, ma sotto la suggestione delle opinioni dell’epoca attuale.

Se vogliamo descrivere il divenire dell’uomo umano in connessione col resto del divenire, dobbiamo dire: Nella linea del processo evolutivo, abbiamo la comparsa – si potrebbe dire degli uccelli e degli animali marini come due ramificazioni; poi abbiamo gli animali terrestri come una ramificazione a sé. Le prime corrisponderebbero al cosidetto quinto giorno della Creazione, la seconda al sesto giorno della Creazione. E poi comparisce l’uomo, ma non come prosecuzione della medesima linea, non come continuazione della stessa serie, ma in quanto è disceso sulla Terra. Questa è la vera dottrina dell’evoluzione. Ed è descritta più esattamente nella Bibbia, che non in alcun libro moderno, che si dia alla fantasticheria materialista.

Queste non sono che delle osservazioni isolate. Nell’ultima conferenza di ogni ciclo vi sono sempre delle osservazioni supplementari. Perché se si volesse trattare un argomento come il nostro adeguatamente in tutte le sue parti, bisognerebbe parlare per mesi; giacché il contenuto della Genesi è infinitamente grande. Con i nostri cicli di conferenze non possiamo dare che degli eccitamenti; e anche stavolta questo soltanto ho voluto fare. Torno a ripetere esplicitamente, che non mi è stato punto facile d’intraprendere questo particolare ciclo di conferenze; perché difficilmente, dopo aver udito queste cose, ci si fa un’idea di quanto sia ardua la vita, che conduce a queste basi più profonde della storia biblica della Creazione; quanto sia difficile di stabilire veramente il parallelismo tra i fatti precedentemente scoperti per la via della scienza dello Spirito e i passi corrispondenti della Bibbia. Se si procede coscienziosamente, questo lavoro si presenta straordinariamente difficile. Ci s’immagina spesso, che lo sguardo chiaroveggente si estende facilmente ovunque; si crede che basti guardare, perché tutto vi si presenti naturalmente. Sì, chi si pone di fronte alle cose con ingenuità, crede spesso di potere spiegare tutto con facilità. Ma più ci s’inoltra – e questo succede anche nell'investigazione esteriore – e più s’incontrano difficoltà; e quando poi dall’investigazione fisica si passa a quella chiaroveggente, allora soltanto si presentano le vere difficoltà, e sorge il sentimento della grande responsabilità, che bisogna avere, quando in genere si vuol parlare di queste cose. Ritengo nondimeno, sotto un certo riguardo, di non avere impiegato in questo ciclo di conferenze una sola parola, della quale io non possa dire, che può andare, e che è, per quel che può valere, un’espressione adeguata in lingua nostra per ciò che può condurvi a una rappresentazione giusta. Ma il compito non è stato facile 5.

È proprio quando si approfondisce ciò che ci vien dato in fatto di grandi rivelazioni del mondo, che le difficoltà si accumulano, del qual fatto è bene aver conoscenza. Perché per l’appunto rendendoci conto di queste difficoltà e imparando a conoscerle, arriveremo sempre più alla giusta comprensione della scienza dello Spirito. Questa scienza deve aprire il cuore a tutto ciò, di cui occorre il concorso, perché il lavoro scientifico-spirituale si possa compiere. Non perché, dunque, noi procediamo con certi determinati metodi di lavoro, dobbiamo considerare gli altri metodi di lavoro come a noi estranei. Oggidì l’evoluzione della nostra epoca, l’evoluzione spirituale del nostro tempo, esige vie varie e diverse, che conducano alla gran mèta, che tutti abbiamo in vista. E sebbene la mia sfera di lavoro non porti a presentarmi dinanzi a voi in altro campo che non sia quello esoterico, non troverete tuttavia mai che io escluda altri metodi di lavoro. Su questo mi permetto specialmente d’insistere alla fine di questo ciclo, il quale con l’aiuto dell’esoterismo ci ha condotto in regioni così elevate della nostra indagine spirituale; e proprio a questo proposito vorrei rilevare, che è bene, per la comprensione scientifico-spirituale, attingere aiuto da ogni parte, e imparare a conoscere anche ciò, che negli altri metodi si riconnette al nostro esoterismo 6.

Molte altre cose potrei rilevare. Ma sopratutto vorrei richiamare la vostra attenzione sulla necessità, che specialmente in queste conferenze ci si è dimostrata, potrei dire, di grado in grado, che l’insegnamento scientifico-spirituale diventi nei nostri cuori e nelle nostre menti ciò, che con l’intera forza della nostra vita interiore ci conduca realmente sempre più in alto, a forme di sentimento sempre più elevate, a forme di vita sempre più cordialmente aperte alla comprensione dell’universo. È soltanto divenendo uomini migliori nel campo intellettuale, sentimentale e morale, che possiamo fornire la pietra di paragone per la fecondità di quel che ci può venire dal campo scientifico-spirituale. Possiamo dire, che proprio gl'insegnamenti che ci mostrano il parallelismo fra la nostra ricerca nella scienza occulta e la Bibbia, possono diventare particolarmente fecondi. Perché è per l’appunto per mezzo di questi insegnamenti, che possiamo sperimentare come noi stessi radichiamo «la nostra causa prima, la nostra origine» come avrebbe detto Jakob Boehme – in quel grembo supersensibile spirituale, nel quale radicavano la loro «causa prima e la loro origine» anche gli Elohim, che si sono evoluti a Jahve-Elohim, a questa forma superiore di evoluzione, per portare a compimento, come suprema mèta della loro Creazione, ciò che chiamiamo l’uomo. Consideriamo questa nostra origine con la dovuta venerazione, ma consideriamola anche col necessario sentimento di responsabilità! Hanno dato principio alla nostra evoluzione gli Elohim con le loro forze migliori, Jahve-Elohim con la migliore sua forza; comprendiamo dunque questa nostra origine come un obbligo, che c’incombe verso la nostra natura umana, d’introdurre sempre più in noi anche quelle forze spirituali, che nel corso dell’evoluzione sono entrate più tardi nel divenire terrestre! Abbiamo parlato dell’influsso di Lucifero. Per via di questo influsso luciferico, qualcosa, che giaceva nel grembo di quella Spiritualità, in cui era radicata anche la causa prima dell’uomo, è rimasto in quel grembo, per presentarsi più tardi con l’incarnazione del Cristo nel corpo di Gesù di Nazaret. Da quel tempo il Cristo opera nel divenire terrestre come un altro principio divino. E la visione delle grandi verità della Genesi deve condurci a sentire il dovere d’immettere sempre più e più questa Entità spirituale del Cristo nel nostro proprio essere: perché è soltanto impregnandoci di questo Principio-Cristo che compiremo appieno tutta la nostra missione come uomini; è per tal mezzo soltanto che diverremo sempre più ciò, di cui il germe esisteva in noi già in quei tempi, dei quali parla la relazione biblica della Creazione nella Genesi. Così anche un corso di conferenze, come questo, può aver efficacia, perché non solo vengano accolti gl’insegnamenti, ma perché nell’anima nostra sorgano nuove forze. E possano come forze continuare a operare nell’anima, questi insegnamenti, che sono affluiti in noi da un esame più accurato della Genesi, anche se vengono dimenticati nei loro dettagli. E forse, alla fine di questi giorni, durante i quali abbiamo cercato d’immergerci ancora una volta per breve ora nella corrente della vita spirituale, ci è consentito di dire: «Cerchiamo di trarre in noi da questi insegnamenti le forze, che da tali insegnamenti per l’appunto devono scaturire. Portiamole fuori, facciamo che queste forze fecondino la nostra vita esteriore! Qualsiasi cosa facciamo, qualunque sia il campo della nostra esistenza, qualunque sia la professione in cui dobbiamo svolgere l’opera nostra; queste forze possono illuminare, fecondare il nostro lavoro, la nostra opera, ma possono anche intensificare la nostra serenità, la felicità della nostra vita. E nessuno che abbia compreso in senso giusto la grandiosa origine dell’esistenza umana, può ancora procedere nella sua esistenza senza accogliere in sé questi insegnamenti come germi di forza per la felicità della vita, per la letizia della vita. Se volete compiere opere d’amore, lasciate che dai vostri occhi la verità risplenda sulla grande possente origine, sul grandioso destino dell’uomo, e sarà questo il miglior modo di esplicar fuori quello che è l’insegnamento della scienza dello Spirito. Nell’azione si realizzerà questo insegnamento, apportatore di felicità per l’ambiente che circonda l’uomo, rasserenante, allietante, rinfrescante, risanante per la nostra propria spiritualità, per la nostra anima, per la nostra corporeità. Dobbiamo divenire uomini migliori, più sani, più forti per il fatto di aver accolto in noi gl’insegnamenti spirituali. Possa un ciclo come il presente agire sopratutto in questo senso: esso non deve essere altro che un granello di semenza, che scende nell’anima di chi ascolta, germoglia e porta fuori nel mondo dei frutti per tutto l’ambiente circostante. Così ci separiamo gli uni dagli altri fisicamente, ma nello Spirito i seguaci della scienza dello Spirito rimangono uniti, e insieme uniti vogliono operare trasportando l’insegnamento nella vita. Lasciamoci compenetrare da questo Spirito, e facciamo che in questo spirito non diveniam più deboli, fino al momento, in cui non solo nel campo spirituale, ma anche in quello fisico, vedremo realizzarsi la parola, con la quale anche questa volta vorrei finire: Arrivederci!»


In memoria di Frater Stefano Ravaglia

anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.

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